Lo Zuavo e i Bersaglieri

LO ZUAVO E I BERSAGLIERI

UNA MOSTRA “STORICA” ALLA GALLERIA W. APOLLONI DI ROMA IN VIA MARGUTTA 53B

A cura di Marco Fabio Apolloni

Galleria W. Apolloni

INFO:

Dove: Galleria W. Apolloni, Via Margutta 53B
Quando: Dal 20 settembre al 20 ottobre 2020

Dal lunedì al sabato dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00, salvo il lunedì mattina e il sabato pomeriggio.

Visite su prenotazione

Comunicato Stampa

Seguendo gli stessi criteri che portarono ad allestire nel 2007 la mostra “Garibaldi a Roma!”, collezione di dipinti, disegni e stampe riguardanti la Repubblica Romana del 1848-49 – il cui nucleo maggiore è esposto ora in comodato provvisorio al Museo di Roma di Palazzo Braschi – la Galleria W.Apolloni prosegue la propria opera di scoperta e valorizzazione della storia nazionale per ciò che riguarda la propria competenza storico-artistica. Dal 20 settembre 2020, a celebrare il 150° anniversario della presa di Porta Pia da parte dei Bersaglieri del generale Raffaele Cadorna, nella Galleria W.Apolloni di Via Margutta 53B verrà allestita una mostra straordinaria con alcune opere d’arte di somma importanza accomunate dall’eloquente titolo: “Lo Zuavo e i Bersaglieri”, a voler accomunare, dopo tanto tempo trascorso, spente le passioni e gli odii d’allora, gli avversari di un tempo in un unico sentimento di pietà e gratitudine.

