PIETRO GAUDENZI

Pietro Gaudenzi – Gli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri a Rodi

 

Desde el 30 de mayo al 12 de octubre de 2015

Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni y Monica Cardarelli
 
Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Piazza S. Vittoria 2 00022 Anticoli Corrado (RM) www.museoanticoli.it

  Inauguración: Sábado 30 de mayo de 2015 a las 11:30, Giardino pensile di Palazzo Gaudenzi

 

 

1-Mattina-screenDopo una prima tappa alla Galleria del Laocoonte a Roma, la mostra “Pietro Gaudenzi: gli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri a Rodi” approda al Museo di Anticoli Corrado, il borgo amato dagli artisti della prima metà del Novecento per la bellezza del paesaggio e dei modelli locali. Nell’esclusiva cornice del giardino pensile di Palazzo Gaudenzi adiacente al Museo, frequentato negli anni Trenta da alcune delle più importanti personalità dell’arte e della letteratura, verrà presentato il catalogo della mostra, frutto di ricerche inedite sul pittore genovese. Sono completamente perduti gli affreschi eseguiti da Gaudenzi a Rodi. Un recente sopralluogo ha confermato come, dell’importante ciclo di affreschi realizzati nell’estate del 1938, non vi è più nulla, se non le nude pareti al posto dell’opera capitale nella poetica di Gaudenzi. Particolarmente significativa è, dunque, la mostra che dalla romana Galleria del Laocoonte farà tappa al Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Anticoli Corrado dal 30 maggio, composta dai cartoni preparatori degli affreschi, dai disegni, bozzetti ed una tavola ad olio, preliminari della monumentale opera perduta di Pietro Gaudenzi. Il nucleo, significativamente ricomposto dai curatori della mostra, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, è l’ultima testimonianza rimasta delle pitture murali che occupavano due ambienti, la Sala del pane e la Sala della famiglia, del monumentale Castello del Gran Maestro dei Cavalieri di Rodi, ricostruito dagli italiani dal 1936 al 1940. I cartoni a pastello esposti, straordinari per delicatezza di tocco, servirono alla realizzazione dell’opera a fresco. Si tratta di scene di genere o figure ritratte dall’artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado. Guardando la mola di Anticoli, la Semina, la Mietitura, le donne che portano il pane su vassoi o allineato su un’asse portata in equilibrio sul capo, la splendida donna con la pagnotta infiorata, o la giovane con un fascio di spighe, non si può non ricordare la retorica della “Battaglia del Grano” mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi – che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, echeggiante gli affreschi di Rodi, il premio Cremona nel 1940 – sembrano imperturbabili, nella fissità delle loro consuetudini millenarie ed immutabili, all’enfasi trionfalistica del momento. Sono queste opere di un artista schivo, taciturno creatore di un mondo e di un umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l’umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. È la bellezza dell’umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano, con semplicità e finezza sincere. Dopo settantasette anni da che sono stati realizzati nello studio del pittore ad Anticoli, questi cartoni tornano da dove sono venuti, riportando, ferma al 1938, l’immagine intatta delle modelle scelte da Gaudenzi per animare altrove lo spazio incantato e metafisico del paese di Anticoli. Affrescata oltremare, sulle mura di un castello teatrale e fiabesco, fondale da operetta divenuto solida pietra per l’ambizione del “Quadrumviro” Cesare Maria de Vecchi, questa Anticoli dipinta si può vedere ora solo in vecchie foto che danno il senso del tempo trascorso. Le donne dei cartoni invece ci fissano vive, come nel momento in cui posarono. Sono tornate per suscitare in un intero paese la storia del proprio passato in cui esse furono madri o nonne di coloro che ora sono vivi. Per il visitatore sono qui invece, per ridare ad Anticoli quella dimensione precisa di città d’arte in cui la vita quotidiana sembrava messa in atto solo per gli occhi dei pittori che ne fissarono per sempre, nelle loro opere, lo status di capitale del pittoresco italiano.

 

Horarios: Del martes al viernes hora 10:00 – 16:00; sábado y domingo hora 10:00 – 18:00 Entrada: Entera 3 €; reducida 2 €; gratuita para las categorías protegidas y residentes de Anticoli Corrado.

Catálogo: Edizioni Polistampa, Firenze Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli Colaboración para las fichas técnicas por Tonino Coi; ensayos de Luca Pignataro y Marco Fabio Apolloni; escrito autobiografico de Iacopo Gaudenzi. Fotografías de Riccardo Ragazzi

CATALOGO

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OPERE

Frieze Master 2016

“Frieze Master 2016”

Desde el 6 al 9 de octubre de 2016 Regent’s Park, London, UK

Artistas presentes en la feria:

Giacomo Balla Leonardi Leoncillo Marino Marini Alberto Savinio

Artistas presentes en la galería:

Severini Gino Guerrini Giovanni Morbiducci Publio Chini Galileo Andreotti Libero Tamburi Orfeo Funi Achille Basaldella Mirco Leonardi Leoncillo Cambellotti Duilio Martini Alberto Carena Felice Grassi Virgilio Balla Giacomo Sironi Mario Savinio Alberto

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La Seduzione dell’Antico

La seduzione dell’antico

Da Picasso a Duchamp, da De Chirico a Pistoletto

21 de Febrero de 2016 – 26 de junio de 2016   Inauguración: sábado 20 de febrero de 2016   Ente Organizador: ayuntamiento de Ravenna – Asesorado por Cultura, MAR , Ravenna

Ingreso: € 9 entero; € 7 reducido y grupos; € 4 estudiantes, academia, universidad y profesores; € 5 Audioguía

 

Horarios: hasta el 31 de marzo martes – viernes 9-18 sábado y domingo 9-19 cerrado el lunes / Closed on Mondays

Desde el uno de abril: martes – jueves 9-18 viernes 9-21 sábado y domingo 9-19 cerrado el lunes. La billetería cierra una hora antes de las aberturas estivas 9-19 Pascua, Lunes de pascua, 25 de abril, 1° de mayo, 2 de junio.

