Marina Ortona, Ceramiche e Sculture
Marina Ortona,
Ceramiche & Sculture
dal 21 maggio al 21 giugno 2026 (Mostra prorogata al 4 luglio)
Gabinetto dei Disegni, Galleria W. Apolloni & Galleria del Laocoonte, via Margutta 53b
Orari: dal Martedì al Venerdì, 10:00-13:00, 15:00-19:00; Sabato 10:00-13:00

COMUNICATO STAMPA
Non vi è spazio abbastanza, né mi regge il cuore, da italiano, per rievocare in dettaglio la lunga via crucis di lutti, sofferenza e perdite della comunità ebraica libica e italiana dalla proclamazione delle leggi razziali nel 1938 all’esodo finale e totale del 1967, verso l’Italia ed Israele. A parte il popolo degli Amazigh, o Berberi, uomini liberi e magnanimi, nessuno ci ha fatto una bella figura: né Italo Balbo Governatore di Libia che, pur essendo uno dei pochi oppositori della svolta razziale di Mussolini, comandò deportazioni e lavori forzati, né gli inglesi che liberarono Tripoli, complici silenziosi del pogrom del 1945, né certo i libici imbarbariti dal nazionalismo panarabo, e nemmeno gli altri italiani di Libia ai quali poi spettò, tre anni dopo il 1967, con Gheddafi, lo stesso destino di lasciare egualmente terre, case e cose, per fuggire come poveri profughi verso una madre patria quasi indifferente. L’Italia è stata una Niobe che ha guardato dall’altra parte, a causa del petrolio, lasciando che i suoi figli e figlie raminghi se la cavassero da soli. E gli ebrei di Libia se la sono cavata da soli, prodigiosamente, esemplarmente, trasformando il dolore, il lutto, la perdita, con tenacia e sopportazione, in operosità e raggiungimenti. Solo il vuoto della nostalgia è impossibile da colmare, rimane aperto come una porta dei sogni, perché proprio come sogni ricorrenti sono le memorie lontane dei luoghi ai quali è impossibile ritornare.
Marina Ortona aveva ancora cinque anni, e a bordo del Caravelle Alitalia, che l’avrebbe portata con tutta la famiglia a Roma in meno di due ore, dormiva tra le braccia del padre Marcello (1922-2002), già giovane direttore del «Corriere di Tripoli» e poi instancabile cultore della memoria di quella comunità sradicata. Il figlio più grande Yoram (1953), ora architetto a Milano, ha voluto ricostruire in un commovente plastico, studiando poche fotografie e i propri ricordi, fino al più minimo dettaglio la casa di famiglia a Tripoli, da molti anni scomparsa. Il fratello Giorgio (1960), architetto e pittore, ha potuto ritrarre la città perduta, in grandi tele incollate su tavola, scrutandola dall’alto grazie alle immagini satellitari di Google Maps, capaci di farci volare alto nel cielo pur restando seduti davanti al nostro computer.
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Anche Marina ha voluto, sapiente e paziente ceramista, trasformare in arte, con la sua arte particolare, le intense memorie infantili e lo struggimento della perdita e dell’impossibile ritorno. Così hanno preso forma, in ceramica smaltata, le sagome essenziali delle bitte del porto di Tripoli, quasi oggetti di culto, con iscrizioni e simboli arabi, l’ultima cosa che si vede a riva dopo aver mollato gli ormeggi, e ritirati i cavi, dalle navi che prendono il largo, quelle che dal 1948 in poi trasportarono i trentamila ebrei che fecero Alyah, intraprendendo la rotta per il neonato stato d’Israele. Sono un ricordo di Tripoli anche Le mie persiane, piccole stanze di terracotta attraverso cui la luce passa in sottili lame parallele tra gli interstizi delle stecche che proteggono dal calore e dall’abbaglio del sole africano. Una luce che anche noi, in quest’altra parte del mare conosciamo, e associamo al riposo e al sollievo della frescura durante la villeggiatura, ma che tutto un altro senso doveva avere per una bambina nei giorni e giorni in cui quelle persiane dovevano star sempre chiuse – e i portoni serrati – perché fuori impazzavano le grida e i terribili rumori del pogrom al tempo della guerra dei sei giorni, tra la paura di un’irruzione e la speranza di un imbarco su un aereo italiano. Le stanze divennero cubicoli e quasi celle di prigionia.
Dobbiamo ricordarci quanto eravamo alti a cinque anni, e quanto diversa era la nostra visuale, per comprendere un’altra toccante opera di Marina: Spazio tra le colonne. È lo spazio tra le colonnine che scandivano la balaustra dei balconcini della casa di Tripoli affacciati sul mare, l’unico spazio da cui, ad altezza di bambino, si poteva vedere l’esterno, tra la curiosità infantile e i moniti materni a non rimanere incastrati con la testa tra pilastro e pilastro. In cinque lastre di grès smaltate del colore del ferro arrugginito dal tempo, è traforato a giorno lo spazio di questa luce che però si restringe sempre di più di lastra in lastra fino a lasciare solo una feritoia sottile, un taglio appena, da cui ancora passa la luce del ricordo.
Non è però solo per la poetica di queste opere così personali e autobiografiche che ho accettato con entusiasmo, quando mia moglie Monica Cardarelli ne ha avuto l’idea, di esporre i lavori di Marina Ortona. Né l’affetto, né la lunga amicizia avrebbero potuto convincermi, se non avessi visto nelle sue maioliche, nei suoi smalti, nelle sfumature dei suoi lavori in grès, le tante sfaccettature di un talento multiforme ed eclettico, la felice curiosità di sperimentare ogni volta un procedimento per ottenere risultati sempre nuovi e sorprendenti. Il ceramista è un piccolo demiurgo, e dalla terra, per acqua e per fuoco può dar apparenza di vita alle sue creature, a scarpette da danza che ballano da sole con i piedi attaccati, come quelle stregate della fiaba di Andersen, ai piccoli nudi in terra refrattaria che paiono creature vive pietrificate per sortilegio, per non parlare della piccola Ciociara, proprio quella che guadagnò un Oscar a Sophia Loren, che potrebbe ben stare a piangere in un angolo di un presepio del neorealismo italiano.
Il ceramista è però anche un alchimista, capace di tramutare la materia in mille apparenze, grazie ai metalli che nel forno rovente cambiano la loro pelle opaca e spenta in una lucida e risplendente superficie, che sembra rubare i colori ai fiori e agli insetti più sgargianti, in un modo che a nessuna altra pittura è dato. Per non parlare delle tecniche del Raku, giapponese o americano, grazie alle cui diavolerie le terrecotte diventano meraviglie minerali come fossero uscite dal ventre di qualche vulcano. Marina Ortona ha fatto così tanti esperimenti, con esiti così diversi e sempre felici che a stento si riconosce l’opera di un solo artista, facendoci pensare piuttosto al lavoro di tanti artigiani diversi. Pensiamo ai Bereshit, che paiono reperti archeologici, antichi frammenti di epigrafia ebraica, uno che sembra marmo patinato dal tempo, l’altro ripescato in qualche lago di bitume. I “sassi sagomati” che sembrano invece campioni geologici, raccolti in qualche escursione nel deserto, erosi dalla sabbia soffiata dalla forza del Ghibli, e altri oggetti poi, basi per lampade o vasi sono invece eleganti, essenziali, moderne invenzioni di design. Altri oggetti ancora sembrano prodotti di un artigianato etnico lontano, forse opere di un qualche stralunato e visionario vasaio di Gharyan o del Fezzan, in Libia, appunto, proprio da dove siamo partiti.
Marco Fabio Apolloni








