mostra Il Mito di Ulisse Forli

Ulisse, l’arte e il mito

Ulisse. L’arte e il mito.

Il più grande viaggio dell’arte mai raccontato

Quanti Ulisse! E quante Odissee! Il protagonista dell’Odissea è il più antico e il più moderno personaggio della letteratura occidentale. Egli getta un’ombra lunga sull’immaginario dell’uomo, in ogni tempo. L’arte ne ha espresso e reinterpretato costantemente il mito. Raccontare di Ulisse ha significato raccontare di sé, da ogni riva del tempo e raccontarlo utilizzando i propri alfabeti simbolici, la propria forma artistica, attribuendogli il significato del momento storico e del proprio sistema di valori.

Dall’Odissea alla Commedia dantesca, da Tennyson a Joyce e a tutto il Novecento, di volta in volta, Ulisse è l’eroe dell’esperienza umana, della sopportazione, dell’intelligenza, della parola, della conoscenza, della sopravvivenza e dell’inganno. E’ “l’uomo dalle molte astuzie e “dalle molte forme”.

Dopo la Guerra di Troia, quando affronta le sue avventure nel viaggio del lungo ritorno, egli è già un personaggio famoso. Ma quel viaggio è anche la faticosa riconquista di sé, della propria identità, attraverso il recupero narrativo della sua vicenda alla corte di Alcinoo, attraverso la memoria del ritorno. Così come accade all’arte, che narra narrandosi, che racconta l’oggetto e la sua forma stilistica.

La Galleria del Laocoonte partecipa alla mostra con 4 opere

 

  • Vincenzo de’ Rossi, Laocoonte e i suoi due figli. Marmo bianco, cm 210x160x80
  • Carlo Carrà, Ulisse con compagni, 1945. Matita su carta applicata su carta, cm 32,5×19
  • Achille Funi, Il Parnaso, 1948-1953. Tempera e foglia d’oro su tavola, cm 212×476
  • Leoncillo, Sirena, 1939. Terracotta policroma invetriata, cm 62x25x23

Flashback, dal 31 Ottobre al 3 Novembre 2019

Flashback, Torino 2019

Galleria Del Laocoonte, STAND 4

Dal 31 Ottobre al 3 Novembre 2019

 

Flashback è il progetto dedicato all’arte che, pensato come opera aperta, nasce nel 2013 con l’obiettivo di costruire un atlas di cultura visiva unendo in un’unica equazione cultura e mercato, senza vincoli di spazio e di tempo.

Da un lato il nome: flashback, lo sconvolgimento temporale della narrazione, tramite la quale si trasporta il passato nel presente, dall’altro il progetto espositivo: l’arte è tutta contemporanea che s’ispira alla ricerca concettuale di Gino De Dominicis sul tema dell’immortalità e che sottolinea la “contemporaneità” dell’esperienza di fruizione dell’opera e l’atemporalità dell’opera stessa.

Flashback nasce per offrire una diversa visione sulla storia dell’arte, ma anche sulla storia di oggi; un approccio più versatile che possa permettere a un pubblico sempre più vasto di godere di opere d’arte non più percepite come lontane da sé – per motivi temporali o culturali – ma finalmente “vissute” come esperienza concreta nel qui e ora. Questo sincretismo è ciò che ha permesso a flashback di crescere esponenzialmente negli anni ed è ciò che contraddistingue un progetto che, nato all’insegna di una sfida culturale, si rinnova annualmente e che annualmente si ispira alla vita connettendo in profondità zone temporali diverse: l’antico, il moderno e il contemporaneo nel suo farsi.

Flashback fornisce dunque strumenti di conoscenza, per aiutarci a riconfigurare la nostra identità e a costruire la memoria di chi siamo stati e soprattutto di chi potremo essere. Non una ricerca archeologica nel nostro passato ma la consapevolezza di quanto questo sia parte integrante del nostro spazio di esistenza: la necessità di “utilizzare il preesistente”, per far sì che quello che è già presente possa rappresentare un’opportunità per porre le basi della società del futuro.

Luigi Sabatelli, La Sala dell’Olimpo di Palazzo Pitti

Luigi Sabatelli, La Sala dell’Olimpo di Palazzo Pitti

Questo studio ha per oggetto il grande ciclo ad affresco realizzato da Luigi Sabatelli (1772 – 1850), nella Sala dell’Iliade di Palazzo Pitti (1820 – 1825). Le fonti d’indagine sono soprattutto quelle d’archivio: corrispondenze, rapporti, resoconti, registri di cassa, a cui si aggiungono disegni, cartoni e schizzi preparatori, rintracciati nelle collezioni pubbliche e private.

 

Accanto a questi, frutto di un’accurata campagna fotografica, si presentano nuove immagini degli affreschi stessi, per renderne più chiara e facile la lettura.

 

Prima ancora di parlare del ciclo dell’Iliade, ho ritenuto necessario inquadrare l’artista in relazione alla sua formazione, ricordando quali furono i suoi primi maestri a Firenze, quale l’ambiente culturale frequentato a Roma negli anni del suo alunnato, fino al soggiorno veneto e al rientro a Firenze, sua città nativa nel 1797.

 

Di seguito ho voluto indagare le numerose opere ad affresco che Luigi Sabatelli realizzò prima della grande commissione per Palazzo Pitti. Così, confidando nelle memorie che l’artista dettò al figlio Gaetano tre anni prima della sua morte (1847), ho ripercorso tutte le tappe della sua attività di frescante.

 

Un’indagine non sempre facile, soprattutto perché l’artista in questa prima fase ha operato in gran parte in palazzi e ville private, che sono tali ancora oggi. Tuttavia, nella maggioranza dei casi, la disponibilità degli attuali proprietari ha reso possibile la ricerca negli archivi di famiglia e sorprendentemente anche l’ingresso dei fotografi nelle sale affrescate dal nostro Sabatelli.

 

Il materiale fotografico, insieme a quello grafico e documentario degli archivi pubblici e privati, potrà dare un contributo per una migliore comprensione dello sviluppo di Sabatelli pittore, dalla gioventù fino alla sua maturità, che coincide appunto con la sua più prestigiosa commissione e opera maggiore, quella di Palazzo Pitti, testimonianza dell’alta considerazione di cui egli godeva come pittore di affreschi.

 

Monica Cardarelli

Luigi Sabatelli, La Sala Dell'Olimpo di Palazzo Pitti

David Breuer Weil’s Laocoon

Laocoon Gallery opens in London 

Exciting new gallery opens in the heart of the historic art district of London.

 

As the art scene in London continues to be a pole of attraction for a variety of cultural offerings, Galleria del Laocoonte has gone into partnership with W. Apolloni, one of the most experienced and highly distinguished art dealers in Rome, to open the Laocoon Gallery. Set in the heart of the historic art and antiques district of St James’ the gallery will not only present an exceptional selection of works from the most seminal figures in Western art history, but also brings to London previously unseen pieces from a number of early 20th century Italian artists. Monica Cardarelli, director of Laocoon Gallery in London, says, “Italian 20th century art is not only Futurism, or De Chirico, or the few other artists who are well known outside Italy. There is a real crowd of exceptional artists that need to be revealed to the world of English-speaking art lovers.”

Following a successful exhibition of works by renowned Italian sculptor Leoncillo Leonardi which opened as part of London Art Week, the gallery’s next offering will be based on the myth of Laocoön, featuring a large bronze by English born David Breuer-Weil, who has emerged as one of the leading contemporary British sculptors with iconic works such as Brothers, Flight and Alien, displayed to great public and critical acclaim in major public spaces in London and around the world. The artist has been commissioned by renowned art dealer Marco Fabio Apolloni to create and cast for the Laocoon Gallery a striking new work inspired by the ancient statue of Laocoön that was excavated in Rome in 1506 under Michelangelo’s very eyes. The piece shows a cyclopean head of Laocoön composed with shattered rubble, which emerges from the soil as if it were coming up from the deep to take a breath. In a number of smaller scale explorations and preparations also set to be exhibited, the iconic original in its entirety is handled using wax, engulfing Laocoön and his sons with snake coils that become tentacles or strands of DNA.

 

Breuer-Weil comments, “Laocoön is a great sculpture that has inspired generations of artists because of its sheer expressive force and as an emblem of martyrdom. I have not tried to copy it but to explore its themes in a relevant contemporary manner making the works speak to today’s generation.  In some of my works, the Laocoön and his sons are not attacked by snakes as in the Greek myth that inspired the original ancient sculpture but by their own DNA, because that is usually the biggest threat we have to face in our lives, our own makeup.”

 

The exhibition opens on 12th September 2019 at the Laocoon Gallery, 2a-4 Ryder Street, London, SW1Y 6QB.

XX Il Genere Femminile nell’Arte del ‘900 Italiano

XX Il Genere Femminile nell’Arte del ‘900 Italiano

A cura di Monica Cardarelli
Presentazione di Cecilia Del Re, assessora al turismo – fiere e congressi – ambiente – urbanistica – agricoltura urbana.
Catalogo ed. Polistampa con un’introduzione di Barbara Alberti e uno scritto di Marco Fabio Apolloni

Dal 16 Settembre al 2 Ottobre 2019
Piazza San Felice 10r
Dal lunedì al sabato dalle 10:00 alle 18:00

A Roma dal 18 Ottore 2019
Via Monterone 13- 13A, Roma

La Mostra

XX IL GENERE FEMMINILE NELL’ARTE DEL ‘900 ITALIANO è la terza delle mostre che la Galleria del Laocoonte con sede a Roma e Londra, inaugura nella città di Firenze. Anche quest’anno così come due anni fa, la sede sarà la storica galleria Marletta a pochi passi da Piazza De’ Pitti e l’omonimo Palazzo.

 

Circa un centinaio, tra dipinti, disegni, pastelli, bronzi, terrecotte e ceramiche, di artisti italiani del XX secolo, che hanno rappresentato altrettante figure femminili. Mogli o amanti, vergini o puttane, madri sante come la Madonna o diavole mangiatrici d’uomini. Adolescenti caste, o mature Maddalene, ma anche dee, ninfe, personificazioni leggiadre della Primavera o dell’Italia, giunonica e turrita.

 

Monica Cardarelli, direttrice della Galleria del Laocoonte, ha riunito per il pubblico e i collezionisti, tante immagini di donne, per dare un’idea di come il ‘900 abbia saputo vedere attraverso gli occhi degli artisti – ma anche di alcune artiste – il genere femminile nelle sue tante rappresentazioni o trasfigurazioni. Il titolo della mostra, XX IL GENERE FEMMINILE NELL’ARTE DEL ‘900 ITALIANO, gioca sulla stessa grafia della lettera capitale e il numerale romano, per cui XX è allo stesso tempo il gene che determina il sesso di una donna, ma anche quel secolo Ventesimo, che ha visto più di ogni altro, cambiare tanto e così velocemente il ruolo, lo stato, l’aspetto e la condizione femminile, tanto nella vita quanto nell’immaginario, così come l’arte l’ha registrato.

 

L’opera più antica è di Giulio Aristide Sartorio, in un aereo pastello che è come un ultimo sospiro dell’800. Una giovane vergine preraffaellita dalla lunga veste botticelliana – era l’americana Lisa Stillman – sfoglia un album, forse musicale: è un’astrazione angelicata alla D’Annunzio, un’ideale da adorare al modo degli stilnovisti, anche se poi nella realtà i Rapagnetta – questo il vero nome del Vate – cercavano di sedurre le Marie Hardouin di Gallese: non a caso entrambe, l’americana ammirata da Sartorio e la franco-papalina che D’Annunzio sposò, figurano tra le dame del bel mondo ritratte nel trittico de Le Vergini Savie e delle le Vergini Stolte, commissionato a Sartorio dal conte Primoli nel 1891. All’estremo opposto, degli ormai consumistici anni ’60, è il collage polimaterico di Margherita Vanarelli, che assembla ritagli di pubblicità per comporre una moderna casalinga con bambino sul seggiolone, forse un piccolo marito già ubriaco di vino rosso.

 

Il Novecento inizia con le opere dello scultore Libero Andreotti, che nei primi anni del secolo elesse nei suoi modi liberty la donna a suo quasi unico soggetto: vi è Artemisia (1906), una cera dove un’elegante cortigiana nuda è circondata da levrieri russi in adorazione, forse un imbestiamento simbolico dei suoi corteggiatori. Lo stesso tema, ancora più esplicito è nel bronzo Donna con levriero (1908), in cui le feste alla padrona, del cane rampante sono così irruente da farle scivolare il vestito mostrando l’esuberante nudità di lei. Una mistura di sensualità, eleganza e perversione, che bene incarna la paura-attrazione per il sesso femminile del decadentismo, in cui la dominante fantasia d’amore e morte non era che un tragediare la paura del contagio sifilitico.

 

Ben altra morte venne, e fu la guerra. Così grande che cambiò anche lo stile degli artisti: la Venere-Fortuna di Libero Andreotti è completamente diversa dalle opere precedenti. Tra art déco e Quattrocento, scivola sulle acque, facendo windsurf sulla sua conchiglia, una donna longilinea, con fianchi d’adolescente.

 

Nuova figura di donna artista è Adriana Bisi Fabbri, cugina di Boccioni, qui presente in un gigantesco Autoritratto (1903) rosa-shocking e in un altro, a pastello, inedito. Marisa Mori fu allieva di Casorati e poi futurista: oltre a l’Autoritratto (1928), è sua una Donna che legge in riva al mare (1929), bozzetto incantevole e solare. Di Adriana Pincherle (1946), pittrice e sorella di Alberto Moravia, non vi sono quadri ma essa è più che presente in uno straordinario ritratto dipinto da Afro e in un bronzo di Marino Marini che la raffigura. Di Edita Broglio il grande disegno preparatorio per Terrazza sul Mare (1949). Elica e Luce Balla, figlie di Giacomo Balla, si ritraggono a vicenda, mentre il padre ritrae Luce che dipinge (1935). Poco nota invece è Lila de Nobili, grande costumista e scenografa, di cui qui è una preziosa tempera in cui Maria Callas appare nei panni di Violetta per la famosa Traviata di Luchino Visconti del 1955. Del suo collega Danilo Donati, per Fellini, è invece il grande pastello di Cortigiana Romana (1972) per il film “Roma”, in cui essa appare come simbolo riassuntivo e notturna personificazione della Città Eterna. Puttane di bordello sono invece quelle di Alberto Ziveri, in un quadretto che fu di Zavattini. Di questo sanguigno pittore romano è anche un grande ritratto della moglie, nuda, col cilindro in testa ed il ventaglio in mano, tra suonatori e spettatori, in cui l’equivoca atmosfera postribolare conferisce al dipinto una strana e affascinante bellezza. E’ un mondo da cui non è lontano Renzo Vespignani, che con il suo incredibile virtuosismo del disegno riesce a dare alle sue prostitute vecchie e sfatte un’orrida bellezza al modo di un Grosz italiano di secondo dopoguerra.

 

Tra misoginia e amore penneggiò un altro sommo disegnatore italiano, Alberto Martini, di cui qui vi è una donnina allegra, una Lady Machbeth (1911) sonnambula dagli occhi sgranati sulla fiamma che non vede, e una Aurèlia (1934) di Gerard de Nerval che al centro del seno schiude un occhio, secondo l’anatomia del surrealismo.

 

Figurini di moda, il Ritratto della Duse (1910), il Ritratto di Dina Galli (1913), e un Nudo in penombra, sono opera di Enrico Sacchetti, un altro grande misogino che amò tanto le donne, da morire suicida per il rifiuto di una trentenne, a novant’anni.

 

Poco conosciuto è Mario Micheletti, di cui è però uno dei dipinti più inconsueti della mostra, Natura Viva (1937), autoritratto al cavalletto con la modella nuda sdraiata davanti, i capelli tagliati à la garçonne, impudica nella sua innocenza. Davanti alla nudità di lei, l’artista indossa cappello, cappotto e sciarpa: un paradosso che ricorda la Conversazione Platonica di Casorati.

 

Picassianamente nuda è la Donna seduta (1943) di Cesare Peverelli, ed ancora più deformati dall’influenza del maestro spagnolo Due nudi ( femminili di Enrico Prampolini. Di Leoncillo invece, sono Tre Veneri (a penna, caricaturali e mostruose, che ricordano i disegni di Scipione. Nuda è anche un’Italia scultorea di Plinio Nomellini, mentre Sironi la presenta vestita e fascistissima con il moschetto o l’elmo da ex-combattente incoronato d’alloro.

 

Sono assai diverse le donne di Andrea Spadini, lo scultore fantasioso: incantevoli e fiabesche, tanto in pietra, come nella fanciulla con scimmie, che nella sua favorita ceramica smaltata, in cui è capace di dar lustro ad una sarta famosa, Simonetta Fabiani, immortalandola come Leda (1959) che monta alla cavallerizza il suo Cigno. Di Spadini padre, pittore, un Ritrovamento di Mosè (1940) che è uno studio di modelle in cui l’unico maschio è Andrea, appena nato e già messo in posa.