Días  de cierre: Lunes

 

Sede: Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna

 

“Quel non so che di antico e di moderno….” lo scriveva Carlo Carrà in un tempo in cui, dopo la stagione futurista, era ormai rivolto ad un ripensamento del passato avviato con ‘Parlata su Giotto’ e ‘Paolo Uccello costruttore’.

Un pensiero che ormai andava diffondendosi anche oltre i confini, ambiguamente definito il ‘ritorno all’ordine’ dopo le ‘avventurose’ sortite delle avanguardie che avevano segnato il primo Novecento fino agli anni della Grande Guerra.

Ma se la fase delle avanguardie storiche non poteva dirsi conclusa, almeno fino all’entrata in scena del Surrealismo, col manifesto del 1924, il clima storico era profondamente mutato, come stanno a documentare i cambiamenti di rotta di diversi protagonisti di quelle stesse avanguardie.

La mostra, realizzata grazie al prezioso sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, esamina quanto insopprimibile sia stato il richiamo dell’ “antico” lungo tutto il ‘900. Il secolo che all’insegna del ‘nuovo’ ha visto le avanguardie dei primi decenni e quindi le neoavanguardie del secondo dopoguerra, protagoniste della scena artistica internazionale, e alle quali anche la critica, Musei, Fondazioni e un mercato sempre più determinante, hanno rivolto le maggiori attenzioni.

Questa mostra, ripercorrendo la storia del secolo scorso con uno sguardo diverso, mira a documentare artisti e vicende che testimoniano l’attenzione all’ “antico” non solo degli artisti che non sono stati partecipi delle ricerche e delle trasgressioni delle avanguardie, ma anche di molti che senza rinnegare la loro appartenenza a movimenti, gruppi, tendenze innovative, hanno attinto, in modi diversi, alla memoria storica.

Una memoria ripresa talora come restituzione moderna di modelli dell’antico, magari fino all’esplicita citazione; oppure in forma evocativa, o ancora, come pretesto per una rilettura inedita o uno sguardo disincantato rivolto a opere e figure mitizzate del passato per contestualizzarle in una contemporaneità all’apparenza quanto più lontana dalla tradizione. Fino alle operazioni più disincantate e dissacratorie condotte da alcuni artisti.

Da protagonisti come De Chirico, Morandi, Carrà, Martini, Casorati, al periodo cruciale del ‘ritorno all’ordine’ fra le due guerre, col ‘Novecento’ di Margherita Sarfatti e Sironi figura dominante, fino al cosiddetto ‘Realismo magico’, ma anche alle versioni diversissime del ‘neobarocco’, da Scipione a Fontana a Leoncillo; figure come Guttuso e Clerici, quindi la stagione della Pop Art, con Schifano, Festa, Angeli, Ceroli, e quindi, nel pieno dell’Arte Povera, Paolini e Pistoletto.

E ancora, da Salvo ad Ontani, da Mariani a Paladino. Con una presenza rilevante di stranieri quali Duchamp, Man Ray, Picasso, Klein, per citare solo pochi nomi.

PIERO DELLA FRANCESCA – Indagine su un mito

PIERO DELLA FRANCESCA – Indagine su un Mito

Forlì – Musei di San Domenico

13 de febrero – 26 de junio de 2016

L’affascinante rispecchiamento tra critica e arte, tra ricerca storiografica e produzione artistica nell’arco di più di cinque secoli è il tema della mostra Piero della Francesca. Indagine su un mito. Dalla fortuna in vita  _ Luca Pacioli lo aveva definito “il monarca della pittura” _  all’oblio, alla riscoperta.

Alcuni dipinti di Piero, scelti per tracciare i termini della sua riscoperta, costituiscono il cuore dell’esposizione. Accanto ad essi figurano in mostra opere dei più grandi artisti del Rinascimento che consentono di definirne la formazione e poi il ruolo sulla pittura successiva.

Per illustrare la cultura pittorica fiorentina negli anni trenta e quaranta del Quattrocento, che vedono il pittore di Sansepolcro muovere i primi passi in campo artistico, saranno presenti opere di grande prestigio di Domenico Veneziano, Beato Angelico, Paolo Uccello e Andrea del Castagno, esponenti di punta della pittura post-masaccesca.

L’accuratezza prospettica di Paolo Uccello e l’enfasi plastica delle figure di Andrea del Castagno, la naturalezza della luce di Domenico Veneziano, l’incanto cromatico perseguito da Masolino e dall’Angelico, costituiscono una salda base di partenza per il giovane Piero. Ma la mostra vuol dar conto anche dei primi riflessi della pittura fiamminga, da cogliere negli affreschi del portoghese Giovanni di Consalvo, nei quali l’esattezza della costruzione prospettica convive con un’inedita attenzione per le luci e le ombre.

Gli spostamenti dell’artista tra Modena, Bologna, Rimini, Ferrara e Ancona determinano l’affermarsi di una cultura pierfrancescana nelle opere di artisti emiliani come Marco Zoppo, Francesco del Cossa, Cristoforo da Lendinara, Bartolomeo Bonascia. Importanti sono i suoi  influssi nelle Marche su Giovanni Angelo d’Antonio da Camerino e Nicola di Maestro Antonio; in Toscana, con Bartolomeo della Gatta e Luca Signorelli; e a Roma, con Melozzo da Forlì e Antoniazzo Romano. Ma l’importanza del ruolo di Piero è stata colta anche a Venezia, dove Giovanni Bellini e Antonello da Messina mostrano di essere venuti a conoscenza del suo mondo espressivo.

La mostra, aperta dal confronto, sempre citato ma fin’ora mai mostrato, tra la Madonna della Misericordia di Piero della Francesca e la Silvana Cenni di Felice Casorati, da conto della nascita moderna del suo “mito” anche attraverso gli scritti dei suoi principali interpreti: da Bernard Berenson a Roberto Longhi.