La memoria degli zuavi pontifici, corpi volontari giunti da tutti i paesi cattolici, ma in maggioranza francesi, olandesi e belgi, a difendere Pio IX contro gli italiani, è rappresentata dalla presenza di una scultura funebre in marmo a grandezza naturale del capitano Augustin Latimier Du Clésieux (Saint-Brieuc, Bretagna, 1844-1871), zuavo a Roma e poi volontario nella guerra franco-prussiana, ferito mortalmente nella battaglia dell’altipiano di Auvours l’11 gennaio 1871 e morto il 26 febbraio seguente a casa propria, in Bretagna, a soli 27 anni. L’opera si deve al virtuosistico scalpello dello scultore Victor Edmond Leharivel Durocher (Chanu, Orne, 1816-1878), scultore ufficiale che nel Secondo Impero collaborò con l’architetto Louis Visconti – figlio dell’archeologo romano Ennio Quirino – ad ornare l’ingrandimento del Louvre voluto da Napoleone III. Augustin Du Clésieux era l’unico figlio di una famiglia bretone molto ricca e da poco nobilitata. Da parte di padre discendeva da un Reggente della Banca di Francia, da parte di madre da una famiglia di importanti armatori locali. L’inconsolabile contessa Du Clésieux sua madre, che gli sopravvisse per 16 anni, ordinò all’artista la scultura, firmata e datata 1873, che fu posta sopra la tomba del defunto nella cripta di una cappella neoromanica, dedicata a S.Agostino, fatta costruire adiacente alla Scuola dei Fratelli della Dottrina Cristiana nella rue Vicaire della città di Saint-Brieuc. Nazionalizzata la scuola sotto la Terza Repubblica, distrutta la cappella nel 1971 per fare posto ad un parcheggio, chissà dove tumulate le ossa del povero Augustin, la monumentale scultura è andata all’asta a Brest quattro anni fa, nel più totale disinteresse dei locali e delle autorità preposte alla tutela artistica di Francia. E’ stata acquistata dall’antiquario romano Marco Fabio Apolloni proprio perché il giovane e nobile zuavo, già venuto a difendere papa Mastai contro “L’Anticristo” Garibaldi, tornasse a Roma per trovarvi, si spera, una pace definitiva. Il giovane ufficiale è rappresentato ancora vivo semisdraiato su una chaise-longue neo-rococò, nell’uniforme tipica che traeva origine dall’abbigliamento dei guerrieri algerini che i francesi combatterono nel 1830, e che fu reso famoso dalle seguenti campagne militari in Crimea e in Italia durante la Seconda Guerra d’Indipendenza. Solo il colore grigio celeste, che il marmo non può rendere, distingueva gli zuavi pontifici da quelli inquadrati nell’esercito francese. Per il resto lo scalpello di Leharivel è riuscito a descrivere il ruvido panno dell’uniforme, i pantaloni a sbuffo, il kepì con visiera, le babbucce ricamate e persino i merletti della camicia da cui spunta lo scapolare che il milite cattolico portava al collo. Sul fronte della base è graffita una baionetta, al centro della quale risalta in bassissimo rilievo la medaglia al valore che fu consegnata il giorno del funerale. “E’ proprio un’idea da Francesi, di vestire i difensori del Santo Padre da maomettani”. Così dicevano, i romani dell’epoca a proposito della bizzaria dell’uniforme degli zuavi che, non erano però soldati da operetta, se si considera che il pur brevissimo fatto d’arme di Porta Pia costò agli italiani il doppio dei morti e dei feriti rispetto ai pontifici.
Corpi nuovi, creati più o meno negli stessi anni, Zuavi e Bersaglieri avevano combattuto fianco a fianco in Crimea e nelle battaglie del ’59. Eppure nel ’70, sono affrontati gli uni agli altri in perfetta antinomia, pontifici contro italiani: così, in mostra, alla splendida, candida scultura dello zuavo francese morente si contrappongono i colori squillanti, accesi dal sole di settembre, che Michele Cammarano (Napoli 1835-1920), testimone oculare dell’entrata degli italiani a Roma, ha sparso in battaglia su una tela alta più di tre metri, fissando ancora calde, se così si può dire, le impressioni della battaglia per conquistare all’Italia la sua Capitale. Noto, pubblicato su tutti i libri di storia è il quadro di Cammarano che raffigura i Bersaglieri a passo di carica, lungo più di quattro metri, conservato al Museo di Capodimonte. Questo però, esposto e poi acquistato, è del 1871, frutto di ripensamenti e meditazioni,per celebrare la presa di Roma nel modo più eroico e storicamente più gratificante. Quello che si mostra ora invece è stato dipinto un anno prima, immediatamente dopo la Presa di Porta Pia, mostrata in tutt’altro modo, più veritiero, nel modo confuso e rabbioso con cui veramente avvenivano i fatti d’armi. I Bersaglieri si arrampicano concitati sul terrapieno formato dai detriti delle mura bombardate, confusi nel fumo dell’artiglieria. Le fisionomie sono stravolte, le bocche urlanti, le uniformi strapazzate e infarinate dai calcinacci. Un trombettiere giace a terra morto, un baffuto maggiore ci guarda direttamente negli occhi e con lo sguardo, col gesto, con la voce – vediamo che urla anche se non lo sentiamo – sembra spronarci a partecipare all’attacco.
Molto diverso è il quadretto del fiammingo Carel Max Quaedvlieg (Valkenburg 1823 – Roma 1874), minuscolo in confronto al Cammarano, ma che entro il suo perimetro di tredici per venti centimetri, riesce a inquadrare le Mura Aureliane e la breccia formicolante di Bersaglieri, con la morte del comandante Giacomo Pagliari sull’avanscena, e gli zuavi che sparano sullo sfondo di questa visione teatrale della Breccia, estremo opposto dei vasti “panorami” che andavano di moda in questo periodo. Vissuto a Roma per ventun anni, Quaedvlieg è noto per i suoi paesaggi della campagna romana animati da contadini e da butteri, eseguiti con lenticolare precisione, generalmente su rame, con colori luminosissimi. Questo di Porta Pia è un “unicum”, un documento storico figurativo di inestimabile valore, che fu infatti acquistato all’asta da Fabrizio Apolloni alla fine degli anni ottanta al termine di un accanito duello con un misterioso “underbidder” al telefono che si rivelò poi essere il compianto Bettino Craxi, molto attento alle memorie garibaldine e risorgimentali. Completano questa mostra celebrativa il bozzetto in scultura di Publio Morbiducci (Roma, 1889-1963) per il monumento al Bersagliere eretto davanti a Porta Pia nel 1932 e due pastelli satirici che ritraggono Charrette comandante degli Zuavi pontifici e Mons. Pacca il giovane, Prefetto pontificio. Due ritratti del Cardinale Giacomo Antonelli, uno in marmo che lo raffigura giovane, di Giuseppe De Fabris, ed uno dipinto in miniatura a smalto su pietra lavica da Filippo Severati – inventore della tecnica che andò perduta alla sua morte – che lo ritrae in trono nella sua piena dignità di Segretario di Stato, eminenza grigia e anima nera dell’ultimo Pio IX.