 

Duilio Cambellotti, che creò anch’esso lo stile della sua epoca, coniugandolo però ai miti classici della Grecia e a quelli arcaici di Roma, unendo cioè antichità e modernità dando vita a qualcosa vicino all’eternità, un’antichità attuale, una modernità remotissima. E’ quella che anima una fantastica scena ad acquarello che illustra il Supplizio delle Danaidi (1950), le cinquanta figlie di Danao, condannate per aver ucciso i loro mariti a riempire d’acqua nell’Ade un gran vaso senza fondo.

 

Molto diverse le donne di Dino Buzzati, giornalista che fu grande scrittore e anche originalissimo artista figurativo. Circondano la testa dell’emiro che le sta sognando nel suo Harem (1958), sono grappoli di natiche e mammelle senza volto, sono donne oggetto, molto simili a oggetti di design ed alle sculture alla Moore di quell’epoca. Modellate dal desiderio.

 

Se il desiderio ha dita per modellare un corpo, ha anche occhi per accarezzarlo. Quello della giovinetta dipinta da Ferruccio Ferrazzi ha un corpo che pare levigato da un pennello fatto di ciglia, dipinto di luce abbacinante, d’una chiarezza che vuole essere la simbolica emanazione del corpo dipinto di una fanciulla che è alla primavera della vita, e primavera essa stessa di una natura ancora incontaminata. Dello stesso visionario pittore romano, uno studio per La Giostra (1936), dove donne streghe e baccanti ad un tempo cavalcano cavallini di legno, e un disegno per La Stanza, un’annunciazione erotica che par colorata come se Ferrazzi ci avesse strofinato ali di farfalle.

 

A La Primavera (1903), dannunziana e un po’ michelangiolesca, è dedicato il cartone di De Carolis, grande pittore idealista.

 

Cartone, per gli affreschi della Cattedrale di Tripoli dipinti all’epoca di Italo Balbo, è quello di Achille Funi, che rappresenta L’Annunciata (1937), ma ritrae Felicita Frai, allieva praghese e amante del pittore, che la ritrasse anche come Parisina in un altro squisito cartone, servito per le Storie di Ferrara dove la tragica sorte di lei, giustiziata dal marito Niccolò III d’Este.

 

Ritratti di donna di Pietro Gaudenzi, Roberto Melli, Alberto Savinio, Alberto Scordia, Antonietta Raphael. Bellissimi pastelli di Antonio Mancini, un disegno di Mino Maccari, un acquarello di Renato Guttuso con la testa di Medusa liberamente tratta da Caravaggio.

London Art Week 2019, Leoncillo, Disegni e Sculture

Leoncillo , drawings and Sculptures

27 June – 7 September 2019

GALLERIA DEL LAOCOONTE & W. APOLLONI AT THE LAOCOON GALLERY
2a-4 Ryder Street.
www.laocoongallery.co.uk
info@laocoongallery.co.uk

CONTACT
Eleonora Falovo, +447908 380390

Following a successful exhibition at London Art Week in the summer of 2018, Galleria del Laocoonte has again gone into partnership with W. Apolloni, one of Rome’s oldest and most illustrious antique dealer shops, to exhibit at London Art Week 2019.

Founded in 1926, Galleria W. Apolloni has been in business for three generations and is now directed by Marco Fabio Apolloni, a writer, journalist and art historian trained at the Courtauld Institute in London. During its successful history the gallery has sold many masterpieces to museums in Italy and abroad, examples include the Coaci inkstand to the Minneapolis Institute of Art and the Petiet’s family portraits by Andrea Appiani to the Villa Reale in Milan.

In 2012, together with his wife Monica Cardarelli he founded Galleria del Laocoonte, which has specialised in presenting the works of 20th century Italian artists including Sironi, Savinio, Severini, Balla and many others with exhibitions at their gallery in Rome, fairs across Europe and even in public museums. Seven years later they are embarking on a new exciting project here in London, opening Laocoon Gallery which presents not only the best examples of Italian old master paintings and drawings, sculptures, works of art and high quality pieces of furniture, but also works by early 20th century Italian artists, many of them totally unknown by the international market.

One highlight of this year’s London Art Week exhibition at the Laocoon Gallery is a collection of works by Leoncillo Leonardi – known for his work with ceramics and glazed terracotta. Leoncillo (1915 – 1968) has become more recognised in recent years, with his large abstract works from the later part of his career gaining interest on a global scale. The exhibitors are just as passionate about his early works though, Monica Cardarelli, director of Laocoon Gallery says, “… the rest of his [Leoncillo’s] works, beginning in the thirties’ with astounding figurative ceramic sculptures, have never been shown as they should. It is our belief that the unveiling of these pieces will be a revelation that will set him in his proper place as one of Europe’s major sculptors.”

Clerici, omaggio a Savinio

Dal 20 al 23 Settembre a Lugano | Stand 7, Padiglione A

Clerici, omaggio a Savinio

Mostra a cura di Monica Cardarelli e Marco Fabio Apolloni

Mostra: Andrea Spadini, dal 19 Marzo

ANDREA SPADINI (1912-1983)

Prorogata al 31 Maggio 2019

Dal 19 Marzo a Roma la Galleria del Laocoonte ospiterà la mostra in tre sedi Andrea Spadini, 1912 – 1983. Si tratta di una vasta antologica dello scultore e ceramista romano che fu il prediletto da star di Hollywood come Lauren Bacall, Henry Fonda, Douglas Fairbanks jr., ma anche dai più celebri personaggi del mondo del cinema, della moda e della mondanità italiana, tra cui Alberto Sordi, gli stilisti Alberto Fabiani e Simonetta Colonna di Cesarò, o la contessa Cicogna, per la quale assieme a Fabrizio Clerici decorò la bizzarra villa di Venezia.

La mostra, curata da Monica Cardarelli, che in questi anni ha studiato e catalogato le opere dell’archivio di famiglia, esibirà ottanta sculture, tra marmi, pietre di grandi dimensioni, bronzi, terrecotte, e maioliche smaltate, a cui si accompagnano altrettanti disegni dell’artista, da quelli di lui adolescente, furtivo e prodigioso apprendista del padre, il famoso pittore Armando Spadini (1883-1925), a quelli che servirono da studi per le sculture, anch’essi godibili come opere d’arte a sé, per la spiritosa vivacità dell’invenzione e l’agile disinvoltura del tratto.

Una mostra in tre sedi

L’esposizione si articola in TRE SEDI, oltre alla già nominata sede di Via Margutta, dove sono le sculture di maggiore dimensione con i relativi disegni, la produzione giovanile dell’artista trova posto invece a Via Monterone 13, nella Galleria Del Laocoonte attorno al grande marmo Cinquecentesco da cui essa prende il nome. Infine nello Spazio Espositivo di Via del Babuino 136, sono invece disposti i bronzi e le ceramiche di più piccola dimensione.

Andrea Spadini

Da giovanissimo Andrea Spadini divenne scultore a Firenze, alla scuola di Libero Andreotti. Fu poi assistente di Arturo Martini. A diciassette anni era già artista completo e padrone di tutte le tecniche della scultura. Cominciò la sua carriera lavorando per l’E 42 e per il Padiglione Italiano dell’Esposizione Universale di New York del 1939. Dopo la guerra, in cui fu sergente del Genio e tra i difensori di Porta San Paolo il 10 Settembre del 1943, Spadini cominciò quasi per gioco a modellare figure in ceramica. Dopo i suoi lavori realizzati a Villa Cicogna a Venezia, viene invitato da Irene Brin e Gaspero Del Corso a lavorare per la loro Galleria dell’Obelisco con lo pseudonimo, “Lo Spada” con cui l’artista firmò obelischi di ceramica animati da mori, gatti e Pulcinella. Queste opere incontrarono subito il favore del pubblico e l’attenzione della clientela cosmopolita di cui la galleria era un polo d’attrazione. Il lavoro più ambizioso che egli fece per Gaspero Del Corso fu il Lazzarone Napoletano (1958) in terra bianca. Più grande del vero, doveva essere la base per una consolle, ma non passò per le scale, ritornò dunque nello studio dell’artista. Ora a Via Margutta si potrà ammirare da tutti i lati nella sua minuziosa perfezione.

Tra le opere in mostra è una scimmia di terracotta a grandezza naturale, assieme alle più piccole Capra Flautista e Ippopotamo che suona il violino, modello e bozzetti per i bronzi di animali che animano l’orologio musicale del Central Park a Manhattan, voluto dall’editore George T. Delacorte jr. e inaugurato nel 1965.

Due obelischi con le Scimmie Vanitose, quattro Scimmie Ballerine e altre quattro che navigano su barche di papiro, tutte di ceramica smaltata, provengono dalla collezione del conte Lanfranco Rasponi, che delle scimmie aveva la mania, avendone anche una domestica, viziata e adoratissima. Rasponi fu una singolare figura di public relations man nell’ambiente della Lirica tra Italia e Stati uniti, nonché titolare della Sagittarius Gallery a New York, dove nel 1956 si tenne la prima mostra di Andrea Spadini negli Stati Uniti. Il suo successo americano lo portò dopo pochi anni nel 1960 a firmare un contratto con Tiffany & Co., che da quel momento esporrà le sue opere nella sua sede più prestigiosa sulla Quinta Strada di New York. Centritavola o segnaposti di ceramica, lavori ogni volta originali, creati dall’artista uno per uno e mai ripetuti, oppure di bronzo dorato o argentato e persino argenti massicci, costituiscono questa classe di opere, preziose come i gioielli, che in mostra saranno nelle vetrine dello Spazio Espositivo di Via del Babuino 136. Tra queste le personificazioni del Gange e del Fiume Giallo, entrambi in bronzo dorato, figure mollemente adagiate su imbarcazioni simboliche, che Andrea Spadini modellò ispirandosi ai Quattro Fiumi di Bernini di Piazza Navona.

Nella Galleria del Laocoonte a Via Monterone 13, sono adunati i disegni giovanili e le sculture di prima della Guerra. Sono marmi o peperini che Andrea Spadini raccattava in giro tra i ruderi di Roma o della Campagna, vuoi per una ragione di risparmio, vuoi perché l’idea della materia antica era capace di aggiungere qualcosa di suggestivo a queste forme, da lui aggredite con lo scalpello “alla prima “ e lasciate volutamente abbozzate o frammentarie, come se non di un’opera moderna si trattasse, ma di un reperto archeologico consunto o spezzato, in cui si potesse vedere ancora superstite la traccia arcana di una lontana e perduta maestria. È il caso di un ritratto in peperino che pare strappato ad un monumento etrusco, di un San Sebastiano (1936) che è come un mutilo tronco di un Marzia suppliziato, o del Ritratto in marmo di Bruno Barilli (1935), che fa pensare a una testa antica rotolata giù da qualche acropoli.

La sua opera unica e geniale, incurante della logica delle avanguardie, non turbata da ansie di modernismo è sospesa come un sogno di un fantastico mondo popolato di personaggi e animali d’ogni sorta, che giocano e graziosamente sembrano muoversi, tanto naturalmente in equilibrio li ha fissati la mano dell’artista. In questa leggerezza è l’estrema felicità del suo anticonformismo.

Leoncillo, le carte e le ceramiche

Leoncillo Leonardi in mostra a Roma fino al 28 Febbraio 2019

Leoncillo, le carte e le ceramiche

Dal 29 Ottobre. Mostra prorogata al 28 Febbraio 2019

Una grande mostra in tre sedi per celebrare Leoncillo (1915-1968), il più originale scultore italiano del dopoguerra

L’itinerario della mostra:

Sculture

GALLERIA W. APOLLONI
Via Margutta 53/B, Roma

ORARIO
10:00-13:00 | 16:00-19:00
dal Lunedì pomeriggio al Sabato mattina

Arti applicate

SPAZIO BABUINO
Via del Babuino 136, Roma

ORARIO
10:00-13:00 | 16:00-19:00
dal Lunedì pomeriggio al Sabato mattina

Disegni

GALLERIA DEL LAOCOONTE
Via Monterone 13 – 13A, Roma

ORARIO
10:00-13:00 | 16:00-19:00
dal Mercoledì al Venerdì

La mostra

Dal 29 ottobre si aprono i battenti della mostra Leoncillo. Le carte e le Ceramiche. La mostra, che resterà aperta fino alla fine di Dicembre 2018 (prorogata al 28 Febbraio 2019), è stata organizzata dalla Galleria del Laocoonte di Roma, a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, valendosi della consulenza scientifica di Enrico Mascelloni, il principale esperto dell’opera di Leoncillo.

Leoncillo Leonardi (Spoleto 1915-Roma 1968) è tra i massimi scultori italiani del ‘900 e certamente il principale innovatore nell’ambito della ceramica, avendola elevata a materiale esclusivo della sua arte, quindi estraendola dagli scaffali dei negozi dell’artigianato, per porla sui piedistalli e nelle vetrine dei più importanti musei d’arte contemporanea.

Sarà un’esposizione divisa in tre sedi: presso la Galleria W. Apolloni di Via Margutta 53B sono collocate le sculture in ceramica, appartenenti alla fase che si chiude con la fine della II guerra mondiale (1939-1945) e successivamente a quella neocubista (1946-1957), affiancate da un nucleo di disegni che illustrano tali fasi dell’attività di Leoncillo. Nella nuova sede espositiva Spazio Babuino 136, che si inaugura per l’occasione come sede comune della Galleria del Laocoonte e della Galleria W. Apolloni, per piccole e meditate esposizioni, è raccolto un nucleo inedito d’oggetti d’uso: un servizio da thè ed uno da caffè modellato in forme ad un tempo attraenti e mostruose, calici sbilenchi e multicolori, piatti da parete con bassorilievi d’animali, un modello per camino e una cornice per specchio, quest’ultima al contempo metafisica e cubista. Anche qui un nucleo di disegni illustra l’opera del Leoncillo decoratore, che seppe  applicare la propria plastica a interni di cinematografi, bar, ristoranti e locali nella Roma del dopoguerra e del miracolo economico. L’ultima sezione della mostra è ospitata nella Galleria del Laocoonte di via Monterone 13-13A e comprende solo disegni dell’ultimo decennio dell’artista, morto nel 1968 a 53 anni, in cui egli abbandonò ogni motivo iconico per dar forma a corpi di materia – sempre terracotta – dall’aspetto minerale, in cui il taglio, la frattura, l’apparenza della combustione, la suggestione di sangue o di lava restituita dagli smalti, danno ad essi una vitalità drammatica.

La mostra è illustrata da un catalogo in due volumi rilegati, uno dedicato a Le Carte ed uno a Le Ceramiche, quindi ai disegni e alle sculture, entrambi a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, con i testi critici di Enrico Mascelloni e con la prima ricostruzione storica e antologica, mai tentata sinora, del Leoncillo disegnatore. Il doppio catalogo è edito da De Luca Editori d’Arte.

Molte sculture in mostra sono inedite, come un grande Copricamino smaltato in nero blu e turchese che restituisce i colori di una grotta marina, già appartenuto all’attore Raf Vallone, oppure tre rilievi di paesaggio pressochè astratti che ornavano l’Hotel Universo di Roma. Due elementi solidi gemelli, sono probabilmente la prima opera compiutamente aniconica di Leoncillo. Una monumentale transenna di balaustra, inedita anch’essa, è esposta accanto al suo disegno preparatorio.

Protagonista della mostra è però la Sirena, uno dei tre “mostri” (insieme all’Arpia e all’Ermafrodito ora alla GNAM) a cui Leoncillo diede vita nel 1939. Essa è l’ultima ancora in mani private e va ritenuta uno dei capolavori più perturbanti della scultura italiana della prima metà del novecento. Accanto a essa, con un corteggio di acquarelli a soggetto muliebre – Canefore, Ritratto di Elsa de’ Giorgi – è esposto il “Ritratto di Mary” del 1953, da cui l’artista non si separò mai in vita, poiché in esso ritrasse Mary Jochemnse, Miss Olanda nel 1948, bellissima donna da lui amata. Inediti sono pure due piccoli rilievi, La Volpe e il Corvo e Il Lupo e l’Agnello – prestati dagli eredi e tra le opere più antiche di un artista che, come Trilussa, nascondeva forse nelle favole di Fedro il suo precoce sentimento antifascista.

Un altro capolavoro è Il Corso del Tevere, esposto nello Spazio Babuino 136 accanto al suo disegno preparatorio, piccola sinfonia sul tratto urbano del fiume di Roma, scandito dalle sagome scomposte di familiari monumenti come Ponte Milvio, Castel Sant’Angelo, Ponte Rotto, l’Isola Tiberina, brillanti e colorati come in altrettante cartoline cubiste.