La riscoperta ottocentesca di Piero della Francesca e affidata a importanti testimonianze: dai disegni di Johann Anton Ramboux alle straordinarie copie a grandezza naturale del ciclo di Arezzo eseguite da Charles Loyeux, fino alla fondamentale riscoperta inglese del primo Novecento, legata in particolare a Roger Fry, Duncan Grant e al Gruppo di Bloomsbury, di cui fece parte anche la scrittrice Virginia Woolf.

Il fascino degli affreschi di Arezzo sembra avvertirsi nella nuova solidità geometrica e nel ritmo spaziale di Edgar Degas. Un simile percorso di assimilazione lo si ritrova in pittori sperimentali e d’avanguardia come i Macchiaioli. Echi pierfrancescani risuonano in Seurat e Signac, nei percorsi del postimpressionismo, tra gli ultimi bagliori puristi di Puvis de Chavannes, le sperimentazioni metafisiche di Odilon Redon e, soprattutto, le vedute geometriche di Cézanne.

Il Novecento è per più aspetti il “secolo di Piero”: per il costante incremento portato allo studio della sua opera, affascinante quanto misteriosa; e per la centralità che gli viene riconosciuta nel panorama del Rinascimento italiano. Contemporaneamente la sua opera è tenuta come modello da pittori che ne apprezzano di volta in volta l’astratto rigore formale e la norma geometrica, o l’incanto di una pittura rarefatta e sospesa, pronta a caricarsi di inquietanti significati. La fortuna novecentesca dell’artista è raccontata confrontando, tra gli altri, gli italiani Guidi, Carrà, Donghi, De Chirico, Casorati, Morandi, Funi, Campigli, Ferrazzi, Sironi con fondamentali artisti stranieri come Balthus e Hopper che hanno consegnato l’eredità di Piero alla piena e universale modernità.

La Laocoonte di Lea Monetti

LA LAOCOONTE DI LEA MONETTI

A CARGO DE LA GALLERIA DEL LAOCOONTE

 

DESPUÉS DE LA EXPOSICIÓN EN LA  ARTE FIERA 2016 DE BOLOGNA LA EXPOSICIÓN SE INAUGURARÁ EN LOS LOCALES DE LA GALLERIA

INAUGURACIÓN MARTES 8 DE MARZO DE 2016 A LAS 18:00   Horarios: desde martes a sábado – 10.00-13.00/ 15.30-19.30 Ingreso gratuito   LA EXPOSICIÓN

In occasione del prossimo 8 marzo verrà presentata, presso la Galleria del Laocoonte di Roma, una eccezionale opera d’arte in bronzo, creata dalla scultrice Lea Monetti. Frutto di una meditazione sulla scultura che dà il nome alla galleria, variante manierista del famoso gruppo antico del Vaticano, vertice estremo dell’arte della scultura e pietra di paragone di ogni eccellenza, l’artista contemporanea, scultore fedele alla mimesi figurativa, ha osato creare “La Laocoonte” o “Laocoonte Madre”, una versione tutta femminile del famoso marmo ellenistico.

 

Come il Laocoonte antico è stato portato alla luce dal sottosuolo, “La Laocoonte” è scaturita dal profondo dell’artista che, affrontando una sfida al limite del possibile, rischiosa per la propria immagine di artista e di donna, ha saputo trovare in sé le forze per trionfare sulle innumerevoli difficoltà tecniche, raggiungendo un’intensità di ispirazione che pone l’opera realizzata al sicuro da ogni accusa di facile parodia. Ritornando anzi al senso originario della parola greca, “La Laocoonte” è davvero una parodia, letteralmente, “un canto nuovo”, celebrazione nuova di un mito antichissimo, da un punto di vista tutto diverso: quello della donna, della madre e dell’artista donna e madre che difende le proprie figlie, le proprie creazioni, contro ogni difficoltà, contro l’invidia e la cattiveria degli Dei.

 

Secondo questa allegoria sussurrata dall’inconscio direttamente alle sue mani, Lea Monetti non poteva fare della propria “Laocoonte” altro che una madre trionfante: la sua madre antica resiste ai serpenti, trovando nella compassione per le sue creature la risorsa di una forza straordinaria così come alle madri ordinarie capita, toccando vertici di energia miracolosa, in casi di pericolo estremo. “La Laocoonte” non guarda al cielo sprecando il proprio sguardo tragico in un’inutile ricerca di divinità da impietosire, ma guarda alla sofferenza di una delle figlie e in essa trova la sovrumana sollecitudine che la spinge a liberarsi del mortale groviglio che la vorrebbe soffocare e uccidere.

 

L’opera nasce da un’idea suggerita all’artista da Marco Fabio Apolloni, antiquario, critico d’arte e scrittore, fondatore, assieme a sua moglie Monica Cardarelli, della “Galleria del Laocoonte” di Roma, una galleria specializzata in arte figurativa italiana del primo Novecento, in cui sono ammessi ad esibire solo pochi artisti contemporanei capaci di misurarsi in modo originale con la tradizione classica della civiltà artistica del nostro paese.

 

Come già accennato, la galleria prende il proprio nome e la propria linea ispiratrice dalla presenza nei suoi locali di una grande scultura marmorea raffigurante il Laocoonte, una versione manierista del gruppo classico del fiorentino Vincenzo de’ Rossi (1525-1587), autore delle “Fatiche d’Ercole esposte nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio.

 

E’ infatti a Firenze, a Palazzo Medici Riccardi dov’era in corso una personale della scultrice, nell’aprile del 2013, che Marco Fabio Apolloni ha incontrato per la prima volta Lea Monetti, e dove, colpito dalla potenza delle sculture di lei e forse dalle antiche suggestioni di un luogo tanto importante per il Rinascimento italiano – qui Michelangelo ragazzo studiava sotto lo sguardo benevolo di Lorenzo il Magnifico – le ha subito proposto di creare per lui e la propria galleria una Laocoonte donna.

