Francesco Hayez
La mostra visitabile durante i giorni di Amart 2025
sarà trasferita dal 12 novembre al 12 dicembre a Palazzo Borromeo D’Adda per la mostra
Francesco Hayez, dipinti e disegni
Giuseppe Molteni, Carlo Arienti ed Eliseo Sala
ritratti della Milano romantica
realizzata in collaborazione con la galleria Brun Fine Art di Milano che esporrà altrettante opere dalla sua collezione
Sarebbe una piccola ma interessante mostra in un grande museo, è invece una mostra straordinaria per una galleria privata, come la W. Apolloni di Roma, che, in omaggio a Milano, come in occasioni precedenti (Achille Funi nel 2023, Andrea Appiani nel 2024), ha deciso di portare delle opere che fanno parte della gloria artistica del passato milanese, nell’augurio che un poco di questa arrivi a trasfondersi nel presente.
Innegabile che, nell’800, Milano sia stata Capitale del Romanticismo italiano, e che in essa abbiano dominato senza rivali, per la letteratura Alessandro Manzoni, per la musica Giuseppe Verdi, e per la pittura Francesco Hayez.
Di Francesco Hayez (Venezia 1791- Milano 1882) si presentano, tra le poche opere ancora in mani private, cinque capolavori di pittura, e due rari e curiosi disegni. Sarà esposta inoltre una scultura di Alessandro Puttinati (Verona 1801- Milano 1872) che, dal 1831, produsse in gesso una serie di statue in piccolo, da scrivania, per celebrare gli artisti e gli scrittori più famosi di Milano. Quella dedicata ad Hayez, con il pennello e la tavolozza in mano, è alta poco meno di 37 cm, ma, a vederla, sembra più monumentale del bronzo a grandezza naturale del buon Francesco Barzaghi che prende pioggia e neve accanto al Palazzo di Brera.
GIUSEPPE SPIEGA I SOGNI
Il primo grande quadro a presentarsi ai visitatori è una grande tela, fortunosamente recuperata nel gran mare del mercato antiquario e salvata dalla dimenticanza da una pattuglia di occhiuti mercanti. Ignoto alla letteratura artistica e dimenticato da Hayez stesso nelle sue Memorie, il dipinto ha rivelato in pulitura la chiara firma dell’artista per esteso.
L’opera appartiene al primissimo periodo in cui Hayez fu pensionante del Regno Italico in Palazzo Venezia a Roma (1810- 1817) e rappresenta Giuseppe in carcere che spiega i sogni al coppiere e al panettiere del Faraone. Lo stile e la composizione del quadro rivelano l’influenza iniziale che su Hayez ebbe il poco più vecchio condiscepolo Tommaso Minardi (Faenza 1787- Roma 1871), pittore allergico alla pittura ad olio, ma già allora ammiratissimo maestro di disegno per perfezione di linee e fantasia di composizioni. Era un tempo quello, in cui il giovane Hayez passava i giorni nelle stanze vaticane a copiare appassionatamente gli affreschi di Raffaello. Si noterà che la figura di destra assomiglia non casualmente a Michelangelo, e quella di sinistra presenta una certa parentela con la figura di Leonardo, caposcuola rivali che l’Urbinate aveva raffigurato assieme nella Scuola di Atene mascherati da filosofi antichi. Può essere solo una fantasia, ma può essere anche vero che nel dipinto stiamo osservando un Raffaello giovanetto capace di insegnare qualcosa in più ai due vecchi maestri. È comunque un’allegoria della divina saggezza della gioventù, capace di ammaestrare chi è molto più anziano, al modo di Gesù fanciullo nel Tempio con i dottori della Legge.
TETI AFFIDA ACHILLE AL CENTAURO CHIRONE
Segue in posizione d’onore Teti in atto che dà in educazione suo figlio Achille al centauro Chirone, che Hayez dipinse a Roma nel 1813, per un concorso a Napoli su tema dato. Non solo non vinse, ma non venne nemmeno accettato. A nulla valse la calda raccomandazione di Antonio Canova. Cose che succedevano a Napoli al tempo di Murat e Carolina… Ovvio che il dipinto avrebbe vinto a mani basse qualunque concorso: ogni gruppo di figure rammenta una scultura di Canova, a cui però il colore di Hayez dà una vita e un’illusione di moto impossibile a qualunque marmo. È un quadro neoclassico per soggetto, con memorie della pittura di Pompeo Batoni e degli affreschi pompeiani, ma in cui Hayez è già l’artista che sarà: basta guardare la ninfa seminuda che in basso a destra si china a raccogliere una lancia. È già sorella, per vivacità di carne, delle romantiche e sensuali bagnanti che dipingerà più tardi a Milano.
Questo quadro dovrebbe essere proprio acquistato dal Museo di Capodimonte, se non altro per riparare al torto che fu fatto all’autore, a Napoli, due secoli e una dozzina d’anni fa.

Francesco Hayez, L’Educazione di Achille, 1813, olio su tela, cm 115 x 145.