La scelta dei numerosi disegni è una prima campionatura per la ricostruzione della carriera dell’artista, e può ritenersi il primo atto di una catalogazione più vasta, in attesa di un futuro catalogo generale di tutta l’opera grafica e non solo di quella plastica

Notizie utili:

Indirizzi e orari

Via Margutta 53/B. Dal lunedì pomeriggio al sabato mattina, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00

Via del Babuino 136. Dal lunedì pomeriggio al sabato mattina, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00

Via Monterone 13, 13/A. Dal mercoledì al venerdì, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00. www.laocoontegalleria.it

Catalogo: Leoncillo – Le carte e le Ceramiche in due volumi (a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli. Testi di Enrico Mascelloni – Casa editrice: De Luca Editori d’Arte, www.delucaeditori.com)

WOPART 2018: Clerici, omaggio a Savinio

“WOPART 2018”

“WORK ON PAPER ART FAIR LUGANO”

Dal 20 al 23 Settembre la Galleria del Laocoonte vi invita a visitare il suo stand numero 7 nel padiglione A

Saranno esposte opere di:

Afro Basaldella, Duilio Cambellotti, Fabrizio Clerici, Fortunato Depero, Marisa Mori, Alberto Savinio, Gino Severini, Mario Sironi, Aleardo Terzi

INFO

Indirizzo:
Centro Esposizioni Lugano
Via Campo Marzio, 6900 Lugano, Svizzera

Orari:
Preview giovedì 20 settembre – esclusivamente ad invito
18.00-21.00
Venerdì 21, sabato 22 e domenica 23 settembre
11.00-19.00

Biglietti:

Giornaliero – 15 CHF
Giornaliero ridotto – 10 CHF (studenti, over 65, persone diversamente abili con accompagnatore, titolari card Visarte)

Ingresso gratuito per minori di 16 anni se accompagnati da un adulto

Dal Secessionismo al Futurismo, Dal 20 al 31 Luglio

“Dal Secessionismo al Futurismo”

Dal 20 al 31 Luglio la Galleria del Laocoonte vi invita a visitare la mostra “Dal Secessionismo al Futurismo”.

Saranno esposte opere di
Giacomo Balla, Afro Basaldella, Duilio Cambellotti, Gustav Klimt, Marino Marini, Marisa Mori, Giulio Aristide Sartorio, Alberto Savinio, Arthur Segal, Gino Severini, Mario Sironi.

Informazioni

Apertura al pubblico: da Mercoledì a Venerdì
dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00

Marisa Mori, Disegni e Dipinti

Marisa Mori 1900 – 1985. Disegni e Dipinti

Una trentina tra disegni e dipinti chiariscono l’iter artistico della pittrice fiorentina allieva
di Casorati e poi futurista, Maria Luisa Lurini, in arte Marisa Mori

Dal 24 Maggio al 25 Giugno 2018

Maria Luisa Lurini, in arte Marisa Mori – nata a Firenze il 9 marzo del 1900 da Mario Lurini, ispettore de La Fondiaria e Edmea Bernini, discendente di Gian Lorenzo Bernini – possiede in realtà un ben più vasto repertorio artistico, che vede in prima posizione la sua innata attitudine al disegno, testimoniata da un inesplorato e vasto nucleo di opere, soprattutto a carboncino, portato alla luce grazie al lavoro di archiviazione condotto dalla Galleria del Laocoonte, che ne pubblicherà il catalogo generale (a cura di Monica Cardarelli, edizione Polistampa). In mostra l’intenso Ritratto Luciferino del 1926 nelle sue due versioni, quella che ne ritrae il solo volto e quella che la vede davanti al cavalletto, testimoni entrambi della prima maniera dell’artista.

Dal 1925 allieva di Felice Casorati, Marisa Mori apprende velocemente la lezione del maestro, tanto che nello stesso anno del suo ingresso nella casa-studio di Via Mazzini, Casorati la farà partecipare al suo fianco alla mostra “Vedute di Torino” indetta dalla Società di Belle Arti Antonio Fontanesi. Marisa Mori presenterà due versioni di Via Lanfranchi, la via dove abitava con i genitori e il figlioletto di tre anni dopo il breve e burrascoso matrimonio con suo cugino Mario Mori (1890-1943), tecnico minerario e agronomo. In mostra è la prima versione di Via Lanfranchi, una metafisica istantanea poeticamente solitaria.

Al verso della tavoletta dipinta, come tante altre opere della Mori, è raffigurata un’altra opera, la Natura morta metafisica, realizzata ben due anni più tardi. Di medesima ispirazione casoratiana sono le opere Pompelmo e uova, Le scale del mio studio, il bozzetto per La lettura, e lo Studio di due maschere.

Negli anni a seguire Marisa Mori prosegue la sua attività espositiva accanto al maestro e agli allievi della scuola trasferita al numero 33 di via Bernardino Galliari. La nuova sede si trovava proprio di fronte alla casa di Riccardo Gualino (1879-1964), imprenditore amante delle arti, grande amico del critico d’arte Lionello Venturi e la cui collezione includeva oltre a moltissime opere di Casorati, di cui fu il munifico mecenate, anche quelle di Marisa Mori. Insieme agli allievi e allieve della scuola, fra cui Carlo Levi, Nella Marchesini e Daphne Maugham, poi moglie di Casorati, Marisa Mori espose oltre che a Torino, a Milano, Parigi e Londra. Particolarmente apprezzate dalla critica le sue vedute con “il mare che sconfina verso la luce del cielo” di cui in mostra la Marina di Andora, Venezia, Marina di Massa.

Fino al marzo del 1931 esporrà con il gruppo di Casorati e alla galleria Milano di Torino, nella mostra recensita nella Gazzetta del Popolo, l’artista fiorentina viene elogiata tra l’altro per la “sensibilità acuta del colore”, in mostra Il tendone da circo, Il convento, il Vaso di amarilli, l’Autoritratto e Donna che legge, tutte opere datate tra il 1929-31.
Pur non rinnegando nessuno dei suoi periodi creativi, come essa stessa aveva dichiarato in un’intervista del 1978, che non fece mai pubblicare, Marisa Mori è consapevole di non avere il “temperamento ragionatore, geometrizzante e sintetico di Casorati” e che urgeva in lei un altro tipo di espressione, che il Futurismo contribuì a liberare. A partire dal 1931, nonostante gli ammonimenti del maestro Casorati, Marisa Mori si accosta ai futuristi piemontesi: Prampolini, Rosso, Dottori, Tullio Mazzotti, grazie all’amico Fillia (Luigi Colombo, 1904-1936), e naturalmente a Filippo Tommaso Marinetti che scherzosamente chiamava “il rinoceronte” e che la spronò a fare l’esperienza del volo acrobatico.

Tornata a Firenze e riallacciati, solo per breve tempo, i rapporti con il marito, l’1 gennaio del 1933 firma il Manifesto di Antonio Marasco (1896-1975) entrando ufficialmente a far parte del movimento futurista. Sono di questo periodo La scomposizione meccanica della folla, Maternità futurista, Figure e forme luminose, Ascolto Radiofonico e Composizione.

Quando nel 1938 furono emanate le leggi razziali Marisa Mori si dissociò dal movimento futurista e coerentemente a questa scelta nel 1943 offrirà rifugio ai suoi amici ebrei, tra cui Paola, Rita e Gino Levi Montalcini. Inizia così la quarta fase della sua vita artistica da cui ebbero origine alcune notevoli nature morte e ritratti, in mostra lo Studio per argenteria e il Paesaggio con pino. Dopo la guerra si occuperà anche di teatro continuando a dipingere solitaria fino al sopraggiungere della sua morte il 6 Febbraio del 1985.

SCHEDA INFO

Titolo mostra: MARISA MORI 1900-1985 DISEGNI E DIPINTI

Luogo: VIA MONTERONE 13, 13/A

Apertura al pubblico: 24 MAGGIO – 25 GIUGNO 2018

Inaugurazione: 23 MAGGIO 2018 ore 18.00

Orario: da Mercoledì a Venerdì dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00

A cura di Monica Cardarelli

Info Mostra: 06 68308994 | 348 1234707 (tutti i giorni 9.00 – 19.00)

Disegni smisurati del ‘900 italiano

Adolfo De Carolis, Studio per La Primavera, 1903, tecnica mista su carta applicata su tavoletta, 145x167cm
Ottone Rosai – Giovinotto crocifisso, 1950, carboncino su carta applicato su tela, cm 180×140

Disegni smisurati del ’900 Italiano

Una trentina di cartoni di maestri del ’900 italiano mostrano l’alto livello dell’esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso

Villa Torlonia, Casino dei Principi

24 novembre 2017 – 18 marzo 2018

Inaugurazione 23 novembre ore 18.00

Smisurato rispetto agli schizzi, agli studi preparatori, ai bozzetti, il cartone, è un disegno grande quanto l’opera o la parte di opera che l’artista intende realizzare. Debba essere questa un quadro, un affresco, una vetrata, un mosaico o un arazzo, il cartone è una realizzazione necessaria affinché l’opera sia portata a termine dall’artista stesso o dalle maestranze specializzate che devono materialmente compierla.

Non deve stupire dunque che nel primo ’900 italiano, legato al ritorno alle tecniche di decorazione antiche e tradizionali, sopravvivano questi grandi fogli su cui l’ispirazione dell’artista, già spesa in studi più piccoli, ha saputo trovare finalmente la vera misura e le linee definitive della forma del proprio lavoro.

Se imperturbabile nella sua durevolezza è il buon fresco, brillante il mosaico, splendente la vetrata, il cartone invece non mostra solo gli accidenti occorsi durante la lavorazione, ma è reso fragile dal tempo come un antico documento autografo. Da qui la sua preziosità, la reverenza con cui esso va trattato e mostrato.

La mostra Disegni smisurati del ’900 Italiano, al Casino dei Principi di Villa Torlonia dal 24 novembre 2017 al 18 marzo 2018 – promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali Zètema Progetto Cultura espone una ventina di cartoni di maestri del ’900 italiano che i curatori, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, direttrice della Galleria del Laocoonte di Roma, hanno adunato e restaurato, rastrellandoli dal mercato dell’arte o direttamente dagli eredi degli artisti, per costituire una sorta di pinacoteca di “disegni smisurati” per dimostrare l’alto livello dell’esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso.

Del dannunziano Adolfo De Carolis si espone il grande foglio preparatorio del dipinto Primavera (1903). Due maestosi cartoni per gli affreschi dello scalone del palazzo dell’INA a Roma – ora proprietà dell’Ambasciata Americana – sono opera del quasi dimenticato Giulio Bargellini (Firenze 1875 – Roma 1936), frescante instancabile di terme, banche e ministeri.

Di Achille Funi (Ferrara 1890 – Appiano Gentile, Como 1972), formidabile frescante, ma anche restauratore in chiave moderna dell’arte di Giotto e Piero della Francesca, si mostrano qui due schiere di soldati romani disegnati per il Martirio di S. Giorgio per la chiesa omonima a Milano, Didone e sua sorella per la sala dell’Eneide, affresco effimero eseguito per la Triennale di Monza del 1930, una Zuffa di Cavalieri per il Municipio di Bergamo e infine la Vergine annunciata, cartone colorato a pastello per la chiesa di San Francesco a Tripoli, in cui ha raffigurato la propria allieva e amante Felicita Frei.

Di Gino Severini è una Madonna con Bambino per la Cattedrale di Losanna.

Publio Morbiducci (1889-1963), l’autore del Monumento al Bersagliere a Porta Pia, è l’autore di una serie di disegni con trionfi di spoglie militari in cui le armi dell’antichità classica sono commiste con quelle moderne dell’ultima guerra.

Infine di Ottone Rosai è un Giovinetto Crocifisso sospeso quasi a grandezza naturale su un vasto foglio, in cui il rovello del disegno si traduce in un’apparenza espressionista di grande pathos, dove la sua tormentata omosessualità eleva il proprio oggetto d’amore a sofferente divinità.

Un altro nucleo di cartoni colorati a pastello, opera di Pietro Gaudenzi (Genova 1880 – Anticoli Corrado 1955) costituiscono una mostra nella mostra, illustrando, assieme a bozzetti e foto d’epoca, un intero ciclo di affreschi, eseguiti in due sale del Castello dei Cavalieri di Rodi nell’estate del 1938, oggi completamente perduti.

Esposti al Museo di Anticoli Corrado nel 2014, proprio dove furono eseguiti dall’artista, e nel 2015 alla Mostra “Piero della Francesca. Indagine su un mito” ai Musei di San Domenico a Forlì, dove apparvero come una rivelazione, i cartoni sono esposti per la prima volta in uno spazio pubblico a Roma assieme ai bozzetti, a un dipinto preparatorio de Lo Sposalizio e a un ritrovato inedito ritratto monumentale a olio di Cesare Maria De Vecchi, il quadrunviro che fu ultimo Governatore civile di Rodi, ispiratore e committente del restauro del Castello e delle pitture che Gaudenzi vi eseguì.

I cartoni, straordinari per delicatezza di tocco, rappresentano scene di genere o figure femminili ritratte dall’artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado. Guardando gli studi e le figure per la “Sala del Pane”, non si può non ricordare la retorica della “Battaglia del Grano” mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi – che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, il premio Cremona nel 1940 – sembrano, nella fissità delle loro consuetudini millenarie e immutabili, lontane all’enfasi trionfalistica del regime.

In mostra anche un bozzetto a olio, ciò che resta di un grande quadro in cui era rappresentato Lo Sposalizio, un banchetto di nozze umile e severo trasfigurato in cenacolo sacro che rappresenta le nozze dell’artista con la modella anticolana Candida Toppi, che l’epidemia di spagnola portò via nel 1918. Appena in tempo per metterla in posa, per il grande quadro, due metri e mezzo per sette, che costò lunghi anni di lavoro e fu esposto alla Biennale di Venezia del 1932 e oggi è smarrito.

Schivo, taciturno creatore di un mondo e di un umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l’umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. È la bellezza dell’umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano. Con semplicità e finezza sincere.

Il progetto delle pitture nacque per il più ridente angolo del nostro effimero Impero coloniale, l’incantevole isola di Rodi, che fu sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943, vetrina turistica e paragone d’eccellenza architettonica e urbanistica. Nel 1936 Mussolini nominò Governatore di Rodi Cesare Maria De Vecchi (Casal Monferrato 1884 – Roma 1959), conte di Val Cismon per meriti militari, già Ras di Torino e Governatore della Somalia.

Il nuovo governatore elesse sua maggiore impresa la ricostruzione del Castello dei Cavalieri di Rodi. Costruito dall’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni che dovettero abbandonare l’isola ai Turchi nel 1522. Nel 1856 era stato distrutto dall’esplosione accidentale di una polveriera e adattato a carcere. De Vecchi volle ricostruirlo completamente, ottenendo un castello “nuovo”, quasi un fondale operistico o una scenografia cinematografica. L’ambiziosa opera, portata a termine in soli tre anni, costò 30 milioni di lire d’allora. Cinquecento tagliapietra e scalpellini furono fatti venire dalla Puglia, squadre di mosaicisti da Firenze e da Venezia per restaurare e mettere in opera nei pavimenti gli antichi mosaici trovati negli scavi archeologici della vicina isola di Coo. L’effetto è maestoso e straniante, gli inglesi che occuparono l’isola fino al ’47 lo descrissero come “a fascist Folly”, e oggi è il monumento più visitato di tutta Rodi.

SCHEDA INFO

Titolo mostra Disegni smisurati del ’900 Italiano

Luogo Musei di Villa Torlonia, Casino dei Principi, via Nomentana 70

Apertura al pubblico 24 novembre 2017 – 18 marzo 2018

Inaugurazione 23 novembre ore 18.00

Orario Da martedì a domenica ore 9.00 – 19.00

24 e 31 dicembre ore 9.00 – 14.00

La biglietteria chiude 45 minuti prima

Giorni di chiusura: lunedì, 25 dicembre, 1° gennaio, 1 maggio,

La biglietteria è presso il Casino Nobile

Biglietti Biglietto cumulativo con Museo del Casino Nobile: euro 7,50 ridotto 5,50 – 6,50

Promossa da Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale –

Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli

Info Mostra 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.museivillatorlonia.it; www.museiincomune.it

Servizi museali Zètema Progetto Cultura

Pubblicazioni Cartoni. Disegni smisurati del ’900 italiano. A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli. De Luca Editori D’arte, Roma.

Pietro Gaudenzi. Gli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri di Rodi. A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli. Edizione Polistampa, Firenze

SPONSOR SISTEMA MUSEI CIVICI

Con il contributo tecnico di Ferrovie dello Stato Italiane

Media Partner Il Messaggero

SPONSOR MOSTRA Galleria del Laocoonte, Roma

IO SONO CAMBELLOTTI – Via Margutta 53b

IO SONO CAMBELLOTTI

A Roma nei nuovi spazi espositivo della Galleria W. Apolloni

Via Margutta 53b

Lunedì ore 15,30 – 19,00
Martedì – Venerdì ore 10,00 – 13,00 / 15,30 – 19,00
Catalogo: a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, (De Luca Editori d’Arte), introdotto da uno scritto di Antonio Pennacchi, l’epico romanziere di “Canale Mussolini”, e si avvale della collaborazione di Anna Maria Damigella, Francesco Parisi, e di Francesco Tetro, Direttore del Museo Cambellotti di Latina.