 

Lea Monetti ha accettato la commissione con un entusiasmo sempre crescente, creando di furia i primi bozzetti e affrontando una lunga elaborazione dell’opera finale che è stata poi finalmente fusa a Pietrasanta nell’estate del 2015.

 

Il gruppo bronzeo è una figura terzina, cioè grande un terzo del vero e in galleria si espone la prova d’artista, patinata all’antica. Dell’opera saranno prodotti solo otto esemplari, ognuno con una patina diversa – ad esempio: color terracotta, terracotta policroma, bianco marmo, patina scura e oro – così da rendere ciascun pezzo assolutamente unico. Solo a titolo esemplificativo sono esposti dei calchi patinati per rendere l’idea del futuro prodotto finito.

 

Assieme alla scultura saranno esposti anche i bozzetti che hanno portato alla sua realizzazione e una viva testa della Laocoonte, ritratto della Madre, per la quale Lea Monetti ha preso ispirazione scegliendo per soggetto, ma trasfigurandola, la mobile fisionomia di Claudia Contin, famosa come interprete della maschera di Arlecchino, unica donna, sulle scene di tutto il mondo.

La Laocoonte di Lea Monetti - INVITO INAUGURAZIONE 8 MARZO

Jean-Pierre Velly – L’ombra e la luce

Roma – Istituto centrale per la grafica, Palazzo Poli

22 marzo – 15 mayo 2016 preestreno para la Prensa 22 de marzo de 2016 a las 12,00 presentación e inauguración de la exposición 22 marzo a las 17.30 apertura al público desde el 23 de marzo hasta el 15 de mayo  de 2016 Tiziana D’Acchille, directora de la Accademia di Belle Arti di Roma y Maria Antonella Fusco, dirigente del Istituto centrale per la grafica, presentan la exposición Jean-Pierre Velly. L’Ombra e la Luce, comisarios/as:  Pier Luigi Berto, Ginevra Mariani y Marco Nocca, que se inaugura el 22 de marzo de 2016 en el Palazzo Poli (Fontana di Trevi), prestigiosa sede expositiva del Istituto centrale per la grafica.

Tiziana D’Acchille, direttrice dell’Accademia di Belle Arti di Roma e Maria Antonella Fusco, dirigente dell’Istituto centrale per la grafica, presentano la mostra Jean-Pierre Velly. L’Ombra e la Luce, curata da Pier Luigi Berto, Ginevra Mariani e Marco Nocca, che si inaugura il 22 marzo 2016 a Palazzo Poli (Fontana di Trevi), prestigiosa sede espositiva dell’Istituto centrale per la grafica. A venticinque anni dalla tragica scomparsa di Velly e per la prima volta a Roma dopo la grande mostra a Villa Medici del 1993, le due istituzioni intendono reinserire l’opera e la figura del maestro bretone (Audierne 1943 – Trevignano 1990), Grand Prix de Rome per l’incisione (1966) al posto che gli compete nella cerchia dei grandi artisti contemporanei. La mostra suggerisce un percorso all’interno del nucleo poetico del lavoro di Velly, attraverso la metafora alchemica, ribadita dalla splendida Melencolia di Albrecht Dürer che apre l’itinerario. La prima sala, Nigredo, allude allo stadio della trasformazione della materia: qui è Velly stesso, artefice e iniziatore della creazione, ad accogliere i visitatori con una parete dedicata ai suoi celebri Autoritratti. Il processo ideativo dell’artista si precisa attraverso il confronto tra disegni preparatori inediti e prove di stato: dalla “notte eterna dell’universo” emergono le sue magnifiche visioni, le straordinarie incisioni a bulino, che ritrovano il bianco e la luce con stupore, sottraendoli al buio. La seconda sala, Albedo, che rimanda alla purificazione della materia, ospita il nucleo di acquerelli e i disegni a punta d’argento, tecnica dei maestri rinascimentali. La terza sala, Rubedo, offre una selezione dell’opera pittorica. La pittura è per l’artista approdo finale e rasserenante: “con i colori mi piace poter raccontare che nulla è grave, che un giorno morirò ma l’umanità continuerà”. I bellissimi acquerelli di soggetto floreale stemperano visivamente l’affascinante mistero nero di Velly, chiarendo anche le ambizioni della sua arte. È significativo che la mostra di Jean-Pierre Velly si ponga in continuità ideale con la recente esposizione di Balthus, direttore a Villa Medici ed estimatore del giovane artista, quasi a raccoglierne il testimone: “quando vedo un dipinto di Balthus – dichiarava l’artista bretone a Jean-Marie Drot – mi dico: qui non c’è falsità, non c’è inganno”. Catalogo edito da L’Erma di Bretschneider, a cura di Pier Luigi Berto, Ginevra Mariani, Marco Nocca; introduzioni di Tiziana D’Acchille, direttrice dell’Accademia di Belle Arti di Roma e Maria Antonella Fusco, dirigente dell’Istituto centrale per la grafica. Contributi dei curatori, testimonianza di Vittorio Sgarbi, testi di Marco Di Capua, Pierre Higonnet, Gabriele Simongini, Catherine Velly, Vinicio Prizia; schede di Giovanna Scaloni. L’allestimento è a cura di Stefania Teodonio,Vincenzo Raponi e Key Comunicazione. Sezione didattica curata dal Laboratorio diagnostico per le matrici dell’Istituto centrale per lan grafica. Contributo di Lucia Ghedin sul restauro delle matrici di Velly in catalogo; didascalie ragionate di Luigi Zuccarello. Visite guidate a cura di Gabriella Bocconi e Francesca Sacchini, rivolte agli studenti delle università, delle accademie e delle scuole secondarie. Nota biografica Jean-Pierre Velly (Audierne 1943 – Trevignano 1990), vincitore con il bulino La Clef des Songes nel 1966 del Grand Prix de Rome per l’incisione, dopo il triennale soggiorno a Villa Medici sotto lo sguardo di Balthus suo direttore, dal 1970 sceglie di rimanere in Italia, a Formello (Roma), dedicandosi al disegno, all’incisione e alla pittura. Grazie alla stima e all’amicizia di Giuliano de Marsanich, gallerista e mecenate, negli anni Settanta, un frangente difficile per gli artisti votati alle tecniche tradizionali, Velly riesce ad imporre le sue visioni, conquistando la critica più qualificata (J. Leymarie, A. Moravia, M. Praz, L. Sciascia, V. Sgarbi, F. Simongini, G. Soavi, R. Tassi, M. Volpi) ed entrando in collezioni prestigiose (Barilla, Olivetti). Conoscitore delle tecniche antiche del disegno, a partire dal 1978 Velly offre i primi saggi di pittura ad acquerello in Velly pour Corbière, omaggio al poeta maledetto suo conterraneo, con l’introduzione di Leonardo Sciascia. Nel 1980 è la volta di Bestiaire perdu, presentato da Alberto Moravia e Jean Leymarie, splendida serie di “ritratti su carta” di animali odiati dall’uomo. Nell’ultimo decennio di attività l’artista si dedica prevalentemente alla pittura, con la magnifica serie di tavole floreali ideate per il calendario Olivetti del 1986; e i dipinti di paesaggio, tra cui Après, Grande paesaggio, Grand coucher du soleil, Grande bourrasque. In questi stessi anni ritorna più volte sull’autoritratto, sorta di riflessione interiore, sulla tela e sulla carta. Nel 1990 muore in un incidente di barca sul lago di Bracciano. Información útil Sede: Roma, Istituto centrale per la grafica, Palazzo Poli fechas/horario: inauguración 22 de marzo de 2016 a las 17.30 apertura del 23 de marzo al 15 de mayo de 2016 martes – domingo a las 10.00 – 19.00 Eventuales aberturas extraordinarias serán comunicadas en la página web www.grafica.beniculturali.it y en Facebook INGRESO LIBRE No es posible acceder al Istituto con maletas, mochillas y bolsos de grandes dimensiones. Gabinete de prensa Accademia Belle Arti di Roma Dionigi Mattia Gagliardi dm.gagliardi@accademiabelleartiroma.it www.accademiabelleartiroma.it