La mostra si aprirà domenica 20 settembre 2020, ma non ci sarà un’inaugurazione. L’ingresso è consentito a piccoli gruppi su prenotazione o, compatibilmente, a richiesta, durante gli orari di apertura della galleria 10-13, 16-19 salvo lunedì mattina e sabato pomeriggio. Per l’occasione verrà pubblicato un pieghevole e la mostra sarà messa online sul sito della galleria.

Publio Morbiducci – Nudi Maschili

PUBLIO MORBIDUCCI – NUDI MASCHILI

 

a cura di Monica Cardarelli (catalogo De Luca Editori d’Arte)

Dove: GALLERIA DEL LAOCOONTE, Via Monterone 13

Quando: Dal 13 dicembre 2019 al 12 marzo 2020
Orario: Dal mercoledì al venerdi, dalle 11.00 all 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00

La Mostra

La Galleria del Laocoonte inaugura a Roma, nella sua sede di Via Monterone 13, la mostra Publio Morbiducci – Nudi Maschili a cura di Monica Cardarelli (catalogo De Luca Editori d’Arte, Introduzione di Marco Fabio Apolloni e uno scritto di Francesco Parisi). Verranno esibiti circa trentasei disegni – scampati alla distruzione dello stesso autore, che tra il 1945 e il 1946 epurò una cospicua parte della sua produzione – relativi ad alcuni dei giganteschi atleti in marmo di Carrara dello Stadio dei Marmi e dello Stadio del Tennis di Roma.

Comunicato stampa

Publio Morbiducci è un artista romano che fu, con egual forza di stile, pittore, xilografo, medaglista e scultore di opere monumentali, note agli occhi dei più che le registrano come familiari presenze del paesaggio urbano di Roma, anche quando non si conosca chi ne sia stato l’autore. Chi non sa che davanti a Porta Pia c’è il Monumento al Bersagliere? Chi all’Eur può ignorare la coppia dei Dioscuri e i loro cavalli di travertino impennati fino a superare col muso teso al cielo i sette metri d’altezza? Ebbene sono opera di Publio Morbiducci, nome di battesimo da romano antico e un cognome che suona ironicamente a contrasto, se si pensa alle dure masse di pietra tiburtina e di marmo apuano che lo scalpello dello scultore hanno laboriosamente macinato nel corso di tutta una vita. Eppure aveva debuttato come pittore, tra i più straordinari e all’avanguardia, tra quelli della Secessione Romana alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, pari per intensità espressionistica ai mostri sacri della pittura europea dell’epoca. Questo debutto straordinario fu però presto abbandonato poiché per l’influenza del suo maestro Duilio Cambellotti, Morbiducci preferì percorrere il solco della tradizione, dedicandosi alla xilografia e alla medaglistica, due arti ancillari della grande pittura e della grande scultura, che in quel momento si ispiravano alle forme sintetiche e classiche dell’antica tradizione italiana rinascimentale.

Per quel che riguarda la scultura monumentale, a lui vengono affidate, per il Padiglione Italiano all’Esposizione Universale di New York del 1939, alcune delle opere più importanti, tra cui l’Italia Fascista dorata che figurava preminente sulla facciata dell’edificio celebrativo dei raggiungimenti del regime e delle future glorie – che non si realizzarono – dell’E42, l’esposizione universale romana che avrebbe dovuto superare in magnificenza proprio la manifestazione statunitense che coincise invece con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. È nella stessa ottica trionfalistica e celebrativa, in attesa di future olimpiadi che non ebbero luogo se non tanto più tardi, che venne realizzato il Foro Italico, insieme di complessi sportivi e spazi monumentali di cui fanno parte lo Stadio dei Marmi e lo Stadio del Tennis: sessantaquattro statue di atleti per il primo, diciotto per il secondo, ognuna alta quattro metri, ognuna pagata da una provincia d’Italia.