La Galleria W. Apolloni è davvero orgogliosa, e non per modo di dire, di presentare a Roma il suo nuovo spazio di esposizione in via Margutta 53B, nel più grande degli studi d’artista del Palazzo Patrizi, sede a suo tempo dell’Accademia Britannica fino al 1911, e per tanti anni negozio dell’antiquario romano Massimo Tuena. Per rendere memorabile questa apertura la galleria antiquaria ospita la Galleria del Laocoonte, impresa partner per l’arte moderna italiana, che per l’occasione ha organizzato un’esposizione dedicata al grande artista romano Duilio Cambellotti (1876-1960), già presentata al Museo Emilio Greco di Sabaudia l’estate scorsa con grande successo di pubblico e di critica, ma accresciuta per l’occasione da numerosi prestiti di privati collezionisti e colleghi galleristi, da risultarne, con una trentina di opere – alcune inedite – quasi raddoppiata in estensione. Per l’occasione infatti, oltre al catalogo già esistente “Io sono Cambellotti”, pubblicato da De Luca editori d’Arte (a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, con presentazione di Antonio Pennacchi) verrà pubblicato con lo stesso editore un secondo fascicolo.
Cambellotti, artista di schietta e programmatica romanità, che padroneggiò ogni tecnica e materiali, e fu poliedrico ed eclettico creatore di sculture di bronzo, legno, pietra e terracotta, cesellatore di medaglie, realizzatore formidabile di pitture murali, di vetrate, di maioliche, di incisioni e xilografie, di mobili e arredi. Fu anche scenografo, costumista, e “metteur en scène”, soprattutto per il teatro classico a Siracusa e ad Ostia, ma anche per il cinematografo, dagli inizi del muto fino al neorealismo del dopoguerra.
Il suo primo trionfo artistico, del resto, fu l’allestimento della prima rappresentazione de “La Nave” di Gabriele d’Annunzio, nel 1908. Fu anche creatore di manifesti come quello per l’Esposizione Internazionale di Roma del 1911, ed illustratore di numerosissimi libri. In mostra sarà la lussuosa edizione delle favole di Trilussa dalla copertina figurata in tessuto colorato, ricca come un piccolo arazzo. L’arte che invece non praticò mai fu la pittura da cavalletto destinata agli amatori privati. Infatti fu un fedele seguace dell’ideologia umanitaria di William Morris, e concepì sempre la sua arte come opera di divulgazione popolare, come educazione al bello per le masse, e all’inverso,impose al gusto contemporaneo eleganti idealizzazioni di oggetti rustici – mobili, maioliche – che potessero
rendere consapevole il pubblico borghese dell’atavica bellezza degli strumenti del lavoro contadino.
In mostra due prestigiosi mobili dimostrano la sua unicità strepitosa di artista-artigiano. Il suo amore quasi religioso, ma laico, per Roma, la Roma antica svelata dalle scoperte archeologiche a lui contemporanee si riversò soprattutto nella creazione delle “Leggende Romane”, prima tempere e poi xilografie a cui lavorò tutta la vita, Cambellotti creò un neoclassicismo – ma sarebbe meglio dire neo-arcaismo – tutto suo, espressionista e rustico. Socialista umanitario, moderato e pacifista sempre, resuscitò in senso popolare e repubblicano la simbologia romana del fascio, dell’aquila e della lupa molto prima dell’avvento del fascismo, che quando arrivò al potere se ne impadronì trovando in Cambellotti un repertorio simbolico già bello e fatto. Delle “Leggende Romane”, vi sono diverse tavole originali e numerosi studi relativi, nonché le rare tirature originali di alcune xilografie della serie che rimase inedita finché l’artista fu in vita. Oltre che per Roma, Il suo amore per l’Agro Romano e Pontino lo portarono a studiare gli alberi e le piante, gli animali, i paesaggi, le abitazioni, le genti ed i costumi della campagna attorno a Roma, per conservarne il ricordo in forme artisticamente stilizzate e inconfondibili, diffondendone le immagini al fine di sensibilizzare la società sulle condizioni di arretratezza, fatica, miseria e malattia in cui vivevano i contadini dei latifondi malarici.
Con Giovanni Cena, Giacomo Balla, Sibilla Aleramo e Alessandro Marcucci e altri intellettuali umanitari del tempo fu attivo per promuovere le scuole per i figli dei contadini a cui prestò la propria opera di decoratore in edifici in cui il rustico artistico delle cose familiari accogliesse i bambini in ambienti pratici e salubri. L’osservazione degli usi atavici lo portò a studiare la Roma
antica delle origini, in un tempo in cui gli scavi al Foro e al Palatino ne portavano alla luce resti e memorie.
Illustratore di propaganda nella Prima Guerra Mondiale, creatore di singolari monumenti ai caduti nel primo dopoguerra – Terracina, Priverno – Cambellotti fu anche coinvolto nell’opera delle nuove città di fondazione della Bonifica Pontina. Sua la smisurata pittura murale con la “Conquista della Terra” che orna il palazzo della prefettura di Latina.
Terracina era infatti la sua residenza estiva, dove abitava la pittoresca Torre Frangipane, dall’alto della quale- come si vede in mostra – ha immortalato un volo di rondini in uno splendido disegno in cui le volanti messaggere della primavera si librano alte e grandissime al di sopra dei tetti del paese minuscoli e lontani.
In mostra i gessi originali di due delle tre Dolenti del Monumento ai Caduti di Terracina, uno splendido bronzo de “La Corazza” celebrazione dell’antico guerriero contadino italico, un gesso di leonessa, un commovente presepe di terracotta magistralmente dipinto. Delle “Leggende Romane” la tempera più antica del Ponte Sublicio e tre altre leggende, Marte, Orazio Coclite e l’Origine del Campidoglio, stampate da Cambellotti in vita. Acquarelli e disegni preparatori per la casa dei Mutilati di Siracusa, dove i soldati feriti sono tramutati in dolorosi tronchi potati carichi d’armi. La xilografia di Terracina bombardata e il suo disegno preparatorio, “La Legnara” che fa parte di un poema iconografico dedicato al Circeo e alla navigazione antica. Manifesti e tempere preparatorie per le tragedie greche messe in scena a Siracusa. Una serie di medaglie di bronzo con le relative preparazioni in gesso e cera mostrano a qual punto alta fosse la maestria di Cambellotti in quest’arte nella quale egli fu davvero un Cellini del XX secolo. Un cartone di vetrata, disegno smisurato per l’oculo della facciata del Duomo di Teramo, mostra una Vergine tra gli angeli circondata di fiori come una donna Liberty.
Numerose le piccole illustrazioni per libri che mostrano la sapienza grafica di Cambellotti disegnatore, non solo di tavole, ma anche di vignette testate e finalini, una maniera di adornare il libro in ogni sua parte affinché la parte dell’artista fosse pari a quella dell’autore del libro. E in ciò fu superiore, di molti libri avremmo perduto la memoria se non vi fossero le figure di Cambellotti a
renderli preziosi. Tra le opere presentate a Roma rammentiamo, un “Buttero” insieme rustico e futurista appartenuto a Bruno Mussolini, le bronzee conche “dei Cavalli” e “dei Bufali” prodigio di naturalismo e sinteticità formale, e un vaso di bucchero, resurrezione dell’antica tecnica etrusca, ornato dai segni dello Zodiaco. Si segnalano anche le meravigliose illustrazioni per il Prometeo e i Sette contro Tebe di Eschilo, e i modellini di scenografie, come quello per “L’Aiace” e per “L’Ecuba”, dove le linee del modernismo si sposano con l’evocazione dell’antichità remota, tanto da rendere contemporaneo lo stile dell’Ellade primitiva.
NOTIZIE UTILI
Dove: Roma, nuova sede della Galleria W.Apolloni, Via Margutta 53B
Vernissage: venerdì 27 ore 18.00
Quando: dal Venerdì 27 ottobre, ore 18.00 al 23 dicembre 2017

CATALOGO: Io sono Cambellotti

Marisa Mori – Pittrice futurista lirica volante

Marisa Mori

Pittrice futurista lirica volante

A torino in occasione della fiera d’arte Flash Back

Pala Alpitour|Isozaki – Torino

Ingresso unico Piazza d’armi

Da Giovedì 2 Novembre a Domenica 5 Novembre 2017

Orario: 11.00 – 20.00

Marisa Mori.

Autoritratto, 1930

Olio su tavola, c/c 44×51

Disegni e sculture del ‘900

20 settembre – 1 ottobre 2017

Disegni e sculture del ‘900

 

Piazza san Felice, 10

50125 – Firenze

 

Aperta tutti i giorni

9.00 – 19.00

Disegni smisurati, ovvero cartoni, prodromi di affreschi e vetrate del primo ‘900 italiano, quando il disegnare era ancora la prima condizione necessaria del fare arte. Grandi veline di regime, carte da ricalco per i grandi murali di Mario Sironi, bozzetti dei grandi mosaici pensati da Gino Severini, o figure klimtiane del misconosciuto Bargellini, fantasmi classici che ancora sfilano sulle pareti di ministeri, grandi banche e terme. Carte colorate, curve e spigoli agitati  dall’invenzione futurista di Giacomo Balla, nel piccolo spazio di paralumi, in una lettera travolgente dai caratteri moltiplicati e enfatizzati dall’entusiasmo per la nuova arte che voleva il futuro subito.
Un’antologia del disegno novecentesco al cui cospetto si stagliano eleganti sculture del novecento toscano, moderne, ma di gusto antico, come se nel bronzo  ancora avessero memoria delle fusioni del Rinascimento.

Alberto Martini dei Misteri

Dopo il successo nei locali della Galleria del Laoocoonte, la mostra “Alberto Martini dei Misteri” sarà ospitata alla Galleria W. Apolloni in via del Babuino 132-134.

Di Alberto Martini (Oderzo 1876 – Milano 1954) saranno esposte oltre ad alcune tavole per i racconti di Edgar Allan Poe, le belle litografie, studi per illustrazioni, come quelle realizzate per La Lettura del Corriere della Sera, ed infine uno dei suoi più affascinanti autoritratti giovanili, un vero e proprio capolavoro di maestria della penna che immortala l’artista come il dandy decadente per eccellenza, o piuttosto per inarrivabile eleganza.

Il Poema delle Ombre

Il libro o poema delle ombre è un’opera misteriosa eseguita da Alberto Martini nel 1904 e continuata ancora nel 1909-10. Forse doveva illustrare un poema o addirittura un testo teatrale di cui però non abbiamo traccia se non la sintetica lista di un enigmatico sommario che rende ancora più misteriosa la funzione delle illustrazioni. Un coro muto di maschere ci guarda. C’è Venezia e il suo carnevale, ma ci sono maschere di congiurati, forse di ladri e di assassini, ma anche voluttuose maschere femminili velate che fanno pensare a congiure d’altro genere, a segreti convegni, a baci tra amanti ignoti gli uni a gli altri, ad una Venezia notturna tra Casanova e la marchesa Casati.

Il Poema delle Ombre, 1904-10, china acquarellata su carta, 15 x 19.
William Wilson, 1936, china su cartoncino, cm 26×37

Il Poema delle Ombre, 1904 – 1910, china acquerellata su carta, cm 19.4×15.2

Duilio Cambellotti a Sabaudia – dal 19 maggio al 16 luglio 2017

Duilio Cambellotti

Una mostra della Galleria del Laocoonte di Roma

A Sabaudia, presso il Museo Emilio Greco

Sala espositiva – Piazza comunale – Corte del Comune

prorogata fino al 16 Luglio 2017

 

Maggio
da Lunedì a Venerdì h 16.00-19.00
Sabato e Domenica h 10.00-13.00 / 16.00-19.00


Giugno
da Lunedì a Venerdì h 17.30-20.30
Sabato e Domenica h 10.00-13.00 / 17.30-20.30


Luglio
da Lunedì a Domenica h 19.00-23.00

 

Mostra a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli

Quello invece che ho visto un po’ meglio… è La redenzione dell’Agro che sta in prefettura a Latina, nel grande salone di rappresentanza. Adesso lì ci si riunisce il consiglio provinciale, ma quella volta ci stava ancora il prefetto e ci eravamo andati tutti e mille in tuta blu lì sotto, nella piazza, a urlare e strombettare perché erano quattro mesi che non ci pagavano. Fu lui che ci fece salire su – «Solo il Consiglio di fabbrica, però» – e noi entrammo e vedemmo quell’affare. Tutti con gli occhi in alto stavamo, tutti zitti senza neanche più ricordare – per qualche minuto – perché ci eravamo venuti. Poi Palude disse: «Ahò!», mi diede una strattonata, ci riscotemmo e cominciammo a argomentare.

 

Antonio PENNACCHI, dall’introduzione del Catalogo dell Mostra, Duilio Cambellotti, 19 maggio – 2 luglio 2017.

 

La Galleria del Laocoonte di Roma presenta a Sabaudia una copiosa raccolta di opere di Duilio Cambellotti (Roma 1876-1960), artista di schietta e programmatica romanità, che padroneggiando ogni tecnica e materiali, fu poliedrico ed eclettico creatore di sculture di bronzo, legno, pietra e terracotta,di medaglie, di pitture murali, di vetrate, di maioliche, di incisioni e xilografie, di mobili e arredi. Fu anche scenografo, costumista, “metteur en scène”, soprattutto per il teatro classico a Siracusa e ad Ostia, ma anche per il cinematografo, dagli inizi del muto fino al neorealismo del dopoguerra.

Il suo primo trionfo artistico, del resto, fu l’allestimento della prima rappresentazione de “La Nave” di Gabriele d’Annunzio, nel 1908. Fu anche creatore di manifesti come quello per l’Esposizione Internazionale di Roma del 1911, ed illustratore di numerosissimi libri. In mostra sarà la lussuosa edizione delle favole di Trilussa dalla copertina figurata in tessuto colorato, ricca come un piccolo arazzo.

L’arte che non praticò mai fu la pittura da cavalletto destinata agli amatori privati. Infatti fu un fedele seguace dell’ideologia umanitaria di William Morris, e concepì sempre la sua arte come opera di divulgazione popolare, come educazione al bello per le masse, e all’inverso,impose al gusto contemporaneo eleganti idealizzazioni di oggetti rustici – mobili, maioliche – che potessero rendere consapevole il pubblico borghese dell’atavica bellezza degli strumenti del lavoro contadino.

Il suo amore per l’Agro Romano e Pontino lo portarono a studiare gli alberi e le piante, gli animali, i paesaggi, le abitazioni, le genti ed i costumi della campagna attorno a Roma, per conservarne il ricordo in forme artisticamente stilizzate e inconfondibili, diffondendone le immagini al fine di sensibilizzare la società sulle condizioni di arretratezza, fatica, miseria e malattia in cui vivevano i contadini dei latifondi malarici. Con Giovanni Cena, Giacomo Balla, Sibilla Aleramo e Alessandro Marcucci fu attivo per promuovere le scuole per i figli dei contadini a cui prestò la propria opera di decoratore in edifici in cui il rustico artistico delle cose familiari accogliesse i bambini in ambienti pratici e salubri. L’osservazione degli usi atavici lo portò a studiare la Roma antica delle origini, in un tempo in cui gli scavi al Foro e al Palatino ne portavano alla luce resti e memorie. Nelle “Leggende Romane”, prima tempere e poi xilografie a cui lavorò tutta la vita, Cambellotti creò un neoclassicismo tutto suo, espressionista e rustico. Cambellotti, socialista umanitario, moderato e pacifista sempre, resuscitò la simbologia romana del fascio, dell’aquila e della lupa molto prima dell’avvento del fascismo, che quando venne se ne impadronì trovandosi un repertorio simbolico già bello e fatto.

Illustratore di propaganda nella Prima Guerra Mondiale, creatore di singolari monumenti ai caduti nel primo dopoguerra – Terracina, Priverno – Cambellotti fu anche coinvolto nell’opera delle nuove città di fondazione della Bonifica Pontina. Sua la smisurata pittura murale con la “Conquista della Terra” che orna il palazzo della prefettura di Latina.

Terracina era infatti la sua residenza estiva, dove abitava la pittoresca Torre Frangipane, dall’alto della quale- come si vede in mostra – ha immortalato un volo di rondini in uno splendido disegno in cui le volanti messaggere della primavera si librano alte e grandissime al di sopra dei tetti del paese minuscoli e lontani.

In mostra i gessi originali di due delle tre Dolenti del Monumento ai Caduti di Terracina, uno splendido bronzo de “La Corazza” celebrazione dell’antico guerriero contadino italico, un gesso di leonessa, un commovente presepe di terracotta magistralmente dipinto. Delle “Leggende Romane” la tempera più antica del Ponte Sublicio e tre altre leggende, Marte, Orazio Coclite e l’Origine del Campidoglio, stampate da Cambellotti in vita. Acquarelli e disegni preparatori per la casa dei Mutilati di Siracusa, dove i soldati feriti sono tramutati in dolorosi tronchi potati carichi d’armi.

La xilografia di Terracina bombardata e il suo disegno preparatorio, “La Legnara”, che fa parte di un poema iconografico dedicato al Circeo e alla navigazione antica. Manifesti e tempere preparatorie per le tragedie greche messe in scena a Siracusa. Una serie di medaglie di bronzo con le relative preparazioni in gesso e cera mostrano a qual punto alta fosse la maestria di Cambellotti in quest’arte nella quale egli fu davvero un Cellini del XX secolo. Un cartone di vetrata, per l’oculo della facciata del Duomo di Teramo, mostra una Vergine tra gli angeli circondata di fiori come una donna Liberty.

Numerose le piccole illustrazioni per libri che mostrano la sapienza grafica di Cambellotti disegnatore, non solo di tavole, ma anche di vignette testate e finalini, una maniera di adornare il libro in ogni sua parte affinché quella dell’artista fosse pari a quella dell’autore del libro. E in ciò fu superiore, di molti libri avremmo perduto la memoria se non vi fossero le figure di Cambellotti a renderli preziosi.