Gabinete de prensa Istituto centrale per la grafica Angelina Travaglini angelina.travaglini@beniculturali.it e la collaborazione di Roberta Ricci

Jean-Pierre-Velly_L'ombra-e-la-luce

ArteFiera Bologna 2016

ArteFiera Bologna 2016
Fiera internazionale di arte contemporanea
desde el 29 de enero al 1 de febrero 2016
Viale della Fiera, 20 40127 Bologna

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Cartelloni e Copertine

Cartelloni e Copertine

Artisti Illustratori in Italia per la Pubblicità e l’Editoria

A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli

 

Dopo l’esposizione nella Galleria Pio Fedi di Firenze la mostra verrà inaugurata nei locali della galleria

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Disegni del 900

Disegni del 900

Desde el 16 de septiembre al 6 de noviembre de 2015

ArtVerona 2015

ArtVerona 2015

11a edición – desde el 16 al 19 de octubre de 2015

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Primavera 2015

Epifanie di Primavera

Se la primavera è rinascita della vita dopo l’apparenza di morte dell’inverno, nessuno tra i quadri qui esposti può annunciarla meglio della fortunosa salvazione dell’infanzia celebrata dal coloratissimo pennello di Armando Spadini.

Una festa di bellezza femminile, sulle rive di un Nilo trasfigurato in laziale fiume d’Arcadia, accoglie la nuova fortunata esistenza di Mosè, esso stesso seme e germoglio della primavera di un popolo nuovo. Ed è davvero incarnazione della primavera, sotto la cui pelle di petalo pare scorrere linfa anzichè sangue, la nuda giovane donna di Ferruccio Ferrazzi, giovane sempre, come solo una natura della divinità può esserlo.

Ci sarebbe piaciuto, per celebrare il momento stagionale con le nostre preferenze figurative, presentarvi ogni opera come un epifania primaverile, ma non è stato possibile: la magica Notte di San Giovanni di Corrado Cagli coincide con il solstizio d’estate, tra il 23 e il 24 giugno. La Natura Morta di De Pisis, con la sua zucca variopinta e i suoi terrosi funghi coincide incontrovertibilmente con l’autunno. I frammenti archeologici di Sironi, soprevvissuti alla rovina di un mondo da lui stesso creato in figura, inchiodano questo geniale archeologo della sua stessa arte perduta ad un unica data, oltre alla quale egli soprevvisse, quella del 25 luglio. Eppure tutto ciò che presentiamov appartiene ad una primavera artistica del nostro paese, allmeno così essa appare a noi, a guardarla dopo una tumultuosa estate, un autunno marcescente, ora, in quel che pare un nuovo inverno della nostra storia. Inverno di idee, di talenti, di belle figure. L’omaggio alla primavera passata ci sembra il miglior modo per auspicare una nuova fioritura.

La muestra estará abierta a partir del 22 de abril del 2015, en la Galleria del Laocoonte, Via Monterone 13.

Lunes cerrado.

Horario mar.-sáb. 10-13, 15,30-19.

 

Catálogo en preparación. Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni y Monica Cardarelli.