Sulla carta, di Morbiducci è soltanto il “Discobolo in riposo”, una delle ultime statue ad essere collocata, nello Stadio dei Marmi, nel 1938, sei anni dopo l’inaugurazione ufficiale dello stesso, che era coincisa col decennale del fascismo. In realtà, Morbiducci aveva partecipato al concorso iniziale, in cui scultori di tutte le regioni d’Italia sottoposero 127 bozzetti, ma soprattutto egli si era assunto il compito di realizzare le ultime statue commissionate ad Eugenio Baroni (1880-1935) – il pescatore con il rampone e quello con la rete, per lo Stadio del Tennis, ad esempio – di cui egli fu, artisticamente e operativamente parlando, ad un tempo l’erede e l’esecutore testamentario. Fu Morbiducci infatti a realizzare il Monumento al Duca d’Aosta a Piazza Castello a Torino, per il quale Baroni aveva vinto il concorso ma che non poté terminare perché si ammalò e morì avendo solo il tempo di lasciare a Morbiducci il testimone.

Quasi per tutti gli anni Trenta dunque, Morbiducci disegnò corpi in pose atletiche, cercando quella sintesi, tra reale e ideale, che era stato l’antico e lontano segreto della bellezza greca: atleti vittoriosi, con un nome e una patria, erano stati trasfigurati dall’arte in corpi perfetti, tipi ideali e sintesi di impersonale bellezza giovanile, per la Grecia e per l’occidente che si sentì suo erede per i secoli a venire. A matita, a carboncino, a sanguigna, Morbiducci lavora per trasformare l’individualità dei suoi modelli in tipi ideali, alla ricerca di una venustà italica che risulta sempre temperata dall’ideale classico e lontana dal disumanesimo culturista che trionferà alle Olimpiadi di Berlino del ’36.

Morbiducci non è certo Leni Rifenstahl, come suo modello mette in posa il figlio del fratello, oppure sono modelli presi dalle piazze di Testaccio – dove egli aveva lo studio – sono fisici irrobustiti più dall’officina o da scaricar cassette al mercato, o quarti di bue al Mattatoio, che dagli esercizi ginnici d’Olimpia. Sono insomma, quintessenzialmente italiani, così com’erano gli italiani prima del benessere.

XX: The Female Gender in XXth Century Italian Art

XX: THE FEMALE GENDER IN XXth CENTURY ITALIAN ART

 

is the latest in a series of meaningful exhibitions by curator Monica Cardarelli to be brought to Laocoon Gallery of London following its successful inauguration in Italy.

 

Preview: 29th November 2019
Exhibition dates: 1st December 2019 – 30th January 2020

The exhibition comprises around one hundred works, with techniques ranging between paintings, drawings, pastels, bronzes, terracotta and ceramics, of Italian artists from the 20th Century who represented as many female figures. Wives or lovers, virgins or prostitutes, holy mothers like the Madonna or man-eating she-devils.

 

Chaste teenagers or mature Magdalenes, but also goddesses, nymphs, legendary personifications of Spring or Italy, imposing and shapely figures wearing crowns of turreted walls. The title of the exhibition uses “XX” as both chromosomes and Roman numerals in order to represent not only the genes that determine a woman’s sex but also the 20th Century, an era which saw unprecedented change in the role, status, appearance and condition of women.

 

Exhibition curator, gallery director and strong advocate of women’s rights Monica Cardarelli, who has researched and brought together this astonishing selection of art portraying the female gender in its many representations and transfigurations, says of the exhibition, “In a single image we can find a myriad of stories and destinies that intertwine and overlap, and this is also the case for each of the other images that make up this exhibition. Each contains stories that oscillate between past and present, leading to a series of reflections, to which are added those generated by their being together, by the dialogue that inevitably they entertain while standing side by side.”

 

The exhibition runs from 1st December to 30th January, inviting visitors to explore and share their responses to the vast array of inspiration adorning the gallery walls.

 

For enquiries and further information
E: info@laocoongallery.co.uk
T: 020 8075 3903
www.laocoongallery.co.uk

Luigi Sabatelli 1772-1850 Disegni e Incisioni

Luigi Sabatelli 1772 – 1850 Disegni e Incisioni

E’ un fatto che chi giunge nella Sala dell’Olimpo – o meglio dell’Iliade – di Palazzo Pitti, fa correre lo sguardo saltabeccando da un capolavoro all’altro tra quelli appesi alle pareti, ma raramente alza lo sguardo in alto, al soffitto, un vero e proprio cielo vasto e azzurrissimo che fa da sfondo alla catasta immane di divinità olimpiche, dominate dalla maestosa figura di Giove in trono.