Il Catalogo a cura di Monica Cardarelli e Marco Fabio Apolloni, (De Luca Editori d’Arte), è introdotto da uno scritto di Antonio Pennacchi, l’epico romanziere di “Canale Mussolini”, e si avvale della collaborazione di Anna Maria Damigella, Francesco Parisi e Francesco Tetro.

Duilio Cambellotti, Le Furie. Studio per il manifesto dell’Edipo a Colono, 1936, tempera su carta.
Duilio Cambellotti, Le Rondini. Terracina, inchiostro e tempera su carta..

Alberto Martini

Dopo il successo della mostra Maschere del ‘900, la Galleria del Laocoonte ha deciso di non smontare l’esposizione del Poema delle Ombre di Alberto Martini, affiancando ad esso una scelta di opere dello stesso artista. Di Alberto Martini (Oderzo 1876 – Milano 1954) saranno esposte oltre ad alcune tavole per i racconti di Edgar Allan Poe, le belle litografie, studi per illustrazioni, come quelle realizzate per La Lettura del Corriere della Sera, ed infine uno dei suoi più affascinanti autoritratti giovanili, un vero e proprio capolavoro di maestria della penna che immortala l’artista come il dandy decadente per eccellenza, o piuttosto per inarrivabile eleganza.

Il Poema delle Ombre

Il libro o poema delle ombre è un’opera misteriosa eseguita da Alberto Martini nel 1904 e continuata ancora nel 1909-10. Forse doveva illustrare un poema o addirittura un testo teatrale di cui però non abbiamo traccia se non la sintetica lista di un enigmatico sommario che rende ancora più misteriosa la funzione delle illustrazioni. Un coro muto di maschere ci guarda. C’è Venezia e il suo carnevale, ma ci sono maschere di congiurati, forse di ladri e di assassini, ma anche voluttuose maschere femminili velate che fanno pensare a congiure d’altro genere, a segreti convegni, a baci tra amanti ignoti gli uni a gli altri, ad una Venezia notturna tra Casanova e la marchesa Casati.

Macbeth atto V, 1910, china su cartoncino, cm 36 x 25,5
Il Poema delle Ombre, 1904-10, china acquarellata su carta, 15 x 19.
Le yovevr d’echecs de maetzel, 1914, china su cartoncino, cm 25,8×18
William Wilson, 1936, china su cartoncino, cm 26×37

Il Poema delle Ombre, 1904 – 1910, china acquerellata su carta, cm 19.4×15.2

Bologna – Clerici – Omaggio a Savinio – dal 19 al 28 marzo 2017

CLERICI: Omaggio a Savinio

Una mostra della Galleria del Laocoonte di Roma

A Bologna, presso la Galleria Fondantico di Tiziana Sassoli

via de’ Pepoli, 6E

dal 19 al 28 Marzo 2017

h 10.00-13.00 16.00-19.00

 

Mostra a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli

I 39 disegni originali che hanno dato vita a quel capolavoro del divertissement culturale di Fabrizio Clerici che è Alle cinque da Savinio, è oggetto di una preziosa esposizione a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli fondatori della Galleria del Laocoonte che sarà ospitata nella prestigiosa Galleria Fondoantico di Tiziana Sassoli in via de’ Pepoli, 6E.

I disegni, tracciati a mano libera, quasi sempre con un pennarello rosso fine, vengono proposti in mostra accanto ad una attenta selezione di opere di Alberto Savinio. Tra esse, Maria Antonietta e Luigi XVI, disegno per una delle tavole dei Processi Celebri, un Tiresia monocolo dallo scaligero Oedipus rex di Strawinskij, un’acquarello di Poltromamma ed ancora, un disegno preparatorio per un Ritratto di Signora con testa d’uccello dal becco a spatola.

La mostra, rievocando la celebre pubblicazione affidata nel 1983 all’edizione di Franca May, fa rivivere l’amicizia fra Savinio e Fabrizio Clerici che di quel volume illustrato fu l’autore delle tavole e il committente. L’arte di Clerici sarà presente in mostra anche con il suo dipinto Il sogno di Lessing, dedicato, non a caso, al Laocoonte. Con questa citazione infatti si inanella un ciclo, perché è oggi la Galleria romana del Laocoonte a conservare 39 tavole dell’omaggio a Savinio qui esposte.

Fabrizio Clerici, con un naso così importante e nobilmente adunco, poteva sembrare a prima vista un rapace, ma bastava ascoltare la sua voce educata, i suoi discorsi raffinati in cui erano spesso incastonate, nel suo italiano di milanese vissuto a Roma sin da bambino, qua e là parole e frasi francesi, per capire che egli non era uccello da preda, ma piuttosto un distintissimo trampoliere, una gru, un airone, a cui madre natura aveva dato per sopravvivere il dono supremo dell’eleganza e lunghe gambe dall’alto delle quali poter osservare la bassa corte in cui razzoliamo noi bipedi ordinari.

Così quando quest’artista surreale e metafisico, nel 1983, fece stampare presso le edizioni di Franca May, il volume di illustrazioni “Alle Cinque da Savinio”, con prefazione di Leonardo Sciascia, tutti videro, nel repertorio ornitologico in 48 tavole, in cui uccelli di ogni razza interpretavano come in “tableaux vivants” le scene di vita quotidiana e le cerimonie di un’umanità borghese ormai scomparsa, un esercizio estremo nel genere dell’autoritratto: non nel rappresentare se stessi, ma tutti gli altri come se stessi.

Eppure non sappiamo se Fabrizio Clerici fosse cosciente di questo risultato. Il pittore, lo scrittore a cui l’omaggio è dedicato, Andrea De Chirico (Atene 1891 – Roma 1952) in arte e per i posteri ormai Alberto Savinio, invece lo sapeva. Quando ritrasse se stesso si rappresentò – si vide – con una testa di civetta su di un corpo umano, caro ad Atena Dea dell’intelletto e simbolo del notturno studio. E dalle favole di Esopo fino alle Scene della Vita degli Animali di Grandville, rappresentare gli uomini come bestie è sempre stata arte di caricatura e satira sociale. Satira garbata, di un borghese che mette in caricatura i borghesi pari suoi, ma pur sempre caricatura, che è come dice il nome, mettere in ciò che si rappresenta di più di ciò che gli occhi vedono. Meglio, nel caso di Savinio, vedere la vera immagine della persona al di là degli ingannevoli tratti somatici umani: così anche la Madonna dell’Annunciazione può divenire uno struzzo o un uccello dal becco a scarpa, un’elegante Signora con Ventaglio un casuario o una papera, un eroe classicamente nudo portare sopra il collo la testa di un gallo o di un germano reale. Forse gli uccelli, se si potessero vedere così, se ne potrebbero avere a male, ma non la borghesia per la quale Savinio dipingeva, quando ancora si facevano ritratti “seri” di Signore con Ventaglio o quando il Duce del Fascismo poteva venir rappresentato seriamente nudo come un eroe grecoromano.

Fabrizio Clerici (Milano 1913 – Roma 1993) è stato l’ultimo surrealista, l’ultimo metafisico, non tanto d’Italia, ma di una cosmopoli elegante che ha esalato il suo canto del cigno prima del ’68, prima dell’ineluttabile volgarità trasversale di massa che tutto ha travolto sotto la mascheratura delle provocazioni d’avanguardia. “Il Minotauro che accusa sua Madre”, “Il Sonno Romano”, “Le Confessioni palermitane”, sono da considerarsi ancor’oggi, e forse oggi ancora di più, dei legittimi capolavori. Da Savinio lo separavano ventidue anni, eppure con Savinio ebbe tra guerra e dopoguerra un sodalizio di cui rimane concreta testimonianza scritta in “Ascolto il tuo cuore città” (1944), passeggiata e divagazione letteraria in giro per Milano in cui il giovane Clerici è continuamente evocato come compagno e deuteragonista – cioè secondo attore. Due anni prima, un’introduzione di Savinio aveva accompagnato dieci litografie di “Capricci”, che lo scrittore afferma in modo lusinghiero doversi guardare “col terzo occhio che al dire degli stoici ci portiamo al sommo del cervello, e col quale guardiamo i sogni”.

Trent’anni dopo la morte dell’amico, Clerici si divaga di un’inverno di malattia riempiendo un piccolo album di Scene di Vita di Volatili borghesi, ritratti alla maniera di Savinio, spesso in camere e sale metafisicamente spoglie, impegnati nella liturgia sociale di una belle époque che par precedere la prima guerra mondiale. Un tempo lontanissimo che però Savinio aveva vissuto, cantato in prosa ne “L’Infanzia di Nivasio Dolcemare”, e trasfigurato nei suoi quadri ritraendo in modo visionario le vecchie foto della sua famiglia dove i genitori si trasformano in confortevoli poltrone da salotto.

Maschere del ‘900

MASCHERE DEL ‘900

dal 5 al 28 febbraio

presso i locali della Galleria

Gino Severini e le sue maschere geometricamente disegnate, Corrado Cagli, un capolavoro giovanile di Aligi Sassu, una rara mascherina di bronzo di Roberto Melli del 1913, già esposta alla Secessione Romana, sono tra le cose più notevoli di questa mostra sul tema della maschera, dei personaggi della commedia dell’arte, del canevale nell’arte del ‘900 italiano. E’ un repertorio dove i maggiori si mescolano allegramente, come in un veglione appunto, ai piccoli maestri, il solenne con il grazioso, lo scherzo con la mascherata tragica come nel caso della splendida illustrazione di Alberto Martini per il racconto di Poe “Hop Frog”. Vi sono anche le melanconiche maschere romanesche di Angelo Urbani del Fabbretto, guitti in bolletta e infreddoliti. Oppure una piazza San Mrco tutta in maschera, una pittura di quasi quattro metri del poco noto Ugo Rossi, che ornava la sala da ballo di un lussuoso transatlantico del dopoguerra.

 

IL LIBRO DELLE OMBRE: LE MASCHERE NERE DI ALBERTO

 

Il pezzo forte della mostra “Maschere del ‘900” è la presentazione della serie di disegni a china su carta di Alberto Martini che compongono il ciclo “Venezia. Il Libro delle Ombre”, ideato dall’artista tra il 1909 e il 1910 sul tema della maschera. Galanti maschere veneziane, ma anche maschere come ne portavano i ladri e i personaggi del mistero nei romanzi d’appendice, i clienti di case equivoche che nascondevano il volto per poter con sicurezza esporre il corpo nudo alle perversione del caso. Mascherine, ma anche larve, secondo l’antico e desueto sinonimo che accomuna le maschere ai fantasmi. Alberto Martini si conferma in questa serie il  ”mago del bianco e nero”, straordinario interprete e traduttore del bizzarro. Le sue “Maschere” sono fluide macchie, ideogrammi di un misterioso enigma.

Alberto Martii -

Artisti presenti in mostra:

Alberto Martini

Corrado Cagli

Oscar Ghiglia

Gino Severini

Mino Maccari

Enrico Sacchetti

Urbani del Fabretto

Aligi Sassù

Ugo Rossi

Mario Pompei

CARTONI! Disegni smisurati del ‘900 italiano

CARTONI! Disegni smisurati del ‘900 italiano

 

Dal 25 al 31 gennaio 2017

 

Bologna Chiesa di S. Maria del Buon Pastore.

Il cartone, com’è noto, è un disegno grande quanto l’opera o la parte di opera che l’artista intende realizzare. Debba essere questa un quadro, un affresco, una vetrata, un mosaico o un arazzo, il cartone è una realizzazione necessaria affinché l’opera sia portata a termine dall’artista stesso o dalle maestranze
specializzate che devono materialmente compierla.

Non deve stupire dunque che nel ‘900 italiano, legato al ritorno alle tecniche di decorazione antiche e tradizionali, sopravvivano questi grandi fogli su cui l’ispirazione dell’artista, già spesa in studi, schizzi, modelli e bozzetti, ha saputo trovare finalmente la vera misura e le linee definitive della forma del proprio lavoro.

Certo, tracciare sull’intonaco o la tela il disegno è solo il principio dell’opera quando essa è pittura, mentre il cartone per mosaico o arazzo è spesso già colorato dal pittore e dunque “finito” per ciò che lo riguarda. In ogni caso dopo il cartone è raro che l’artista abbia pentimenti e che dunque vi siano grandi differenze rispetto al risultato definitivo. E’ dunque il cartone l’ultimo luogo delle incertezze, dei ripensamenti, dei cambiamenti improvvisi in corso d’opera. Sono le cancellature, le correzioni, ciò che rendono il cartone una sorta di sindone di carta di tutta la passione e le sofferenze di un artista nel
corso della creazione del proprio capolavoro. E’ questa qualità del cartone in cui l’opera d’arte e il documento di lavoro si confondono che costituiscono la sua maggiore attrattiva. Se imperturbabile nella sua durevolezza è il buon fresco, brillante il mosaico, splendente la vetrata, il cartone invece non mostra solo gli accidenti occorsi durante la lavorazione, ma il tempo anche lo rende fragile come un antico documento autografo. Da qui la sua preziosità, la  reverenza con cui esso va trattato e mostrato.

La Galleria del Laocoonte di Roma ha adunato più di una ventina di cartoni di maestri del ‘900 italiano,
rastrellati dal mercato dell’arte o direttamente dagli eredi degli artisti, per costituire una sorta di pinacoteca di “disegni smisurati” per dimostrare l’alto livello dell’esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso.

Si va dal dannunziano Adolfo De Carolis di cui si espone il grande foglio preparatorio del dipinto primavera (1903) ad una monumentale figura di Mario Sironi che pare scolpita nella roccia a colpi di grafite. Del poliedrico Duilio Cambellotti è esposto il cartone per il rosone realizzato in vetri colorati per la Cattedrale di Teramo, oltre a due disegni preparatori per i manifesti del film Fabiola, peplum cristiano che fu uno dei primi kolossal italiani del immediato dopoguerra. Due maestosi cartoni per gli affreschi dello scalone del palazzo dell’INA a Roma – ora proprietà dell’Ambasciata Americana – sono opera del quasi dimenticato Giulio Bargellini (Firenze 1875- Roma 1936), frescante instancabile
di terme, banche e ministeri dove andò traducendo in italiano le archeologie viventi di Alma Tadema e le bellezze femminili che Klimt aveva trasformato in sontuose carte da parati. Di questo artista la Galleria del Laocoonte sta preparando una grande mostra e il catalogo generale delle opere.

Achille Funi (Ferrara 1890 – Appiano Gentile, Como 1972) non è stato solo un formidabile frescante ma un restauratore in chiave moderna dell’arte di Giotto e Piero della Francesca con l’intento di ridar vita nell’Italia contemporanea alla storia antica, al medioevo e al rinascimento, raccontandola ai contemporanei come una favola mitologica. Naturale che egli qui abbia la parte del leone, con due schiere di soldati romani disegnati per il Martirio di S.Giorgio per la chiesa omonima a Milano in via Torino, le figure di Didone e della sorella Anna per la sala dell’Eneide, affresco effimero eseguito per la Triennale di Monza del 1930, una Zuffa di Cavalieri nella “Battaglia” di Legnano per la Sala Consiliare del Municipio di Bergamo ed infine la Vergine annunciata, cartone colorato a pastello per la pittura della chiesa di San Francesco a Tripoli, in cui ha raffigurato la propria allieva e amante Felicita Frai.

Di Gino Severini è una Madonna con Bambino per la Cattedrale di Losanna. Di Galileo Chini una delle virtù, che ornavano il Padiglione delle Esposizioni della Biennale di Venezia. Il cartone di carta lucida, perforato per il trasferimento a spolvero, ha assunto con il tempo l’aspetto di un’antica pergamena,
mentre la figura, i cui contorni sono definiti dalla polvere di carboncino rimasta nei fori, ha l’aspetto di un apparizione irreale.

Publio Morbiducci  (1889-1963), l’autore del Monumento al Bersagliere a Porta Pia, è l’autore di una serie di disegni con trionfi di spoglie militari in cui le armi dell’antichità classica sono commiste con quelle moderne dell’ultima guerra. Erano per grandi pannelli in vetro smerigliato, ma la sconfitta di quelle armi stesse venne prima della realizzazione finale. Del calabrese Achille Capizzano, autore tra l’altro di alcuni mosaici del Foro Italico, sono presentate due scene dalla divina Commedia ispirate ad antiche xilografie.

Infine di Ottone Rosai è un Giovinetto Crocifisso sospeso quasi a grandezza naturale su un vasto foglio, in cui il rovello del disegno per rendere l’anatomia del corpo si traduce in un’apparenza espressionista di grande pathos, in cui l’immagine sacra è anche sacra rappresentazione della propria tormentata omosessualità.

Marco Fabio Apolloni

Artisti rappresentati in mostra:

Sironi Mario

Severini Gino

Savinio Alberto

Cambellotti Duilio

Funi Achille

Bargellini Giulio

Morbiducci Publio

Capizzano Achille

De Carolis Adolfo

Chini Galileo

CLERICI – Omaggio a Savinio

Clerici – Omaggio a Savinio

Innaugurazione venerdì 16 dicembre 2016 dalle 18:00

Orari: Lunedì 15.00-19.00; dal martedì al venerdì 10.00-13.00 / 15.00-19.00; sabato 10.00-13.00

Presso i locali della galleria

Con un naso così importante e nobilmente adunco come il suo, Fabrizio Clerici poteva sembrare solo a prima vista un rapace, ma bastava ascoltare la sua voce educata, i suoi discorsi raffinati in cui erano spesso incastonate, nel suo italiano di milanese vissuto a Roma sin da bambino, qua e là parole e frasi francesi, per capire che egli non era uccello da preda, ma piuttosto un distintissimo trampoliere, una gru, un airone, a cui madre natura aveva dato per sopravvivere il dono supremo dell’eleganza e lunghe gambe dall’alto delle quali poter osservare la bassa corte in cui razzoliamo noi bipedi ordinari.

