Nasce a Bologna il 29 luglio 1889. Autodidatta, nel 1906 va a Vienna, attratto dal gruppo della Secessione, e vi conosce Klimt. Dal 1908 e il 1909 viaggia dalla Germania alla Russia. Stabilitosi nel 1910 a Venezia, nel 1911 è a Parigi, dove conosce e frequenta Severini e Modigliani e al Louvre studia la pittura italiana del Quattrocento.
Dal 1912 Oppi produce una serie di nudi immersi nel paesaggio, in boschi dove il rapporto tra uomo e natura è rappresentato da danze e gruppi di uomini e donne in evidente armonia tra di loro e con l’ambiente. In seguito l’interesse dell’artista si concentra su soggetti che contemplano la miseria dell’essere umano, la solitudine e la povertà della vita.
Verso la fine della prima stagione Oppi realizza opere stilizzate nella fredda trasparenza della luce e immobile durezza delle espressioni, con una forte valenza metafisica. Le figure femminili, molte delle quali sono riconducibili probabilmente alla modella Fernande Olivier (compagna di Picasso e da lui separatasi perché innamorata di Ubaldo) hanno occhi bistrati e velati di tristezza. A Parigi Ubaldo è chiamato Antinòus (Antinoo) perché è un bellissimo giovane, con un viso maschio e un corpo atletico formatosi nell’esercizio di boxe, calcio e della pratica quotidiana di ginnastica.
Sono gli anni 1913/14 in cui il tema dominante è un mondo di poveri, di emarginati, di figure sole e tristi, che lasciano trasparire l’oppressione e la rassegnazione. È il periodo degli acquarelli prevalentemente monocromatici blu, in cui sembra profonda la consonanza con “i derelitti” del periodo blu di Picasso che peraltro Oppi, secondo la sua testimonianza a Persico, conosce soltanto successivamente.
Alla stessa grande stagione appartengono gli innumerevoli disegni e acquarelli prodotti durante la guerra in cui combatte da tenente degli alpini (rimane ferito quattro volte sul Pasubio e sulla Bainsizza), e durante la prigionia a Mauthausen. I soggetti sono ispirati soprattutto alla povera gente, famiglie di soldati, contadini, operai, madri con bambini e padri disoccupati davanti alla fabbrica, una raccolta di tipi proletari, disegnati con una “pietas” pudica e introversa.
Con la fine del conflitto inizia la seconda grande stagione di Oppi. Il pauperismo della prima stagione si addolcisce intorno al 1919. Abbandona quasi completamente le influenze della sua formazione mitteleuropea (le cadenze impressioniste e simboliste, la macilenza delle figure).
Una nuova serenità permea la sua pittura quando conosce Dhely che sposerà nel 1921; il suo nome apparirà spesso nei dipinti dell’artista. Sempre nel 1921 ottiene una lusinghiera affermazione al grande “Salon des Independants” di Parigi dove le sue opere vengono segnalate tra le più significative apprezzate per l’elegante, aristocratica oggettività. La povertà narrata negli anni precedenti non scompare, ma si tramuta in una dimessa letizia del riposo dopo, la fatica del lavoro quotidiano.
Nel 1922 Oppi è tra i fondatori del Novecento Italiano raccolto intorno a Margherita Sarfatti insieme a Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig, Sironi. È importante ricordare che “il Novecento”, movimento di cui fa parte Oppi, in una posizione di assoluta importanza, non è un’invenzione italiana, anche se gli artisti nostrani vi hanno avuto un ruolo fondamentale, ma corrisponde ad un orientamento della cultura internazionale nel momento della prima crisi delle avanguardie.
Oppi interpreta queste esigenze di questo movimento senza dimenticare né tradire la “pietas” che l’ha sempre animato, conferendo alle sue opere schemi pittorici e compositivi di impronta quattrocentesca, sovente filtrati da primitivismo e da realismo asciutto e metafisico. Questo movimento, soprattutto nei primi anni fino al 1926, è spesso caratterizzato da suggestioni di “realismo magico” e Ubaldo Oppi, viene proprio indicato da Franz Roh, (grande teorico del Realismo Magico), come artista rappresentativo di questa formula che è mediazione tra naturalismo e metafisica (intesa come tensione e suggestione di sensi e significati nascosti delle cose e delle situazioni).
La Sarfatti ritiene infatti che la coerenza non significhi totale identificazione di modi e accenti, ma indichi un obiettivo comune, il ritorno al figurativismo, il superamento di astrattismo, scomposizione, futurismo, cubismo e anche divisionismo e impressionismo. L’adesione di Oppi al movimento è breve e turbolenta. Nel 1924 Oppi si distacca e ottiene una sala personale alla XIV Biennale di Venezia. La sua figura è autonoma perché in lui è più forte ed esplicita la matrice mitteleuropea. Al suo segno tagliente, freddo, non possono essere estranee le esperienze maturate nei suoi soggiorni a Vienna e in Germania.
La fama di Oppi cresce in Italia e all’estero, tanto da essere invitato a tutte le Biennali fra il 1926 e il 1932. Sempre nel 1924 l’artista partecipa alla Mostra Mondiale di Pittsburg e vince il secondo premio con “il Nudo Disteso”.
L’ultima stagione inizia nel 1932 e coincide con il suo ritiro a Vicenza; una crisi mistica avvicina Oppi alla pittura religiosa. È il ritorno definitivo della sua pittura allo spirito classico. Famosi sono gli affreschi del 1927/28 della cappella di S. Francesco nella basilica di S. Antonio a Padova conclusi nel 1932 e quelli della chiesa di Bolzano Vicentino del 1934/35, dove il contadino raffigura Ubaldo giovane e il bambino raffigura suo figlio. Sullo sfondo del grande affresco si intravvedono anche i luoghi della guerra dove Oppi ha combattuto coraggiosamente. Si spegne nel 1942 a Vicenza.

 

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