 

E’ uno dei più begli affreschi neoclassici italiani a noi giunti intatti, e il suo autore è Luigi Sabatelli, fiorentino, che in questa sala raggiunse il culmine della sua arte. Il suo nome è noto più agli amatori e collezionisti di stampe e disegni antichi, perché nell’arte del disegno fu indubbiamente portentoso e le sue grandi incisioni, La Peste di Firenze, La Visione di Daniele, e le sei mirabili scene de L’ Apocalisse sono quanto di meglio sia stato pubblicato nell’epoca sua in Italia.

Produsse pochi quadri ad olio, dedicandosi molto di più alla pittura a fresco, ma molte di queste opere sono andate perdute nell’ultima guerra tanto a Milano quanto a Firenze, mentre altre si trovano in luoghi difficilmente accessibili – come l’incredibile Prometeo a Palazzo Bolzesi a Cremona – o decisamente fuori mano, come il grande ciclo apocalittico nella chiesa di Sant’Antonio Abate a Valmadrera in quel di Lecco.

 

Queste le ragioni della poca notorietà, in aggiunta al fatto che su di lui non è stata mai scritta una monografia, ad eccezione del catalogo di una mostra a lui dedicata dal Gabinetto degli Uffizi, nell’ormai lontano 1978. Quanto ciò sia incomprensibile e certamente immeritato è proprio quello che si vuol dimostrare esponendo un nucleo di disegni suoi, dei suoi figli e della sua scuola, nonché le maggiori sue incisioni. Frutto di una ricerca durata anni, la scelta comprende opere le più svariate. Un bellissimo Ritratto di donna a matita e sanguigna è prova magistrale della sua arte di ritrattista all’impronta, esemplare raro, poiché la maggior parte di questa produzione è quasi tutta conservata – male – alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Un disegno preparatorio per la Visione di Daniele è l’istantanea della fucina della sua capacità inventiva, che sbizzarrì creando i mostri allegorici della Sacra Scrittura, mischiando tra loro gli animali che accuratamente aveva disegnato dal vero nel Serraglio del Viceré, allora nel Castello Sforzesco di Milano. Zuffe, battaglie, lotte di Cavalieri sono le scatenate creature della sua fantasia, alcune di queste, in mostra, provengono dalle storiche raccolte della figlia di Pietro Benvenuti e da quella dello scultore genovese Sante Varni.

 

Un album intero, sicuramente databile al suo giovanile soggiorno a Roma, riproduce dettagli della Colonna Traiana, teste e gruppi di soldati romani e Daci, disegnati con mano sicura e spirito affine, per senso del pathos drammatico, a quello che scolpì la lotta crudele per la conquista della Dacia attorno al fusto della colonna colossale.

 

Due disegni preparatori per una delle lunette di Palazzo Pitti, La Toletta di Giunone, ci riportano alla Sala dell’Olimpo, il capolavoro sabatelliano che costituisce anche il soggetto di una monografia su l’artista scritta dopo lunghi, pazienti e fruttuosi studi da Monica Cardarelli, in cui si esamina la carriera di Sabatelli come frescante dagli inizi fino al termine della sala di Pitti. La ricerca ha saputo scoprire opere a fresco inedite e mai pubblicate, e moltissimi documenti d’archivio per riuscire a narrare la complessa storia di una commissione nata al tempo della regina d’Etruria, vagheggiata da Elisa Baciocchi in onore di Napoleone, ma poi effettivamente portata a termine dalla restaurata dinastia degli Asburgo-Lorena. Il libro, che sarà presentato a Firenze durante i giorni della Biennale dell’Antiquariato, è pubblicato dall’editore Polistampa di Firenze.

 

La mostra dei disegni ed incisioni di Sabatelli verrà presentata nello stand 27 della Galleria W.Apolloni a Palazzo Corsini e in seguito trasferita nella sua sede romana, in Via Margutta 53B.