 

Galleria del Laocoonte: Via Monterone 13/13 A – 00186 Roma | Tel. 06 68308994 | laocoontegallery@libero.it

Invito-mostra-Primavera-2015

Esposizione universale Roma

Esposizione universale Roma. Una città nuova dal fascismo agli anni ’60

La Galleria del Laocoonte partecipa con due opere alla mostra

Esposizione universale Roma. Una citta’ nuova dal fascismo agli anni ’60
Desde el 12 de marzo al 14 de junio de 2015

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esposizione_universale_roma_una_citta_nuova_dal_fascismo_agli_anni-60

Libero Andreotti – Antologia di un grande scultore del ‘900

Libero Andreotti

Antologia di un grande scultore del ‘900

Del 1 al 6 de octubre de 2014 En ocasión de la Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma en Palazzo Venezia, stand E4  

La Galleria del Laocoonte presenta una eccezionale raccolta di diciassette opere dello scultore Libero Andreotti, tra i massimi del nostro ‘900. Tredici bronzi, dalla minuscola danzatrice del 1907 alla monumentale Giustizia del 1932, sono una ricca antologia del suo fare artistico, dall’erotismo di inizio secolo fino all’astratta ieraticità che tramuta la Giustizia in divinità arcaica destinata al nuovo Tribunale di Milano. Oltre ad un rilievo in cera e a due disegni di grande formato, vi è anche una rara scultura in marmo di Candoglia, “La Vigne” ovvero Baccante con Bacchino ubriaco, meditazione ispirata e leggera sulle sculture di Maillol e sul non-finito michelangiolesco.

 

Libero Andreotti (Pescia 1875 – Firenze 1933)

Di umili origini, illustratore autodidatta, sempre affamato, Andreotti scopre la scultura a Firenze nel 1904, a quassi trent’anni, mettendosi per caso a lavorare la creta. Già nel 1905 si trasferisce a Milano dove il gallerista Alberto de Grubicy vorrà l’esclusiva dei suoi lavori. Rescisso il contratto, lo scultore si trasferisce a Parigi, dove il famoso sarto Worth lo introduce nel bel mondo. Un periodo di grande successo che si interrompe quando dovrà lasciare la Francia per via della guerra del ’14. Rientrato a Firenze, mutato stile, si lega all’influente critico Ugo Ojetti, che vedrà in lui il continuatore dell’antica tradizione scultorea italiana. Titolare di cattedra nel 1920, sposa nel ’23 la sorella del pittore Aldo Carpi, aderendo agli ideali religiosi di quest’ultimo. E’ la stagione dei monumenti ai caduti e della vittoria al concorso per la Pietà di S.Croce che gli valse non poche critiche. Muore nel 1933 lasciando come ultima opera il gruppo di Affrico e Mensola.

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Pietro Gaudenzi

GLI AFFRESCHI PERDUTI DEL CASTELLO DEI CAVALIERI DI SAN GIOVANNI A RODI di PIETRO GAUDENZI (Genova 1880 – Anticoli Corrado 1955)
 
Sono completamente perduti gli affreschi del Castello dei Cavalieri a Rodi realizzati da Pietro Gaudenzi. Il recente sopralluogo ha confermato come, dell’importante ciclo di affreschi realizzati dal maestro nell’estate del 1938, non vi è più nulla, se non le nude pareti al posto dell’opera capitale nella poetica di Gaudenzi.
 
Particolarmente significativa è, dunque, la mostra che la Galleria del Laocoonte presenta a Roma dal 1° di ottobre, composta dai cartoni preparatori degli affreschi, dai disegni, bozzetti ed una tavola ad olio, preliminari della monumentale opera perduta di Pietro Gaudenzi. Il nucleo, significativamente ricomposto dai curatori della mostra, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, è l’ultima testimonianza rimasta delle pitture murali che occupavano due ambienti, la Sala del pane e la Sala della famiglia, del monumentale Castello sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943. Pertanto, la rassegna dedicata agli affreschi di Gaudenzi a Rodi, vuole essere anche un risarcimento alla memoria dell’autore.
 

Le pitture originarie, documentate da foto d’epoca e da un cinegiornale Luce, si trovavano al secondo piano, in sale che oggi sono escluse dalla visita. Le pareti, attualmente, mostrano solo i nudi blocchi di arenaria di cui sono composte: le pitture sono scomparse senza speranza. Inoltre, la parete divisoria delle sale è stata abbattuta al fine di comporre un unico ambiente, mentre i mosaici del pavimento rimangono invisibili sotto una pedana di legno coperta di moquette.

Per la prima volta, si presentano pubblicamente i cartoni a pastello, straordinari per delicatezza di tocco, che servirono alla realizzazione dell’opera a fresco. Si tratta di scene di genere o figure ritratte dall’artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado. Guardando la mola di Anticoli, la Semina, la Mietitura, le donne che portano il pane su vassoi o allineato su un’asse portata in equilibrio sul capo, la splendida donna con la pagnotta infiorata, o la giovane con un fascio di spighe, non si può non ricordare la retorica della “Battaglia del Grano” mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi – che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, echeggiante gli affreschi di Rodi, il premio Cremona nel 1940 – sembrano imperturbabili, nella fissità delle loro consuetudini millenarie ed immutabili, all’enfasi trionfalistica del momento. I due cicli costituiscono una delle opere estreme dell’arte del Ventennio, ma diversa per lirica astrazione da tanto brutale muralismo di propaganda.

La GALLERIA DEL LAOCOONTE presenta, così, una rassegna di considerevole valore artistico di un maestro ancora troppo misconosciuto del Novecento italiano, e promuove, al contempo, un’iniziativa che è anche testimonianza storica.

Il progetto nacque per il più ridente angolo del nostro effimero Impero coloniale, l’incantevole isola di Rodi, che fu sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943. Il fascismo aveva modernizzato Rodi eleggendola a vetrina turistica e paragone d’eccellenza architettonica e urbanistica, sotto il governatorato di Mario Lago (1923-1936), giolittiano di formazione, che fu capace di armonizzare la presenza italiana con le comunità greca, turca ed ebraica sefardita, le quali concorrevano alla delicata miscela culturale dell’Isola delle Rose – rodon è rosa in greco antico – che la Seconda Guerra Mondiale ha distrutto per sempre.