Così quando quest’artista surreale e metafisico, nel 1983, fece stampare presso le edizioni di Franca May, il volume di illustrazioni “Alle Cinque da Savinio”, tutti videro, nel repertorio ornitologico in 48 tavole, in cui uccelli di ogni razza interpretavano come in “tableaux vivants” le scene di vita quotidiana e le cerimonie di un’umanità borghese ormai scomparsa, un esercizio estremo nel genere dell’autoritratto: non nel rappresentare se stessi, ma tutti gli altri come se stessi. Eppure non sappiamo se Fabrizio Clerici fosse cosciente di questo risultato. Il pittore, lo scrittore a cui l’omaggio è dedicato, Andrea De Chirico (Atene 1891 – Roma 1952) in arte e per i posteri ormai Alberto Savinio, invece lo sapeva. Quando ritrasse se stesso si rappresentò – si vide – con una testa di gufo su di un corpo umano, caro ad Atena Dea dell’intelletto, simbolo del notturno studio, ma pur sempre gufo. E dalle favole di Esopo fino alle Scene della Vita degli Animali di Granville, rappresentare gli uomini come bestie è sempre stata arte di caricatura e satira sociale. Satira garbata, di un borghese che mette in caricatura i borghesi pari suoi, ma pur sempre caricatura, che è come dice il nome, mettere in ciò che si rappresenta di più di ciò che gli occhi vedono. Meglio, nel caso di Savinio, vedere la vera immagine della persona al di là degli ingannevoli tratti somatici umani: così anche la Madonna dell’Annunciazione può divenire uno struzzo o un uccello dal becco a scarpa, un’elegante Signora con Ventaglio un casuario o una papera, un eroe classicamente nudo portare sopra il collo la testa di un gallo o di un germano reale. Forse gli uccelli, se si potessero vedere così, se ne potrebbero avere a male, ma non la borghesia per la quale Savinio dipingeva, quando ancora si facevano ritratti “seri” di Signore con Ventaglio o quando il Duce del Fascismo poteva venir rappresentato seriamente nudo come un eroe grecoromano.

Fabrizio Clerici (Milano 1913 – Roma 1993) è stato l’ultimo surrealista, l’ultimo metafisico, non tanto d’Italia, ma di una cosmopoli elegante che ha esalato il suo canto del cigno prima del ’68, prima dell’ineluttabile volgarità trasversale di massa che tutto ha travolto sotto la mascheratura delle provocazioni d’avanguardia. “Il Minotauro che accusa sua Madre”, “Il Sonno Romano”, “Le Confessioni palermitane”, sono da considerarsi ancor’oggi, e forse oggi ancora di più, dei legittimi capolavori. Da Savinio lo separavano ventidue anni, eppure con Savinio ebbe tra guerra e dopoguerra un sodalizio di cui rimane concreta testimonianza scritta in “Ascolto il tuo cuore città” (1944), passeggiata e divagazione letteraria in giro per Milano in cui il giovane Clerici è continuamente evocato come compagno e deuteragonista – cioè secondo attore. Due anni prima, un’introduzione di Savinio aveva accompagnato dieci litografie di “Capricci”, che lo scrittore afferma in modo lusinghiero doversi guardare “col terzo occhio ancora che al dire degli stoici ci portiamo al sommo del cervello, e col quale guardiamo i sogni”.

Trent’anni dopo la morte dell’amico, Clerici si divaga di un’inverno di malattia riempiendo un piccolo album di Scene di Vita di Volatili borghesi, ritratti alla maniera di Savinio, spesso in camere e sale metafisicamente spoglie, impegnati nella liturgia sociale di una belle époque che par precedere la prima guerra mondiale. Un tempo lontanissimo che però Savinio aveva vissuto, cantato in prosa ne “L’Infanzia di Nivasio Dolcemare”, e trasfigurato nei suoi quadri ritraendo in modo visionario le vecchie foto della sua famiglia dove i genitori si trasformano in confortevoli poltrone da salotto.

Una volta Fabrizio Clerici mi portò all’hotel Ambasciatori di Roma, costruito da suo padre nel 1927; fu infatti il padre, Gino, a chiamare Guido Cadorin per affrescare il salone da ballo. Tra gli ospiti dipinti in festa, vestiti come per un invito del Grande Gatsby, mi indicava suo padre sua madre e un bambino vestito alla marinara: “Non sono io, è mio fratello Gustavo, più grande di me. Ero troppo piccolo per posare.” Quella era la sua belle époque.

La Galleria del Laocoonte ha acquistato l’album dei disegni originali di “Alle cinque da Savinio”, 39 disegni tracciati a mano libera, quasi sempre con un pennarello rosso fine, e li esporrà a partire dal 16 dicembre nelle proprie sale di via Monterone 13 e 13 a. Accompagnano la mostra alcune opere di Alberto Savinio: “Maria Antonietta e Luigi XVI”, disegno per una delle tavole dei “Processi Celebri”, il disegno originale e due litografie per “Loterie clandestine” del 1948, un’acquarello di “Poltromamma” e un disegno preparatorio per un “Ritratto di Signora con testa d’uccello dal becco a spatola”. Di Clerici si espone anche un dipinto “Il sogno di Lessing”, dedicato al Laocoonte.

 

Marco Fabio Apolloni

Cartoni!

Dal 30 settembre al 30 novembre 2016

Artisti rappresentati in mostra:

Sironi Mario

Severini Gino

Savinio Alberto

Cambellotti Duilio

Funi Achille

Bargellini Giulio

Morbiducci Publio

Capizzano Achille

De Carolis Adolfo

Chini Galileo

La Laocoonte di Lea Monetti

LA LAOCOONTE DI LEA MONETTI

A CURA DELLA GALLERIA DEL LAOCOONTE

 

DOPO L’ESPOSIZIONE AD ARTE FIERA 2016 DI BOLOGNA LA MOSTRA VIENE INAUGURATA NEI LOCALI DELLA GALLERIA

INAUGURAZIONE MARTEDÌ 8 MARZO 2016 ORE 18:00

 

Orari: Dal martedì al sabato – 10.00-13.00/ 15.30-19.30
Ingresso gratuito

 

L’ESPOSIZIONE

In occasione del prossimo 8 marzo verrà presentata, presso la Galleria del Laocoonte di Roma, una eccezionale opera d’arte in bronzo, creata dalla scultrice Lea Monetti. Frutto di una meditazione sulla scultura che dà il nome alla galleria, variante manierista del famoso gruppo antico del Vaticano, vertice estremo dell’arte della scultura e pietra di paragone di ogni eccellenza, l’artista contemporanea, scultore fedele alla mimesi figurativa, ha osato creare “La Laocoonte” o “Laocoonte Madre”, una versione tutta femminile del famoso marmo ellenistico.

 

Come il Laocoonte antico è stato portato alla luce dal sottosuolo, “La Laocoonte” è scaturita dal profondo dell’artista che, affrontando una sfida al limite del possibile, rischiosa per la propria immagine di artista e di donna, ha saputo trovare in sé le forze per trionfare sulle innumerevoli difficoltà tecniche, raggiungendo un’intensità di ispirazione che pone l’opera realizzata al sicuro da ogni accusa di facile parodia. Ritornando anzi al senso originario della parola greca, “La Laocoonte” è davvero una parodia, letteralmente, “un canto nuovo”, celebrazione nuova di un mito antichissimo, da un punto di vista tutto diverso: quello della donna, della madre e dell’artista donna e madre che difende le proprie figlie, le proprie creazioni, contro ogni difficoltà, contro l’invidia e la cattiveria degli Dei.

 

Secondo questa allegoria sussurrata dall’inconscio direttamente alle sue mani, Lea Monetti non poteva fare della propria “Laocoonte” altro che una madre trionfante: la sua madre antica resiste ai serpenti, trovando nella compassione per le sue creature la risorsa di una forza straordinaria così come alle madri ordinarie capita, toccando vertici di energia miracolosa, in casi di pericolo estremo. “La Laocoonte” non guarda al cielo sprecando il proprio sguardo tragico in un’inutile ricerca di divinità da impietosire, ma guarda alla sofferenza di una delle figlie e in essa trova la sovrumana sollecitudine che la spinge a liberarsi del mortale groviglio che la vorrebbe soffocare e uccidere.

 

L’opera nasce da un’idea suggerita all’artista da Marco Fabio Apolloni, antiquario, critico d’arte e scrittore, fondatore, assieme a sua moglie Monica Cardarelli, della “Galleria del Laocoonte” di Roma, una galleria specializzata in arte figurativa italiana del primo Novecento, in cui sono ammessi ad esibire solo pochi artisti contemporanei capaci di misurarsi in modo originale con la tradizione classica della civiltà artistica del nostro paese.

 

Come già accennato, la galleria prende il proprio nome e la propria linea ispiratrice dalla presenza nei suoi locali di una grande scultura marmorea raffigurante il Laocoonte, una versione manierista del gruppo classico del fiorentino Vincenzo de’ Rossi (1525-1587), autore delle “Fatiche d’Ercole esposte nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio.

 

E’ infatti a Firenze, a Palazzo Medici Riccardi dov’era in corso una personale della scultrice, nell’aprile del 2013, che Marco Fabio Apolloni ha incontrato per la prima volta Lea Monetti, e dove, colpito dalla potenza delle sculture di lei e forse dalle antiche suggestioni di un luogo tanto importante per il Rinascimento italiano – qui Michelangelo ragazzo studiava sotto lo sguardo benevolo di Lorenzo il Magnifico – le ha subito proposto di creare per lui e la propria galleria una Laocoonte donna.

 

Lea Monetti ha accettato la commissione con un entusiasmo sempre crescente, creando di furia i primi bozzetti e affrontando una lunga elaborazione dell’opera finale che è stata poi finalmente fusa a Pietrasanta nell’estate del 2015.

 

Il gruppo bronzeo è una figura terzina, cioè grande un terzo del vero e in galleria si espone la prova d’artista, patinata all’antica. Dell’opera saranno prodotti solo otto esemplari, ognuno con una patina diversa – ad esempio: color terracotta, terracotta policroma, bianco marmo, patina scura e oro – così da rendere ciascun pezzo assolutamente unico. Solo a titolo esemplificativo sono esposti dei calchi patinati per rendere l’idea del futuro prodotto finito.

 

Assieme alla scultura saranno esposti anche i bozzetti che hanno portato alla sua realizzazione e una viva testa della Laocoonte, ritratto della Madre, per la quale Lea Monetti ha preso ispirazione scegliendo per soggetto, ma trasfigurandola, la mobile fisionomia di Claudia Contin, famosa come interprete della maschera di Arlecchino, unica donna, sulle scene di tutto il mondo.

La Laocoonte di Lea Monetti - INVITO INAUGURAZIONE 8 MARZO

La Laocoonte

ARTEFIERA 2016

Ad Arte Fiera 2016 verrà presentata un’eccezionale opera d’arte in bronzo, creata dalla scultrice Lea Monetti: “La Laocoonte” o “Laocoonte Madre”, una versione femminile del famoso gruppo marmoreo ellenistico scoperto a Roma nel 1506 e conservato ai Musei Vaticani.

Come il Laocoonte antico è stato portato alla luce dal sottosuolo, così “La Laocoonte” è venuta fuori dal profondo dell’artista che, affrontando una sfida al limite del possibile, rischiosa per la propria immagine di scultrice e di donna, ha saputo trovare in sé le forze per trionfare sulle innumerevoli difficoltà tecniche, raggiungendo un’intensità di ispirazione che pone l’opera infine realizzata al sicuro da ogni accusa di facile parodia. Ritornando anzi al senso originario della parola greca, “La Laocoonte” è una parodìa, letteralmente “un canto nuovo”, una nuova celebrazione di un mito antichissimo, da un punto di vista tutto diverso: quello della donna, della madre e dell’artista donna e madre che difende le proprie figlie, le proprie creazioni contro ogni difficoltà, contro l’invidia e la cattiveria degli Dei.

In questo senso, secondo questa allegoria sussurrata dall’inconscio direttamente alle sue mani, Lea Monetti non poteva non fare della propria “Laocoonte” altro se non una madre trionfante: la sua madre antica resiste ai serpenti trovando nella compassione per le sue creature la risorsa di una forza straordinaria così come alle madri ordinarie capita, toccando vertici di energia miracolosa, in casi di pericolo estremo. “La Laocoonte” non leva gli occhi al cielo sprecando il proprio sguardo tragico in un’inutile ricerca di divinità da impietosire, ma guarda alla sofferenza di una figlia e in essa vede ciò che la spinge a liberarsi del mortale groviglio che la vorrebbe soffocare e uccidere.

L’opera nasce da un’idea suggerita all’artista da Marco Fabio Apolloni, antiquario, critico d’arte e scrittore, fondatore, assieme a sua moglie Monica Cardarelli, della “Galleria del Laocoonte” di Roma, una galleria specializzata in arte figurativa italiana del primo Novecento, in cui sono ammessi ad esibire solo pochi artisti contemporanei capaci di misurarsi in modo originale con la tradizione classica della civiltà artistica del nostro paese.

La galleria prende il nome dalla presenza nei suoi locali di una grande scultura marmorea raffigurante il Laocoonte, una versione manierista del gruppo classico del fiorentino Vincenzo de’ Rossi (1525-1587), autore delle “Fatiche d’Ercole che sono nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio.

E’ infatti a Firenze, a Palazzo Medici Riccardi dov’era in corso una personale della scultrice, nell’aprile del 2013, che Apolloni ha incontrato per la prima volta Lea Monetti, e dove, colpito dalla potenza delle sculture di lei e forse dalle antiche suggestioni di un luogo tanto importante per il Rinascimento italiano, le ha subito proposto di creare per lui e la propria galleria una Laocoonte donna.

Lea Monetti ha accettato la commissione con un entusiasmo sempre più trascinante, creando di furia i primi bozzetti e affrontando una lunga elaborazione dell’opera finale che è stata poi finalmente fusa a Pietrasanta nell’estate del 2015.

Il gruppo bronzeo è una figura terzina cioè grande un terzo del vero e a Bologna si espone la prova d’artista, patinata all’antica. Dell’opera saranno prodotti solo otto esemplari, ognuno con una patina diversa – ad esempio: color terracotta, terracotta policroma, bianco marmo, patina scura e oro – così da rendere ciascun pezzo assolutamente unico.

Assieme alla scultura saranno esposti anche i bozzetti che hanno portato alla sua realizzazione e una formidabile testa della Laocoonte, ritratto della Madre per la quale Lea Monetti ha preso ispirazione scegliendo per soggetto, ma trasfigurandola, la mobile fisionomia di Claudia Contin, famosa come formidabile interprete della maschera di Arlecchino sulle scene di tutto il mondo.

Nel presentare l’arte di Lea Monetti a Bologna la Galleria del Laocoonte si è amichevolmente associata con la Galleria di Maurizio Nobile, da trent’anni incisiva presenza nel settore dell’antiquariato e del collezionismo di oggetti d’arte, databili fino al XXI secolo, che proporrà dal 23 gennaio all’1 febbraio la mostra “Eva contro Eva” presentando due opere della scultrice toscana al centro della quale sarà il confronto tra due versioni di Eva: un’Eva Mitica, opera esposta durante l’Expo 2015, rappresentata mentre siede pensierosa su un cumulo di torsoli di mela, quasi a significare che il suo peccato non sia possibile da scontare, perché costantemente ripetuto, e un’ Eva contemporanea, Eva 2000, che combatte contro la quotidianità di una vita sempre più frenetica e che sarà riconoscibile dal corredo tipicamente femminile posto ai piedi della scultura, che invita anch’essa ad una riflessione sul ruolo della donna tra innocenza e colpevolezza.