Luigi Sabatelli 1772 – 1850 Disegni e Incisioni

Luigi Sabatelli (Firenze 1772 – Milano 1850)

Luigi Sabatelli nacque a Firenze il 19 febbraio del 1772. Ultimo figlio di Giovanni Sabatelli e Francesca Falleri, si appassionò precocemente all’arte del disegno. A soli otto anni intraprese gli studi d’arte grazie alla benevolenza del marchese Pier Roberto Capponi, nel cui palazzo il padre lavorava come cuoco.

 

I suoi primi maestri furono due incisori: Benedetto Eredi e Santi Pacini. Questo primo approccio all’arte, condizionò notevolmente la sua futura produzione artistica, caratterizzata fin dall’inizio da una straordinaria maestria nel disegnare a penna. Nel 1784, a dodici anni, fu iscritto all’Accademia delle Belle Arti fiorentina, dove proprio in ragione di questo suo notevole talento nel disegnare all’impronta senza errore, gli fu attribuito l’appellativo di Guercino, poiché i suoi disegni erano improntati a quelli dell’antico maestro barocco, allora avidamente collezionati e riprodotti in incisione per gli amatori.

 

Ottenuti diversi primi premi e riconoscimenti, nel 1788, si trasferì a Roma, dove entrò in contatto con il Cavaliere Tommaso Puccini, pistoiese, futuro direttore della Galleria degli Uffizi. Fu il suo primo mecenate, nonché suggeritore dei soggetti di alcune delle sue opere più note. Ricordiamo la grande incisione per La Peste di Firenze – esposta assieme a diversi disegni ad essa relativi -, la serie delle incisioni per L’Apocalisse – di cui si mostra l’intera serie ed alcuni disegni tratti dalle incisioni -, l’acquaforte per La Visione di Daniele – di cui in mostra uno straordinario disegno preparatorio. Puccini fu anche il suggeritore del soggetto per il dipinto di Davide e Abigail ora ad Arezzo, di cui qui si mostra un foglio con una prima idea. Sempre da lui suggeriti sono i soggetti di alcune delle più epiche Battaglie e Zuffe di cavalli e cavalieri, di cui in mostra il disegno per il Valor di Michel di Lando e sua vittoria contro i Ciompi in Firenze e il disegno per Pietro Maringhi fiorentino dà fuoco a una nave pisana.

 

A Roma Sabatelli frequentò assiduamente il variegato ambiente artistico di quegli anni. In particolare strinse amicizia con Damiano Pernati, membro di una nobile e antica famiglia novarese con cui nel 1795, realizzò i Pensieri Diversi, una serie incisa da Damiano Pernati su disegno di Sabatelli, raccolta ispirata a temi di letteratura classica e religiosa e a personaggi dell’antichità, animata da suggestioni protoromantiche.

 

L’amicizia con Damiano Pernati a Roma dette modo a Sabatelli di frequentare il suo medesimo entourage: Angelica Kauffmann, Canova, Raffaello Morghen, Gaspare Landi.

 

In questi stessi anni l’artista entra in contatto con l’Accademia dei Pensieri, inaugurata da Felice Giani nel 1790, fondata sulla centralità del disegno e dell’invenzione e nello stesso momento frequenta Vincenzo Camuccini, Giuseppe Bossi, Pietro Benvenuti ed altri artisti che come lui partecipavano alle riunioni serali per lo studio del nudo, tenute da Domenico Corvi e organizzate da Leopoldo Cicognara come una piccola accademia privata.

 

Sempre a Roma l’artista strinse amicizia con Benigne Gagneraux; del loro legame resta testimonianza nella Caccia del Toro, incisa da Gagneraux su disegno di Sabatelli.

 

Nell’Urbe il suo talento di disegnatore non passò inosservato: lui stesso racconta nelle sue Memorie di esser stato portato in trionfo dai compagni della scuola di nudo in Campidoglio, dopo aver disegnato, senza mai staccare la penna dal foglio, e in brevissimo tempo, un’accademia perfetta già alla prima prova. Legato a questo periodo è il nucleo di disegni, inedito, tratti dai rilievi della Colonna Traiana, in cui Sabatelli isola volti e segmenti di scene e composizioni, da cui trarrà ispirazione per la sua successiva produzione.