Nel 1936 però, volle farsi nominare Governatore di Rodi – e Mussolini fu ben lieto di assecondarlo per toglierselo dai piedi – Cesare Maria De Vecchi (Casal Monferrato 1884-Roma 1959), conte di Val Cismon per meriti militari, già Ras di Torino e Governatore della Somalia.

Retorico, autoritario ed intollerante, laddove il suo predecessore era stato, prudente, razionale e liberale, il nuovo governatore elesse sua maggiore impresa la ricostruzione del Castello dei Cavalieri di Rodi. Forse tempio greco, poi fortezza bizantina, il castello fu costruito dall’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni che dovettero abbandonare l’isola ai Turchi nel 1522. Nel 1856 era stato distrutto dall’esplosione accidentale di una polveriera e adattato a carcere. Mario Lago avrebbe voluto restaurarlo per valorizzarlo come “superbo rudere”, De Vecchi invece volle ricostruirlo completamente, ottenendo un castello “nuovo”, quasi un fondale operistico o una scenografia cinematografica in cui ci si sorprende a toccare vera pietra e non cartone. L’ambiziosa opera, portata a termine in soli tre anni, costò 30 milioni di lire d’allora. Cinquecento tagliapietra e scalpellini furono fatti venire dalla Puglia, squadre di mosaicisti da Firenze e da Venezia per restaurare e mettere in opera nei pavimenti gli antichi mosaici trovati negli scavi archeologici di Coo. L’effetto è maestoso e straniante, gli inglesi che occuparono l’isola fino al ’47 lo descrissero come “a fascist Folly”, oggi è il monumento più visitato di tutta Rodi.

Ancora più atemporali sono i cartoni e le figure della sala della famiglia: una Visitazione e la grande Natività. Lo sposalizio, o meglio il banchetto di nozze è invece il soggetto di una grande tavola dipinta ad olio che però potremmo definire piccolo bozzetto, se pensiamo al precedente “Sposalizio”, di cui il nostro è un eco, che Gaudenzi presentò alla biennale di Venezia del 1932: era alto due metri e mezzo e lungo sette metri. Fu pagato 130mila lire e acquistato dal Senatore Borletti di Milano. Oggi non sappiamo che fine abbia fatto. Di quest’opera capitale nella poetica di Gaudenzi in galleria sarà mostrata su uno schermo la documentazione fotografica, in scatti d’epoca in bianco e nero. Tanto l’aveva cara che egli la replicherà, e non certo per pigrizia, in una delle pareti della Sala della famiglia a Rodi. Nozze di Cana senza miracolo, o pranzo nuziale di Maria e Giuseppe se avessero potuto permetterselo, Gaudenzi presenta la festa con la ieraticità di una storia sacra. Il fatto è che ci mette del suo: sposatosi nel 1909 con la bella modella anticolana Candida Toppi, ne farà, assieme ai quattro figli avuti da lei, il soggetto costante della sua pittura, allora tardo impressionistica. Due figli morirono piccoli e l’epidemia di spagnola portò via Candida. Si risposò con Augusta, sorella della moglie, venuta a Milano per badare ai nipoti orfani. Da lei ebbe Maria Candida e Jacopo. Non per maniera Gaudenzi è pittore della maternità e degli affetti familiari. Si ha la forte impressione che egli abbia trovato nella pittura e saputo trasmetterne la consapevolezza a chi la guarda ciò che è impossibile: che vi sia un luogo dove i vivi e i morti che si sono amati possano convivere senza stupore, ma officiando i gesti della vita di tutti i giorni.

Schivo, taciturno creatore di un mondo e di un umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l’umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. E’ la bellezza dell’umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano. Con semplicità e finezza sincere.

La muestra estará abierta a partir del 1 de octubre de 2014, en la Galleria del Laocoonte, Via Monterone 13. Lunes cerrado. Horario mar.-sáb. 10-13, 15,30-19.

Catálogo en preparación. Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni y Monica Cardarelli, fichas de Tonino Coi.

Ufficio Stampa: Rosi Fontana Press & Public Relations, info@rosifontana.it

Galleria del Laocoonte

Via Monterone 13/13 A

00186 Roma

Tel. 06/68308994

www.laocoontegalleria.it

laocoontegallery@libro.it

Horario: martes – sábado 10:00 -13:00, 15:30 -19:30.

Disegni e Tempere dal Futurismo al Dopoguerra

Mario Sironi

Disegni e Tempere dal Futurismo al Dopoguerra

 

INAUGURACIÓN DE LA MUESTRA y de la GALLERIA DEL LAOCOONTE: un nuovo punto di incontro a Roma per gli amatori e cultori dell’arte del Novecento storico italiano e della tradizione figurativa e classica nell’arte moderna e contemporanea.

 

Con l’inaugurazione della mostra MARIO SIRONI Disegni e tempere dal Futurismo al Dopoguerra, la Galleria del Laocoonte vuol presentare il proprio esordio espositivo come punto di riferimento per gli amatori e cultori dell’arte del Novecento storico italiano e dell’irriducibile tradizione figurativa e classica nello sviluppo della nostra arte moderna fin nel presente.

Questa prima mostra dedicata al più potente e originale artista italiano attivo tra le due guerre è il frutto di una appassionata ricerca presso eredi, collezionisti e mercato, per offrire a Roma un’ampia e variegata scelta del giovane Sironi futurista, del metafisico paesaggista urbano dell’Italia dolorosamente entrata nella modernità con la Prima Guerra Mondiale, dell’illustratore fedele della controstoria fascista nelle caricature per il “Popolo d’Italia”, il giornale di Mussolini, in cui l’immaginario grottesco si tinge, letteralmente, di una dolorosa e drammatica tragicità.