Collezione W. Apolloni, Roma
UNA TESTA TAGLIATA
A sinistra è un quadretto di piccole dimensioni, ma grandissimo per potenza drammatica e adesione al vero. Rappresenta infatti una testa umana decapitata dal busto, a tutta apparenza quella di un giustiziato alla ghigliottina, dipinta dal vero, con fare veloce sicuro. Una simile pittura, di un orrido che qualche anno prima solo Gericault aveva osato dipingere, ma non esporre, fu presentata da Hayez all’Esposizione di Brera del 1832. Sul blocco di legno dove giace la testa, vi è dipinto lo stemma della Repubblica Veneta, e una scritta dipinta sul bordo del drappo bianco su cui spicca la testa recita: “Generale Carmagnola Tragedia”. È quella scritta dal Manzoni, pubblicata nel 1820, tanto lodata da Goethe, e rappresentata senza successo nel 1828. Dramma generoso di intenti e grondante carità di Patria, che però un poco male si attaglia alla vera figura di Francesco Bussone, capitano di ventura di primo quattrocento e geniale tattico dai clamorosi successi, che fu al servizio prima dei Visconti e poi di Venezia, e che probabilmente si stava preparando a cambiare di nuovo cavallo, come giustamente sospettavano i veneziani. Manzoni riuscì quasi a farne un martire innocente dell’italianità risorgimentale. Hayez invece ritrasse dal vero la testa tagliata di un brigante o di un carbonaro romano, dipinto che tra l’altro era nella collezione di un alto papavero papalino che era stato suo compagno di bisbocce in gioventù.
LA SETE DEI CROCIATI
Segue di fronte il primo bozzetto per La Sete dei Crociati sotto le mura di Gerusalemme, del 1838, per il grandissimo, smisurato quadro (metri 3,63 x 5,89) che al Palazzo Reale di Torino arrivò solo dodici anni dopo, nel 1850, quando il suo committente, re Carlo Alberto, aveva già perso rovinosamente la sua crociata ed era morto in esilio. L’affollatissima composizione, a cui fa da sfondo una Gerusalemme davvero fiammeggiante sotto la canicola, prende spunto da un poema di grande successo d’allora, I Lombardi alla Prima Crociata, di Tommaso Grossi, del 1826, con la cui prima tiratura l’autore, prima alloggiato a casa Manzoni come segretario e amico, potè permettersi di comprare una casa sul lago. Mentre Hayez dipingeva, Giuseppe Verdi trasformava la trama romanzesca di Grossi nella travolgente opera lirica che con lo stesso titolo doveva strappar fama al poema, divenendo una delle colonne sonore del nostro Risorgimento.
GIOAS RE A SETTE ANNI
Teatrale è anche l’ispirazione del Gioas proclamato re nel tempio di Gerusalemme, replica autografa dello stesso soggetto che costituisce una delle più preziose gemme del Museo Revoltella di Trieste. Acquistato recentemente all’asta a Vienna, dove passava come “Anonimo artista storicista del XIX secolo”, questo dipinto è stato pubblicato ed esposto per la prima volta da Fernando Mazzocca ed Elena Lissoni in occasione della mostra Hayez. L’officina del pittore romantico alla Galleria d’Arte moderna di Torino, nel 2023-24.
La storia, tratta dal libro dei Re della Bibbia, racconta di Gioas, bambino incoronato e unto re di Giuda a sette anni dal gran sacerdote Ioiada. Il bambino era stato nascosto infante nel tempio, scampando così alla strage di tutta la famiglia reale ordinata dalla regina Atalia, vedova del re Ioram e nonnastra dello scampato, che regnò così sola per sei anni sul regno di Giuda. Quando il popolo vide il bambino incoronato, si ribellò contro la sanguinaria usurpatrice, oltreché idolatra e per metà fenicia, visto che era figlia della malfamatissima Gezabele. Venuta ad interrompere la cerimonia, essa fu catturata, portata via e trucidata fuori del sacro recinto. Hayez la raffigura a terra in fondo a destra, appena visibile nella sua veste ocra, in mezzo a un concitato gruppetto d’uomini in cui mal si distingue chi l’afferra, chi la vuol tormentare con una lancia, tra due guardie armate che erano probabilmente la sua scorta, ma ora si guardano bene dall’intervenire. Il bambino Gioas è seduto su un trono d’oro posto su tre gradi d’oro, ammantato di porpora ed insignito di corona e lungo scettro. Il trono poggia su un grande basamento di pietra da cui scendono sette gradini. Accanto al bambino è il sommo sacerdote, che arringa il popolo e forse ordina l’allontanamento di Atalia, affinché il suo sangue non contamini la sacralità del Tempio. Attorno stanno i Leviti, tutti vestiti di bianco. Sono la tribù dei discendenti di Levi, figlio di Giacobbe, ed essi erano infatti esclusivamente destinati da generazioni ad espletare tutte le funzioni cultuali e di cura del tempio. Alcuni altri se ne vedono tra il popolo, e un altro gruppo è vicino ad una porta del cortile cintato che dà su un altare fumante ed oltre, al sancta sanctorum. All’interno del cortile, il popolo di Gerusalemme. Uomini, vegliardi e fanciulli, alcune donne molto in disparte, tutti si inchinano ad adorare il loro nuovo re unto del Signore. Le figure sono in tutto oltre una cinquantina.