 

La sua innata maestria nel disegnare, rafforzata dall’esercizio e dall’esperienza, è testimoniata inoltre dal consistente nucleo di disegni conservati presso il Gabinetto Civico di Castello Sforzesco di Milano e presso il Gabinetto di Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze; anatomie umane e animali, eseguite con assoluta destrezza, a cui si aggiungono I Ritratti realizzati tra il 1797 e il 1810, oggi conservati presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, disegni a penna che Ugo Ojetti definì “[…] opere di una prontezza senza pentimenti”. Qui in mostra sono tre ritratti, tra cui un bellissimo volto femminile a due colori del 1806.

Dopo Roma, nel 1794, Luigi Sabatelli si trasferisce a Venezia per due anni, per studiare il colore.

 

Una volta tornato in patria, spinto dalla necessità, accettò la prima commissione per un’opera a fresco, Il Ratto di Ganimede, da realizzare nel Palazzo del marchese Gerini in via Ricasoli. Pur non essendosi mai cimentato nella tecnica dell’affresco, questa prima prova ebbe esiti tanto sorprendenti che da questo momento le grandi famiglie nobili fiorentine fecero a gara per avere affrescate dal nostro Sabatelli intere sale, pareti e volte delle loro ville e Palazzi. Ricordiamo i Ginori, i Guicciardini, i Martelli, i Tempi, i Bardi, e cosa ancora più rilevante, la stessa Regina Reggente del Granducato di Toscana, Maria di Borbone, che gli affidò non solo l’incarico di affrescare Il Sogno di Salomone nella sua camera da letto, nella Palazzina della Meridiana di Palazzo Pitti, nominandolo al contempo pittore di camera e maestro di disegno del principe Carlo, suo figlio, ma gli affidò anche la prestigiosa commissione di affrescare quella grande Sala di Palazzo Pitti, che molto tempo dopo sarebbe diventata la Sala dell’Olimpo. Questa era la più grande, importante e anche la più problematica sala del Piano nobile del Palazzo, rimasta priva di decorazioni proprio perché l’ultima dopo l’infilata delle sale affrescate da Pietro da Cortona e dunque degna solo dell’opera di un pittore tale da poter reggerne il confronto. In mostra due dei disegni preparatori per la prima delle otto lunette di cui si compone l’affresco, che mostra una splendida Giunone alla toilette, circondata da operose ancelle e giocosi putti.

 

La storia di questa importante commissione è indubbiamente straordinaria e allo stesso tempo particolarmente significativa per comprendere il merito e il valore artistico di Luigi Sabatelli. L’artista infatti ricevette questa commissione per ben tre volte e da tre diversi governi, quelli che si succedettero al Granducato di Toscana dal 1807 al 1814: il governo dei Borbone con la Regina Reggente Maria, quello napoleonico con Elisa Baciocchi e infine quello degli Asburgo Lorena con Ferdinando III, che dette finalmente avvio ai lavori nel 1820.

 

Luigi Sabatelli, dal canto suo, una volta realizzata la colossale opera a Palazzo Pitti, e conclusa anche l’opera a fresco per la Cappella di Sant’Antonio in Santa Croce, nel 1825 se ne torna a Milano. Prosegue il suo insegnamento a Brera, che aveva temporaneamente affidato a Francesco Hayez, e continua a ricevere importanti commissioni sia pubbliche che private. Ricordiamo in particolare il ciclo ad affresco con Le nozze di Amore e Psiche in Palazzo Busca Serbelloni (1831) opera purtroppo perduta, e ancora il ciclo ad affresco per la Chiesa di Valmadrera (1836), di cui in mostra due disegni per la scena de I Dodici Apostoli accanto al trono di Cristo. Tornerà ancora a Firenze nel 1841 per affrescare la Tribuna di Galileo nel Palazzo della Specola.

 

L’artista ebbe anche il merito di aver sauto trasferire ai suoi figli l’arte e la passione per il disegno, in particolare a Francesco (1801-1829), salutato come speranza dell’arte italiana da Mazzini, e a Giuseppe (1813-1843), purtroppo entrambi morti di tisi in giovanissima età. Di Giuseppe vi sono qui in mostra diversi rari esempi di disegni tra cui un’accademia maschile, proveniente dalla collezione di Sante Varni, di somma eccellenza.

 

Luigi Sabatelli muore a Milano nel gennaio del 1850.