Sironi fu infatti pittore, affrescatore, inventore di architetture e sculture durevoli ed effimere per le costruzioni monumentali e le trionfalistiche manifestazioni del Regime, ma anche anche un prodigioso illustratore: copertine di riviste e di libri, manifesti pubblicitari e propagandistici, sono presentati in questa mostra in fogli dove l’artista ha espresso con foga tumultuosa e palpitante materia di colore le prime idee di opere, poi riprodotte sulla carta stampata o per la pubblica affissione, che possono essere annoverate tra i capolavori dell’arte per le masse del Novecento.

Si notano una tricolore pubblicità per la prima 500 della Fiat, “La Vetturetta del Lavoro e del Risparmio”, del 1936. Sempre per la fiat, velivoli attraversano il cielo come notturne comete, piegando la mistica futurista della velocità e della macchina al servizio delle industrie aereonautiche nazionali.

Tra le illustrazioni per l’editoria si distinguono gli essenziali progetti di illustrazione per la rivista Gerarchia, e il suggestivo bozzetto per la copertina del libro di Mario Appelius, La Sfinge Nera, del 1924.

La mitologia del ventennio è rappresentata trasfigurata in travolgente fantasia visionaria nella prima idea per il manifesto della Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932. Come anche in quello per il famoso, più che pregevole, film “Scipione l’Africano” del 1937-38, e in molti altri fogli dove, moschetti imbracciati e branditi, Italie turrite solide come muliebri sculture romaniche, aquile imperiali vive e minacciose, mostrano la forza evocativa senza pari di un artista capace, grazie alla sua arte geniale, di rendere più grande del vero e più eroico ciò che nelle foto d’epoca e nei cinegiornali d’allora mostra oggi la sua prosaica fragilità.

Vi è forse anche in Sironi una capacità profetica che va al di là, ai nostri occhi di posteri, delle stesse intenzioni del propagandista: il progetto per un’illustrazione della “Rivista Illustrata del Popolo d’Italia” del 1943, che in un drammatico monocromo bianco e nero stampa come un’indelebile istantanea “Il Mondo in fiamme e la Morte”, sembra un grido sull’insensatezza della storia in cui non si riesce a riconoscere la voce di una parte politica, ma un accento universale e sempre valido.

La mostra, che raduna ben 57 pezzi, tra disegni, tempere, acquarelli, e un olio su cartone, comprende schizzi di progetti architettonici e decorativi, per il palazzo dei Giornali di Milano, per il palazzo delle Poste di Bergamo, per il palazzo Littorio di Roma, ed altri che sembrano appartenere ad un’utopia architettonica solo immaginaria. Schizzi per dipinti realizzati e non, come il potente ed essenziale “Donna con albero”, ed ancora disegni fatti solo per l’amore e il dovere di disegnare come, per esempio, il primo commovente schizzo a penna biro, dedicato alla compagna Mimì appena dopo il risveglio di Sironi da un’operazione subita nel 1950.

Il Sironi del dopoguerra, anche dopo il crollo dei suoi ideali e del mondo che egli credeva di aver contribuito a costruire durevole, rimane un grande artista, come testimoniano i colorati geroglifici di quattro pannelli per il transatlantico “Conte Biancamano”, o uno straordinario schizzo per il manifesto della Medea di Euripide messa in scena nel teatro romano di Ostia Antica nel 1949.

Il catalogo della mostra, pubblicato da Polistampa di Firenze, è curato da Fabio Benzi al cui testo di esperta esegesi, posto come introduzione, sono interfoliate le inedite foto di un servizio che ritrae Mario Sironi nel suo studio, realizzato nei primi anni ’50 da Sanford H. Roth.

 

Muestra MARIO SIRONI Disegni e tempere dal Futurismo al Dopoguerra.

Del 11 de abril al 7 de julio de 2014.

Inauguración: jueves 10 de abril, hora 17:00

Galleria del Laocoonte

Via Monterone 13/13 A

00186 Roma

Tel. 06/68308994

www.laocoontegalleria.it

laocoontegallery@libro.it

Horario: martedes – sábado 10:00 -13:00, 15:00 -19:00.

Arte in Italia tra le due Guerre

arte-in-italia-tra-le-due-guerre

Viernes 21 de marzo de 2014,
horas 18.00 presentación del libro:

“ARTE IN ITALIA TRA LE DUE GUERRE”
con el autor Fabio Benzi.

Presentan Pasquale Chessa y Marco Fabio Apolloni.

ArteFiera Bologna 2015

“ArteFiera Bologna 2015”

Fiera internazionale di arte contemporanea

del 23 al 26 de enero de 2015
Viale della Fiera, 20 40127 Bologna

 

Artistas presentes en la feria:

Savinio Alberto

Martini Alberto

Basaldella Mirko

Basaldella Afro

Balla Giacomo

Marini Marino

Sironi Mario

 

Artistas presentes en la galería:

Severini Gino

Guerrini Giovanni

Morbiducci Publio

Chini Galileo

Andreotti Libero

Tamburi Orfeo

Funi Achille

Basaldella Mirco

Leonardi Leoncillo

Cambellotti Duilio

Martini Alberto

Carena Felice

Grassi Virgilio

Balla Giacomo

Sironi Mario

Savinio Alberto

 

Horario de apertura:

De viernes a domingo: 11.00-19.00

Lunes: 11.00-17.00

Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma

Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma

 

del 1 al 6 octubre de 2014

 

Palazzo Venezia, Via del Plebiscito,118 00186 Roma

 

Artistas rapresentantes en feria:

Balla Giacomo

Savinio Alberto

Leoncillo Leonardi

Sironi Mario

Basaldella Mirko

Basaldella Afro

Marisa Mori

Libero Andreotti

 

horarios de apertura :

Preview a invitación: jueves 14 de octubre 19.00
Apertura al público:
todos los días desde las 11.00 a las 20.00
jueves desde las 11.00 a las 23.00

Allestimento