Il dipinto di Trieste sappiamo fu commissionato dall’ebreo triestino Salomone de Parente (1808-1890), che faceva parte dei fondatori della Società Filotecnica di Trieste che dal 1838, ogni anno e per dieci anni, organizzò l’esposizione triestina di Belle Arti, con concorso di artisti soprattutto lombardi e veneti, ma anche austriaci e tedeschi, con acquisti per le collezioni private cittadine, lotterie con premio di dipinti e commissioni di opere nuove agli artisti di maggior successo. Salomone de Parente aveva esso stesso formato una galleria di opere contemporanee – anche se la sua maggior passione era collezionare edizioni bodoniane – e il quadro del Gioas di Hayez era l’opera di maggior vanto, fu infatti esposta per ben due volte alla mostra annuale: nel 1840 e nel 1842. Viene generalmente datata al 1840, ma v’è chi afferma che de Parente già la possedesse nel 1836. Fu acquistata dal Comune di Trieste nel 1881, quando de Parente e Hayez erano ancora vivi, e la città ancora austriaca.
Non sappiamo chi abbia commissionato la replica di Vienna, anche se quasi certamente si è trattato di un amico o un corrispondente commerciale di Salomone de Parente, che altrimenti non avrebbe certo permesso ad Hayez di riprodurla. Né Hayez avrebbe potuto replicarla senza avere davanti l’originale. Naturale che la cosa non sia stata pubblicizzata, il quadro posseduto da Salomone de Parente a Trieste avrebbe perso non poco del suo prestigio.
AUTORITRATTO DELL’ARTISTA MASCHERATO DA GIULIO ROMANO
In questo piccolo disegno acquarellato, Francesco Hayez rappresenta se stesso nel costume da lui stesso disegnato per poter impersonare l’artista Giulio Romano, nelle cui vesti partecipò il 30 gennaio del 1828 al gran ballo in maschera dato dal conte ungherese Joseph Anton Batthyany nel suo palazzo milanese di Porta Orientale. La serata, che si concluse solo all’indomani, alle 8 del mattino, fu un grande avvenimento mondano che rimase memorabile per decenni nel ricordo dei milanesi. Alla festa intervennero 500 invitati, tutti in costume.
Tra gli invitati, la crema della nobiltà milanese, i maggiorenti dell’amministrazione austriaca, l’aristocrazia della borghesia imprenditoriale. Tutti i costumi furono disegnati da Francesco Hayez, con fondali dipinti da Alessandro Sanquirico in collaborazione con l’architetto Gaetano Brey. Per tutta la sera si alternarono quadriglie in costume ispirate ai Promessi Sposi, all’Otello, alle Crociate, ai montanari scozzesi di Walter Scott, alla corte di Caterina de’ Medici e di Francesco I di Francia, per non dimenticare banditi abruzzesi, cosacchi e greci e romani antichi. In ricordo della festa fu realizzato da Giuseppe Elena un sontuoso volume con 60 litografie colorate.

Francesco Hayez, Autoritratto in costume di Giulio Romano, 1828,
matita, penna e acquerello su carta, cm 19,5 x 19
STUDIO PER LA VOLTA DELLA SALA DELLE CARIATIDI A PALAZZO REALE
Nel 1836, su ordine del Cancelliere, principe di Metternich, Hayez riceveva la commissione per affrescare la medaglia centrale sulla volta della Sala delle Cariatidi nel Palazzo Reale di Milano. Il grande affresco doveva essere terminato prima dell’incoronazione dell’Imperatore Ferdinando I nel Duomo di Milano che avvenne il 6 settembre 1838. Hayez cominciò ad affrescarla i primi di giugno del 1838 e la completò in quaranta giorni. La preparazione del progetto e i disegni risalgono però al 1836, anno durante il quale l’artista dovette portarli a Vienna e presentarli a Metternich, all’imperatore e allo zio di questi, Ludovico d’Asburgo Lorena (1784-1864) del Consiglio Segreto di Stato, che, come disse Metternich ad Hayez era il “vero imperatore”. Il Vicerè del Lombardo-Veneto, Ranieri, brigava per ottenere la prestigiosa commissione al pittore Giuseppe Diotti. Il soggetto, Allegoria dell’ordine politico di Ferdinando I d’Austria, fu elaborato con l’aiuto dell’amico poeta e traduttore dal tedesco Andrea Maffei (1798- 1885). Una parte dell’affresco si era distaccata già nel 1818, il resto sparì nei bombardamenti del 1943 anche se vi è chi ha parlato di un distacco che sarebbe stato fatto nel 1924.