Eugene Berman. Il tesoro di Civita Castellana (2024)

Eugene Berman
Il tesoro di Civita Castellana
Autore: Monica Cardarelli
Ed. Italiana e Inglese
Data di pubblicazione: 2024
Formato: cm 24×30 – brossura cartonata
Pagine: 268
ISBN: 9791281262065
Editore: Edizioni del Laocoonte
Prezzo: € 50,00
Nato un anno prima del secolo della modernità, Eugene Berman è morto a Roma a 73 anni, nel 1972. Ha lasciato una straordinaria collezione di tremila pezzi di antichità egizie ed etrusche, africane e precolombiane allo Stato italiano, da quasi cinquant’anni immagazzinata in attesa di un allestimento aperto al pubblico ancora al di là da venire. Ciò che non si sapeva è che tra sarcofagi di terracotta, maschere funerarie egizie e vasetti aztechi, l’intera opera di Eugene Berman artista, rimasta nelle sue mani fino alla morte, giace nelle segrete dell’antico carcere pontificio di Civita Castellana, mai vista e finora mai fotografata. Quasi sessanta dipinti, centinaia e centinaia di disegni sciolti e migliaia di fogli d’album sono qui per la prima volta riprodotti affinché l’Italia conosca finalmente e chiaramente questo artista che ha follemente amato il nostro Paese, tanto quanto ne è stato malamente corrisposto. Nato a San Pietroburgo ha imparato ad amare l’Italia dall’eco che ne veniva dalle architetture di Quarenghi e Rastelli, ispirate a loro volta dalla Venezia di Canaletto e Guardi, dall’universo ideale che Palladio in tutto il Veneto ha edificato per ispirare il mondo. Una cultura raffinatissima, non solo artistica, ma musicale, teatrale nonché una specialissima confidenza con il mondo russo del balletto che egli portò con sé prima in Francia, dove emigrò nel 1919, e poi in America dove, oltre alla sua carriera di pittore, inizia a lavorare come scenografo e costumista spesso sotto l’egida di Stravinsky, suo concittadino e carissimo amico. Si trasferì in Italia nel 1958 dopo la morte della moglie, l’attrice Ona Munson, e poté consolarsi percorrendola in lungo e in largo, alla ricerca delle sue antiche bellezze.
Berman è stato l’ultimo poeta delle nostre gloriose rovine, nelle quali ha profeticamente intravisto quelle moderne che vennero con la guerra, cantandone, con penna e pennello lo struggente senso di bellezza perduta o ancora, inaspettatamente, conservata sottoterra, in attesa di una vanga che la riporti alla luce.