 

INFORMAZIONI UTILI:

TITOLO EVENTO: LA LAOCOONTE PRESENTAZIONE IN ESCLUSIVA DELL’OPERA DI LEA MONETTI

CURATORI: MARCO FABIO APOLLONI e MONICA CARDARELLI

SEDE ESPOSITIVA: STAND B17 PADIGLIONE 26 – ARTEFIERA BOLOGNA

CONFERENZA STAMPA:

21 GENNAIO 2016, ORE 11.00, PRESSO LA SEDE DELLA GALLERIA MAURIZIO NOBILE

INAUGURAZIONE: 28 GENNAIO 2016

DATE ESPOSIZIONE ARTEFIERA: DAL 29 GENNAIO ALL’1 FEBBRAIO 2016

INFO E CONTATTI:

GALLERIA DEL LAOCOONTE: VIA MONTERONE 13, 13A -00186 – ROMA

TEL: +39 0668308994, laocoontegallery@libero.it www.laocoontegalleria.it

 

TITOLO EVENTO: “EVA CONTRO EVA” DELL’ARTISTA LEA MONETTI

SEDE ESPOSITIVA: GALLERIA MAURIZIO NOBILE VIA SANTO STEFANO, 19/A, BOLOGNA

CONFERENZA STAMPA: 21 GENNAIO 2016, ORE 11.00, PRESSO LA SEDE DELLA GALLERIA MAURIZIO NOBILE

INAUGURAZIONE PRESSO LA GALLERIA NOBILE: 23 GENNAIO 2016, ORE 18.00

DATE DI APERTURA: DAL 23 GENNAIO ALL’1 FEBBRAIO 2016

ORARI: MARTEDì-SABATO DALLE 11.00 ALLE 19.00

Il Manifesto

La Laocoonte di Lea Monetti - Presentazione ad ArteFiera 2016

Le opere

Cartelloni e Copertine

Cartelloni e Copertine

Artisti Illustratori in Italia per la Pubblicità e l’Editoria

A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli

 

Dopo l’esposizione nella Galleria Pio Fedi di Firenze la mostra verrà inaugurata nei locali della galleria

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Disegni del 900

Disegni del 900

Dal 16 settembre al 6 novembre 2015

Cartelloni e Copertine

Artisti Illustratori in Italia per la Pubblicità e l’Editoria

A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli

 

Galleria Pio Fedi
Via dei Serragli n. 99 – 50124 Firenze

Dal 24 settembre al 11 ottobre 2015 

Orari:
Dal lunedì alla domenica – 10.00 – 18.00
Ingresso gratuito

Catalogo: Edizioni Polistampa, Firenze

A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli

Collaborazione per schede di Valentina Balzarotti, Tonino Coi e Francesco Tetro

Introduzione di Paola Pallottino

Fotografie di Riccardo Ragazzi

Inaugurazione: Mercoledì 23 settembre 2015 ore 17.00.

La Galleria del Laocoonte di Roma è orgogliosa di presentare a Firenze, grazie alla collaborazione con la casa editrice Polistampa, nella Galleria Pio Fedi di Via dei Serragli 99, la mostra “Cartelloni e Copertine, Artisti Illustratori in Italia per la Pubblicità e l’Editoria” (dal 24 settembre al 11 ottobre. Orario: 10.00 – 18.00).

L’esposizione riunisce le opere di 16 artisti, una quarantina di bozzetti e studi autografi originali per manifesti pubblicitari e copertine di libri o riviste dal 1910 al 1950. A questi si aggiunge una collezione di ritratti degli artisti stessi, autoritratti oppure ritrattati da altri loro colleghi – Come Giacomo Balla per Duilio Cambellotti, o Lorenzo Viani e Aldo Carpi nel caso di Anselmo Bucci – che vuol fornire una galleria quasi completa delle ispirate fisionomie dei pittori illustratori presenti, quasi a voler trovare nei volti il carattere stesso delle loro opere.  La mostra si concentra sul lavoro preparatorio ed originale, sull’opera unica che dà luogo al manifesto pubblicitario, poi riprodotto e diffuso in migliaia di copie. Si presenta la cartellonistica come un’arte a sé, ma che ha accolto rapidamente i contributi delle avanguardie artistiche trasformandole in stile alla moda, educando le masse al gusto artistico, ma anche gli artisti alle necessità del gusto delle masse, sforzandoli ad essere compresi e a catturare l’attenzione del pubblico senza nessun filtro culturale.

Tra gli artisti più noti è Mario Sironi (1885-1961). In quanto caposcuola a lui spetta la parte del leone, con ben otto sue creazioni, tra tempere, disegni ed un olio su cartone di potente efficacia sintetica. Si va da uno studio per il manifesto della “Mostra della Rivoluzione Fascista” del 1932 alla locandina del film “Scipione l’Africano” di Carmine Gallone del 1937, dal bozzetto di una copertina per la rivista mussoliniana “Gerarchia” al bozzetto per un manifesto della “Medea” di Euripide, interpretata ad Ostia antica nel 1949 da Sarah Ferrati.

Di grande suggestione è il dipinto a olio, memore delle composizioni del periodo futurista. E’ un bozzetto per un manifesto, forse per i Motori d’Aereo Fiat, in cui la sagoma essenziale di un velivolo dalle ali affilate taglia precisa una scia nel cielo notturno.

Secondo per numero di opere presenti è Umberto Brunelleschi (1879-1949), elegante illustratore, scenografo e costumista attivo a Parigi negli ultimi anni della Belle Epoque e tra le due guerre. Di lui si presentano una trionfale pubblicità per la Fiat 508 Balilla del 1932, due studi per il Cacao Van Houten, altri due per un aperitivo, ed infine uno per un ballo in maschera ispirato al ‘700 veneziano per un esclusivo circolo parigino.

Artista poliedrico, illustratore, incisore, pittore, ceramista e disegnatore di mobili, Aleardo Terzi (1870-1943) è noto soprattutto come cartellonista. I suoi bozzetti pubblicitari dai colori squillanti, perfetti collage rifiniti a tempera, celebrano i Grandi Magazzini Mele di Napoli (1910), le famose pastiglie Formitrol (1930) e la popolare Ovomaltina (1930), a tutt’oggi nella condivisa memoria infantile di ognuno.

Rivoluzionario agente di modernità fu Fortunato Depero (1892-1960), che riuscì a trasfondere la capacità di autopromozione e l’impatto delle immagini sintetiche che furono del movimento futurista in funzione del mezzo pubblicitari. Depero stemperò il carattere aggressivo e provocatorio del futurismo originale in senso ironico e giocoso, mutando così lo stile stesso della pubblicità, non solo italiana, del primo dopoguerra. Della seconda metà degli anni venti sono le prime idee, velocemente schizzate a matita rossa e blu, per il Bitter Campari a cui Depero dedicò innumerevoli spiritosissime invenzioni, e per le Matite Presbitero per le quali l’artista escogitò la futuristica trovata di un uomo-lapis, robot e giocattolo, d’indimenticabile suggestione.

Futurista fu anche il pavese Gino Giuseppe Soggetti (1898-1958) di cui è un bozzetto, sempre per il Bitter Campari, grafica sintesi in bianco e nero ispirata dalla tastiera di un pianoforte. “Futursimultanisti” si proclamarono invece Augusto Favalli (1912-1969) e Domenico Belli (1903-1983) che qui collaborano in due tempere per manifesti (1935), una dedicata alla 9a Fiera di Tripoli – “Mostra del Cavallo Arabo, del mehara (dromedario), dello Zebù” – e l’altra per la Seconda Quadriennale di Roma, entrambe influenzate da Sironi, ma leggere e piacevoli nel loro carattere essenziale.

Di ispirazione cubo-futurista, è la solare natura morta con bottiglia, pipa, e bicchiere, dipinto a tempera nel 1934 dal giovane Bruno Munari (1907-1998), il famoso artista designer e poligrafo. E’ uno studio per pubblicità per il Cordial Campari, non caratterizzato da nessuna scritta che lo identifichi, se non dall’enfasi surreale data al motivo della greca stampata entro una fascia a rilievo che gira attorno alla bottiglia, una linea che Munari astrae dal solido dell’oggetto, facendola scorrer via come un’onda grafica, un messaggio di identificazione del prodotto che anche un analfabeta potrebbe leggere.

Di Marcello Dudovich (1878-1962), due tavole, quasi figurini per mode, celebrano la donna audace, più che emancipata, che fu l’ideale costante dell’artista triestino.

Del poliedrico Duilio Cambellotti (1876-1960) è il cartone preparatorio, per un’affissione turistica, dedicato alle Terme di Chianciano accanto al quale si espone il manifesto effettivamente stampato. Di Vittorio Grassi (1878-1958), emulo del precedente, è esposto invece il grande prototipo, ad olio su tela, alto due metri, presentato al concorso per il manifesto ufficiale per l’Esposizione Internazionale di Roma del 1911. Raffigura uno dei Dioscuri del Quirinale sotto un cielo stellato, e si aggiudicò il secondo posto, dopo il vincitore, che fu proprio Duilio Cambellotti.

Ancora una pubblicità, del Campari Soda, mostra una sirena sdraiata sulla sabbia a prendere il sole con la caratteristica bottiglietta a tronco di cono. E’ opera del caustico e brillante disegnatore Enrico Sacchetti (1877-1967), e mostra la sirena a seno nudo, sicuramente una prima versione, un po’ più audace, della pubblicità che fu stampata, in cui la sirena è sdraiata a pancia in giù.

Stessa ambientazione estiva per il prodotto allora concorrente, il Cinzano Soda, con ben altro bagnante, un buffo omino blu che si confonde con il colore del marchio per metà rosso come la bevanda, in un bozzetto di grande dimensioni per un poster inventato e dipinto a tempera (1950) da Raymond Savignac (1907-2002), inconfondibile e divertente affichiste parigino che ha molto lavorato in Italia nel dopoguerra.

Tra le tavole per copertine spicca la serie per la rivista “Le Carte Parlanti” della casa editrice Vallecchi, un tripudio di vulcaniche invenzioni di Mino Maccari, il più spiritoso dei disegnatori italiani del Novecento.

Illustratore bizzarro e inconfondibile fu Raoul Chareun (1889-1949), in arte Primo Sinopico, di cui qui sono tre rare tavole, un elefante che porge un fiore a una farfalla, un trio di buffi scoiattoli su un albero che sta per essere abbattuto e una palestra ginnica animata da omini filiformi che sono l’invenzione più tipica delle sue illustrazioni.

Anselmo Bucci (1887-1955), pittore e scrittore, sviluppò la sua carriera al contrario, dall’avanguardia alla tradizione, ma mantenendo sempre una magistrale eccellenza nel disegno, come mostrano le mani femminili che illustrarono un libro di poesie di Diego Valeri  nel 1915, oppure il ritratto delle sue stesse mani di pittore al lavoro, disegnate forse per ornare il catalogo della mostra dell’Autoritratto italiano tenutasi alla Famiglia Artistica di Milano nel 1916.

Completa la mostra una tavola della pittrice trevigiana Tina Tommasini (1902-1985), un’allegra carta d’Italia con l’indicazione dei vini più famosi delle sue regioni.

Rintracciate sul mercato nel corso degli anni, queste opere, con la loro stessa capacità di richiamo rimasta intatta dagli anni in cui furono create, ma arricchite anche dal fascino del secolo trascorso e della storia passata d’Italia che esse aiutano a raccontare, si propongono al pubblico in generale, e ai collezionisti in particolare, come oggetti di ammirazione e di possesso proprio in coincidenza con la Biennale d’antiquariato di Firenze, quando la città, almeno per l’arte, torna ad essere un po’ capitale d’Italia.

Pietro Gaudenzi – Gli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri a Rodi

Pietro Gaudenzi – Gli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri a Rodi

 

Dal 30 maggio al 12 ottobre 2015

A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli
 
Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea
Piazza S. Vittoria 2
00022 Anticoli Corrado (RM)
www.museoanticoli.it

 

Inaugurazione: Sabato 30 maggio 2015 ore 11:30, Giardino pensile di Palazzo Gaudenzi

 

 

1-Mattina-screenDopo una prima tappa alla Galleria del Laocoonte a Roma, la mostra “Pietro Gaudenzi: gli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri a Rodi” approda al Museo di Anticoli Corrado, il borgo amato dagli artisti della prima metà del Novecento per la bellezza del paesaggio e dei modelli locali. Nell’esclusiva cornice del giardino pensile di Palazzo Gaudenzi adiacente al Museo, frequentato negli anni Trenta da alcune delle più importanti personalità dell’arte e della letteratura, verrà presentato il catalogo della mostra, frutto di ricerche inedite sul pittore genovese.
Sono completamente perduti gli affreschi eseguiti da Gaudenzi a Rodi. Un recente sopralluogo ha confermato come, dell’importante ciclo di affreschi realizzati nell’estate del 1938, non vi è più nulla, se non le nude pareti al posto dell’opera capitale nella poetica di Gaudenzi.
Particolarmente significativa è, dunque, la mostra che dalla romana Galleria del Laocoonte farà tappa al Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Anticoli Corrado dal 30 maggio, composta dai cartoni preparatori degli affreschi, dai disegni, bozzetti ed una tavola ad olio, preliminari della monumentale opera perduta di Pietro Gaudenzi. Il nucleo, significativamente ricomposto dai curatori della mostra, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, è l’ultima testimonianza rimasta delle pitture murali che occupavano due ambienti, la Sala del pane e la Sala della famiglia, del monumentale Castello del Gran Maestro dei Cavalieri di Rodi, ricostruito dagli italiani dal 1936 al 1940.
I cartoni a pastello esposti, straordinari per delicatezza di tocco, servirono alla realizzazione dell’opera a fresco. Si tratta di scene di genere o figure ritratte dall’artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado. Guardando la mola di Anticoli, la Semina, la Mietitura, le donne che portano il pane su vassoi o allineato su un’asse portata in equilibrio sul capo, la splendida donna con la pagnotta infiorata, o la giovane con un fascio di spighe, non si può non ricordare la retorica della “Battaglia del Grano” mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi – che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, echeggiante gli affreschi di Rodi, il premio Cremona nel 1940 – sembrano imperturbabili, nella fissità delle loro consuetudini millenarie ed immutabili, all’enfasi trionfalistica del momento.
Sono queste opere di un artista schivo, taciturno creatore di un mondo e di un umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l’umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. È la bellezza dell’umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano, con semplicità e finezza sincere.
Dopo settantasette anni da che sono stati realizzati nello studio del pittore ad Anticoli, questi cartoni tornano da dove sono venuti, riportando, ferma al 1938, l’immagine intatta delle modelle scelte da Gaudenzi per animare altrove lo spazio incantato e metafisico del paese di Anticoli. Affrescata oltremare, sulle mura di un castello teatrale e fiabesco, fondale da operetta divenuto solida pietra per l’ambizione del “Quadrumviro” Cesare Maria de Vecchi, questa Anticoli dipinta si può vedere ora solo in vecchie foto che danno il senso del tempo trascorso. Le donne dei cartoni invece ci fissano vive, come nel momento in cui posarono. Sono tornate per suscitare in un intero paese la storia del proprio passato in cui esse furono madri o nonne di coloro che ora sono vivi. Per il visitatore sono qui invece, per ridare ad Anticoli quella dimensione precisa di città d’arte in cui la vita quotidiana sembrava messa in atto solo per gli occhi dei pittori che ne fissarono per sempre, nelle loro opere, lo status di capitale del pittoresco italiano.

 

Orari:
Dal martedì al venerdì ore 10:00 – 16:00; sabato e domenica ore 10:00 – 18:00
Biglietti:
Intero 3 €; ridotto 2 €; gratuito per le categorie protette e i residenti di Anticoli Corrado.

Catalogo: Edizioni Polistampa, Firenze
A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli
Collaborazione per schede tecniche di Tonino Coi; saggi di Luca Pignataro e Marco Fabio Apolloni; scritto autobiografico di Iacopo Gaudenzi.
Fotografie di Riccardo Ragazzi

CATALOGO

GaudenziMostra-gli-affreschi-nascosti-del-castello-dei-cavalieri-di-rodi

OPERE

Primavera 2015

Epifanie di Primavera

Se la primavera è rinascita della vita dopo l’apparenza di morte dell’inverno, nessuno tra i quadri qui esposti può annunciarla meglio della fortunosa salvazione dell’infanzia celebrata dal coloratissimo pennello di Armando Spadini.

Una festa di bellezza femminile, sulle rive di un Nilo trasfigurato in laziale fiume d’Arcadia, accoglie la nuova fortunata esistenza di Mosè, esso stesso seme e germoglio della primavera di un popolo nuovo. Ed è davvero incarnazione della primavera, sotto la cui pelle di petalo pare scorrere linfa anzichè sangue, la nuda giovane donna di Ferruccio Ferrazzi, giovane sempre, come solo una natura della divinità può esserlo.

Ci sarebbe piaciuto, per celebrare il momento stagionale con le nostre preferenze figurative, presentarvi ogni opera come un epifania primaverile, ma non è stato possibile: la magica Notte di San Giovanni di Corrado Cagli coincide con il solstizio d’estate, tra il 23 e il 24 giugno. La Natura Morta di De Pisis, con la sua zucca variopinta e i suoi terrosi funghi coincide incontrovertibilmente con l’autunno. I frammenti archeologici di Sironi, soprevvissuti alla rovina di un mondo da lui stesso creato in figura, inchiodano questo geniale archeologo della sua stessa arte perduta ad un unica data, oltre alla quale egli soprevvisse, quella del 25 luglio. Eppure tutto ciò che presentiamov appartiene ad una primavera artistica del nostro paese, allmeno così essa appare a noi, a guardarla dopo una tumultuosa estate, un autunno marcescente, ora, in quel che pare un nuovo inverno della nostra storia. Inverno di idee, di talenti, di belle figure. L’omaggio alla primavera passata ci sembra il miglior modo per auspicare una nuova fioritura.

La mostra sarà aperta a partire dal 22 aprile 2015, presso la Galleria del Laocoonte, Via Monterone 13.

Chiuso il lunedì.

Orario mar.-sab. 10-13, 15,30-19.

 

Catalogo in preparazione. A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli.

 

Galleria del Laocoonte: Via Monterone 13/13 A – 00186 Roma | Tel. 06 68308994 | laocoontegallery@libero.it

Invito-mostra-Primavera-2015

Gli Affreschi Perduti Del Castello Dei Cavalieri Di San Giovanni A Rodi

GLI AFFRESCHI PERDUTI DEL CASTELLO DEI CAVALIERI DI SAN GIOVANNI A RODI

di PIETRO GAUDENZI (Genova 1880 – Anticoli Corrado 1955)

 

Sono completamente perduti gli affreschi del Castello dei Cavalieri a Rodi realizzati da Pietro Gaudenzi. Il recente sopralluogo ha confermato come, dell’importante ciclo di affreschi realizzati dal maestro nell’estate del 1938, non vi è più nulla, se non le nude pareti al posto dell’opera capitale nella poetica di Gaudenzi.   Particolarmente significativa è, dunque, la mostra che la Galleria del Laocoonte presenta a Roma dal 1° di ottobre, composta dai cartoni preparatori degli affreschi, dai disegni, bozzetti ed una tavola ad olio, preliminari della monumentale opera perduta di Pietro Gaudenzi. Il nucleo, significativamente ricomposto dai curatori della mostra, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, è l’ultima testimonianza rimasta delle pitture murali che occupavano due ambienti, la Sala del pane e la Sala della famiglia, del monumentale Castello sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943. Pertanto, la rassegna dedicata agli affreschi di Gaudenzi a Rodi, vuole essere anche un risarcimento alla memoria dell’autore.

Le pitture originarie, documentate da foto d’epoca e da un cinegiornale Luce, si trovavano al secondo piano, in sale che oggi sono escluse dalla visita. Le pareti, attualmente, mostrano solo i nudi blocchi di arenaria di cui sono composte: le pitture sono scomparse senza speranza. Inoltre, la parete divisoria delle sale è stata abbattuta al fine di comporre un unico ambiente, mentre i mosaici del pavimento rimangono invisibili sotto una pedana di legno coperta di moquette.

Per la prima volta, si presentano pubblicamente i cartoni a pastello, straordinari per delicatezza di tocco, che servirono alla realizzazione dell’opera a fresco. Si tratta di scene di genere o figure ritratte dall’artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado. Guardando la mola di Anticoli, la Semina, la Mietitura, le donne che portano il pane su vassoi o allineato su un’asse portata in equilibrio sul capo, la splendida donna con la pagnotta infiorata, o la giovane con un fascio di spighe, non si può non ricordare la retorica della “Battaglia del Grano” mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi – che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, echeggiante gli affreschi di Rodi, il premio Cremona nel 1940 – sembrano imperturbabili, nella fissità delle loro consuetudini millenarie ed immutabili, all’enfasi trionfalistica del momento. I due cicli costituiscono una delle opere estreme dell’arte del Ventennio, ma diversa per lirica astrazione da tanto brutale muralismo di propaganda.

La GALLERIA DEL LAOCOONTE presenta, così, una rassegna di considerevole valore artistico di un maestro ancora troppo misconosciuto del Novecento italiano, e promuove, al contempo, un’iniziativa che è anche testimonianza storica.

Il progetto nacque per il più ridente angolo del nostro effimero Impero coloniale, l’incantevole isola di Rodi, che fu sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943. Il fascismo aveva modernizzato Rodi eleggendola a vetrina turistica e paragone d’eccellenza architettonica e urbanistica, sotto il governatorato di Mario Lago (1923-1936), giolittiano di formazione, che fu capace di armonizzare la presenza italiana con le comunità greca, turca ed ebraica sefardita, le quali concorrevano alla delicata miscela culturale dell’Isola delle Rose – rodon è rosa in greco antico – che la Seconda Guerra Mondiale ha distrutto per sempre.

Nel 1936 però, volle farsi nominare Governatore di Rodi – e Mussolini fu ben lieto di assecondarlo per toglierselo dai piedi – Cesare Maria De Vecchi (Casal Monferrato 1884-Roma 1959), conte di Val Cismon per meriti militari, già Ras di Torino e Governatore della Somalia.

Retorico, autoritario ed intollerante, laddove il suo predecessore era stato, prudente, razionale e liberale, il nuovo governatore elesse sua maggiore impresa la ricostruzione del Castello dei Cavalieri di Rodi. Forse tempio greco, poi fortezza bizantina, il castello fu costruito dall’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni che dovettero abbandonare l’isola ai Turchi nel 1522. Nel 1856 era stato distrutto dall’esplosione accidentale di una polveriera e adattato a carcere. Mario Lago avrebbe voluto restaurarlo per valorizzarlo come “superbo rudere”, De Vecchi invece volle ricostruirlo completamente, ottenendo un castello “nuovo”, quasi un fondale operistico o una scenografia cinematografica in cui ci si sorprende a toccare vera pietra e non cartone. L’ambiziosa opera, portata a termine in soli tre anni, costò 30 milioni di lire d’allora. Cinquecento tagliapietra e scalpellini furono fatti venire dalla Puglia, squadre di mosaicisti da Firenze e da Venezia per restaurare e mettere in opera nei pavimenti gli antichi mosaici trovati negli scavi archeologici di Coo. L’effetto è maestoso e straniante, gli inglesi che occuparono l’isola fino al ’47 lo descrissero come “a fascist Folly”, oggi è il monumento più visitato di tutta Rodi.

Ancora più atemporali sono i cartoni e le figure della sala della famiglia: una Visitazione e la grande Natività. Lo sposalizio, o meglio il banchetto di nozze è invece il soggetto di una grande tavola dipinta ad olio che però potremmo definire piccolo bozzetto, se pensiamo al precedente “Sposalizio”, di cui il nostro è un eco, che Gaudenzi presentò alla biennale di Venezia del 1932: era alto due metri e mezzo e lungo sette metri. Fu pagato 130mila lire e acquistato dal Senatore Borletti di Milano. Oggi non sappiamo che fine abbia fatto. Di quest’opera capitale nella poetica di Gaudenzi in galleria sarà mostrata su uno schermo la documentazione fotografica, in scatti d’epoca in bianco e nero. Tanto l’aveva cara che egli la replicherà, e non certo per pigrizia, in una delle pareti della Sala della famiglia a Rodi. Nozze di Cana senza miracolo, o pranzo nuziale di Maria e Giuseppe se avessero potuto permetterselo, Gaudenzi presenta la festa con la ieraticità di una storia sacra. Il fatto è che ci mette del suo: sposatosi nel 1909 con la bella modella anticolana Candida Toppi, ne farà, assieme ai quattro figli avuti da lei, il soggetto costante della sua pittura, allora tardo impressionistica. Due figli morirono piccoli e l’epidemia di spagnola portò via Candida. Si risposò con Augusta, sorella della moglie, venuta a Milano per badare ai nipoti orfani. Da lei ebbe Maria Candida e Jacopo. Non per maniera Gaudenzi è pittore della maternità e degli affetti familiari. Si ha la forte impressione che egli abbia trovato nella pittura e saputo trasmetterne la consapevolezza a chi la guarda ciò che è impossibile: che vi sia un luogo dove i vivi e i morti che si sono amati possano convivere senza stupore, ma officiando i gesti della vita di tutti i giorni.

Schivo, taciturno creatore di un mondo e di un umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l’umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. E’ la bellezza dell’umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano. Con semplicità e finezza sincere.

La mostra sarà aperta a partire dal 1 ottobre 2014, presso la Galleria del Laocoonte, Via Monterone 13.

 

Chiuso il lunedì. Orario: mar.-sab. 10-13, 15,30-19.

 

Catalogo in preparazione. A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, schede di Tonino Coi.

 

Ufficio Stampa: Rosi Fontana Press & Public Relations,info@rosifontana.it

Galleria del Laocoonte

Via Monterone 13/13 A

00186 Roma

Tel. 06/68308994

www.laocoontegalleria.it

laocoontegallery@libro.it

Orario: martedì – sabato 10:00 -13:00, 15:30 -19:30.

GaudenziMostra-gli-affreschi-nascosti-del-castello-dei-cavalieri-di-rodi

Libero Andreotti – Antologia di un grande scultore del ‘900

Libero Andreotti, Antologia di un grande scultore del ‘900

Dal 1 al 6 ottobre 20104 In occasione della Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma presso Palazzo Venezia, stand E4  

La Galleria del Laocoonte presenta una eccezionale raccolta di diciassette opere dello scultore Libero Andreotti, tra i massimi del nostro ‘900. Tredici bronzi, dalla minuscola danzatrice del 1907 alla monumentale Giustizia del 1932, sono una ricca antologia del suo fare artistico, dall’erotismo di inizio secolo fino all’astratta ieraticità che tramuta la Giustizia in divinità arcaica destinata al nuovo Tribunale di Milano.

Oltre ad un rilievo in cera e a due disegni di grande formato, vi è anche una rara scultura in marmo di Candoglia, “La Vigne” ovvero Baccante con Bacchino ubriaco, meditazione ispirata e leggera sulle sculture di Maillol e sul non-finito michelangiolesco.

Libero Andreotti

(Pescia 1875 – Firenze 1933)

Di umili origini, illustratore autodidatta, sempre affamato, Andreotti scopre la scultura a Firenze nel 1904, a quassi trent’anni, mettendosi per caso a lavorare la creta. Già nel 1905 si trasferisce a Milano dove il gallerista Alberto de Grubicy vorrà l’esclusiva dei suoi lavori. Rescisso il contratto, lo scultore si trasferisce a Parigi, dove il famoso sarto Worth lo introduce nel bel mondo. Un periodo di grande successo che si interrompe quando dovrà lasciare la Francia per via della guerra del ’14.

Rientrato a Firenze, mutato stile, si lega all’influente critico Ugo Ojetti, che vedrà in lui il continuatore dell’antica tradizione scultorea italiana. Titolare di cattedra nel 1920, sposa nel ’23 la sorella del pittore Aldo Carpi, aderendo agli ideali religiosi di quest’ultimo. E’ la stagione dei monumenti ai caduti e della vittoria al concorso per la Pietà di S.Croce che gli valse non poche critiche. Muore nel 1933 lasciando come ultima opera il gruppo di Affrico e Mensola.

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Disegni e Tempere dal Futurismo al Dopoguerra

Mario Sironi

Disegni e Tempere dal Futurismo al Dopoguerra

 

INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA e della GALLERIA DEL LAOCOONTE: un nuovo punto di incontro a Roma per gli amatori e cultori dell’arte del Novecento storico italiano e della tradizione figurativa e classica nell’arte moderna e contemporanea.

 

Con l’inaugurazione della mostra MARIO SIRONI Disegni e tempere dal Futurismo al Dopoguerra, la Galleria del Laocoonte vuol presentare il proprio esordio espositivo come punto di riferimento per gli amatori e cultori dell’arte del Novecento storico italiano e dell’irriducibile tradizione figurativa e classica nello sviluppo della nostra arte moderna fin nel presente.

Questa prima mostra dedicata al più potente e originale artista italiano attivo tra le due guerre è il frutto di una appassionata ricerca presso eredi, collezionisti e mercato, per offrire a Roma un’ampia e variegata scelta del giovane Sironi futurista, del metafisico paesaggista urbano dell’Italia dolorosamente entrata nella modernità con la Prima Guerra Mondiale, dell’illustratore fedele della controstoria fascista nelle caricature per il “Popolo d’Italia”, il giornale di Mussolini, in cui l’immaginario grottesco si tinge, letteralmente, di una dolorosa e drammatica tragicità.

Sironi fu infatti pittore, affrescatore, inventore di architetture e sculture durevoli ed effimere per le costruzioni monumentali e le trionfalistiche manifestazioni del Regime, ma anche anche un prodigioso illustratore: copertine di riviste e di libri, manifesti pubblicitari e propagandistici, sono presentati in questa mostra in fogli dove l’artista ha espresso con foga tumultuosa e palpitante materia di colore le prime idee di opere, poi riprodotte sulla carta stampata o per la pubblica affissione, che possono essere annoverate tra i capolavori dell’arte per le masse del Novecento.

Si notano una tricolore pubblicità per la prima 500 della Fiat, “La Vetturetta del Lavoro e del Risparmio”, del 1936. Sempre per la fiat, velivoli attraversano il cielo come notturne comete, piegando la mistica futurista della velocità e della macchina al servizio delle industrie aereonautiche nazionali.

Tra le illustrazioni per l’editoria si distinguono gli essenziali progetti di illustrazione per la rivista Gerarchia, e il suggestivo bozzetto per la copertina del libro di Mario Appelius, La Sfinge Nera, del 1924.

La mitologia del ventennio è rappresentata trasfigurata in travolgente fantasia visionaria nella prima idea per il manifesto della Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932. Come anche in quello per il famoso, più che pregevole, film “Scipione l’Africano” del 1937-38, e in molti altri fogli dove, moschetti imbracciati e branditi, Italie turrite solide come muliebri sculture romaniche, aquile imperiali vive e minacciose, mostrano la forza evocativa senza pari di un artista capace, grazie alla sua arte geniale, di rendere più grande del vero e più eroico ciò che nelle foto d’epoca e nei cinegiornali d’allora mostra oggi la sua prosaica fragilità.

Vi è forse anche in Sironi una capacità profetica che va al di là, ai nostri occhi di posteri, delle stesse intenzioni del propagandista: il progetto per un’illustrazione della “Rivista Illustrata del Popolo d’Italia” del 1943, che in un drammatico monocromo bianco e nero stampa come un’indelebile istantanea “Il Mondo in fiamme e la Morte”, sembra un grido sull’insensatezza della storia in cui non si riesce a riconoscere la voce di una parte politica, ma un accento universale e sempre valido.

La mostra, che raduna ben 57 pezzi, tra disegni, tempere, acquarelli, e un olio su cartone, comprende schizzi di progetti architettonici e decorativi, per il palazzo dei Giornali di Milano, per il palazzo delle Poste di Bergamo, per il palazzo Littorio di Roma, ed altri che sembrano appartenere ad un’utopia architettonica solo immaginaria. Schizzi per dipinti realizzati e non, come il potente ed essenziale “Donna con albero”, ed ancora disegni fatti solo per l’amore e il dovere di disegnare come, per esempio, il primo commovente schizzo a penna biro, dedicato alla compagna Mimì appena dopo il risveglio di Sironi da un’operazione subita nel 1950.

Il Sironi del dopoguerra, anche dopo il crollo dei suoi ideali e del mondo che egli credeva di aver contribuito a costruire durevole, rimane un grande artista, come testimoniano i colorati geroglifici di quattro pannelli per il transatlantico “Conte Biancamano”, o uno straordinario schizzo per il manifesto della Medea di Euripide messa in scena nel teatro romano di Ostia Antica nel 1949.

Il catalogo della mostra, pubblicato da Polistampa di Firenze, è curato da Fabio Benzi al cui testo di esperta esegesi, posto come introduzione, sono interfoliate le inedite foto di un servizio che ritrae Mario Sironi nel suo studio, realizzato nei primi anni ’50 da Sanford H. Roth.

 

Mostra MARIO SIRONI Disegni e tempere dal Futurismo al Dopoguerra.

Dall’11 aprile al 7 luglio 2014.

Inaugurazione: giovedì 10 aprile, ore 17:00

Galleria del Laocoonte

Via Monterone 13/13 A

00186 Roma

Tel. 06/68308994

www.laocoontegalleria.it

laocoontegallery@libro.it

Orario: martedì – sabato 10:00 -13:00, 15:00 -19:00.

Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma

Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma

 

dal 1 al 6 ottobre 2014

 

Palazzo Venezia, Via del Plebiscito,118 00186 Roma

 

Artisti rappresentati in fiera:

Balla Giacomo

Savinio Alberto

Leoncillo Leonardi

Sironi Mario

Basaldella Mirko

Basaldella Afro

Marisa Mori

Libero Andreotti

 

orari d’apertura :

Preview ad invito: giovedì 14 ottobre 19.00
Apertura al pubblico:
tutti i giorni dalle ore 11.00 alle ore 20.00
giovedì dalle ore 11.00 alle ore 23.00

Allestimento

antonio biggi squadrista 1938

Arte Italiana tra le due Guerre

antonio biggi squadrista 1938

ARTE ITALIANA TRA LE DUE GUERRE

Dal 16 gennaio al 9 aprile 2014

Artisti presenti:

Alò Patrick

Andreotti Libero

Biancini Angelo

Chini Galileo

Funi Achille

Grassi Vittorio

Guerrini Giovanni

Leonardi Leoncillo

Mascherini Marcello

Morbiducci Publio

Mori Marisa

Novello Giuseppe

Rivaroli Giuseppe

Severini Gino

Le immagini dell’allestimento

Disegni di Afro

ArteFiera Bologna 2013

Fiera internazionale di Arte Contemporanea

dal 24 al 28 genaio 2013

Viale della Fiera, 20 – 40127 Bologna

 

In occasione di ArteFiera Bologna la mostra Disegni di Afro. Un esposizione di diciassette disegni inediti dal 1944 al 1957

Artisti rappresentati in fiera:

Sironi Mario

Guerrini Giuseppe

Severini Luigi

Cambellotti Duilio

Andreotti Libero

Basaldella Afro

Carena Felice

Funi Achille

CATALOGO

Disegni di Afro | 1944-1957