Giacomo Balla, La Città che Avanza

Giacomo Balla, La Città che Avanza

Giacomo Balla
(Torino, 1871 – Roma, 1958)

La città che avanza
1942
olio su tela cm 67,5 x 103
(con cornice cm 80 x 117)
Firmato in basso a destra « BALLA »
nel retro: LA CITTA’ CHE AVANZA \ DI BALLA 1942 \ – NON VERNICIARE –
Milano, collezione G. e Cesare Romiti.

Storia:

Pierluigi Bartoli, Roma [1963 targhetta trasporti Adami nel retro]. Galleria Nuova Pesa, Roma Antonello Trombadori, Roma. Archivio della Scuola Romana, Roma [targhetta con timbri nel retro]. Milano, collezione G. e Cesare Romiti.

Esposizioni:

Torino 1963 n.217 (riprodotto. Collezione Pierluigi Bartoli, Roma). Roma 1994-1995 (fuori catalogo). Roma 2002 (fuori catalogo). Ritratti di città, a cura di F. Gualdoni, Villa Olmo – Pinacoteca Civica, Como 28 giugno – 16 novembre 2014, riprodotto pag. 79.

Bibliografia:

G. Lista, Balla, Edizioni Fonte d’Abisso, Modena 1982 n.988. V. Rivosecchi, A. Trombadori, Roma appena ieri nei dipinti degli artisti del Novecento, Newton Compton editori, Roma 1986 n.90, riprodotto pag.217. Balla 1986b p.207, 210, pag. 211 (fotografia di Balla mentre dipinge il quadro).

L’opera apparteneva a Pierluigi Bartoli che la presta a Enrico Crispolti nella mostra che la città di Torino dedica a Giacomo Balla nel 1963. Attraverso la Galleria Nuova Pesa, entra a far parte della collezione di Antonello Trombadori per confluire, attraverso l’Archivio della Scuola Romana di Netta Vespignani, nella collezione di Gina e Cesare Romiti. Viene pubblicato da Valerio Rivosecchi e Antonello Trombadori nel 1986: “Questa veduta del lungotevere Flaminio, con il cantiere del lungotevere della Vittoria in primo piano e sullo sfondo Villa Balestra, fa ripensare ai suoi esordi, ai cantieri della giornata dell’operaio e ai quadri del suo allievo Boccioni. La cornice fatta apposta per sottolineare con il rilievo di finti ferri e bulloni la tematica del quadro, ci riporta al suo straordinario artigianato futurista”. Proprio per la sua veduta così fotografica, l’opera è stata inserita nel progetto della mostra Balla a Roma per il Comune di Roma a cura di E. Gigli e G. De Feo in programma per l’autunno 2022.

Ricorda Elica Balla: “In novembre mio padre, che se ne andava come sempre a vedere il fiume, dopo ripetute osservazioni decise di fare un quadro di tutta la visone del lungotevere con le case moderne che si riflettevano nell’acqua, il colle di San Valentino nello sfondo e in primo piano la gru e gli operai che lavoravano sul greto del fiume, è la città che avanza irrimediabilmente, la poesia rimane al di sopra del cielo luminoso e del bellissimo riflesso delle acque; è questo un dipinto molto importante perché raggiunge una verità nella completezza di tutta l’opera nella magia del colore e inoltre descrive il nostro tempo nella dilagante città di struggitrice della poesia campestre. L’artista studia per questo quadro una cornice color acciaio con i bulloni della gru. Il dipinto lo acquista poi un ingegnere” (in Con Balla, Milano 1986, vol. III, pag. 210)

Roma 26 aprile 2021, Elena Gigli.

 

English

Giacomo Balla
(Turin, 1871 – Rome, 1958)

La città che avanza
1942
oil on board 67,5 x 103 cm
(with frame 80 x 117 cm)
Signed at lower right « BALLA ».
On the reverse : LA CITTÀ CHE AVANZA \ DI BALLA 1942 \ – NON VERNICIARE –
Milan, G. and Cesare Romiti Collection.

History:

Pierluigi Bartoli, Rome [1963 Adami transport plate on the back]. Galleria Nuova Pesa, Rome Antonello Trombadori, Rome. Archive of the Roman School, Rome [label with stamps on the back]. Milan, G. and Cesare Romiti Collection.

Exhibitions.

Turin 1963 no. 217 (reproduced. Pierluigi Bartoli Collection, Rome). Rome 1994-1995 (out of print). Rome 2002 (out of print). Ritratti di città, edited by F. Gualdoni, Villa Olmo – Pinacoteca Civica, Como 28 June – 16 November 2014, reproduced p. 79.

Bibliography:

G. Lista, Balla, Edizioni Fonte d’Abisso, Modena 1982 n. 988. V. Rivosecchi, A. Trombadori, Roma appena ieri nei dipinti degli artisti del Novecento, Newton Compton editori, Rome 1986 n. 90, reproduced p. 217. Balla 1986b p.207, 210, p. 211 (photograph of Balla painting the picture).

The work belonged to Pierluigi Bartoli who lent it to Enrico Crispolti in the exhibition that the city of Turin dedicated to Giacomo Balla in 1963. Through the Galleria Nuova Pesa, it became part of Antonello Trombadori’s collection and then, through Netta Vespignani’s Archivio della Scuola Romana, it entered Gina and Cesare Romiti’s collection. It was published by Valerio Rivosecchi and Antonello Trombadori in 1986: «This view of the Lungotevere Flaminio, with the construction site on the Lungotevere della Vittoria in the foreground and Villa Balestra in the background, brings to mind his early work, the construction sites of the painting A Workers’ Day or the paintings of his pupil Boccioni. The frame, made to emphasise the theme of the painting with the relief of fake iron and bolts, takes us back to his extraordinary Futurist craftsmanship ». Precisely because it is so photographic, the work has been included in the project for the Balla a Roma exhibition for the City of Rome, curated by E. Gigli and G. De Feo, scheduled for autumn 2022.

Elica Balla recalls: «In November my father, who went as usual to see the river, after repeated observations decided to make a painting of the entire vison of the Tiber embankment with the modern houses reflected in the water, the hill of St. Valentine in the background and in the foreground the crane and the workers working on the riverbed, it is the city that advances irremediably, poetry remains above the bright sky and the beautiful reflection of the water; this is a very important painting because it achieves a truth in the completeness of the whole work in the magic of the colour and also describes our time in the rampant city of strugglers of rural poetry. The artist designed a steel-coloured frame with crane bolts for this painting. An engineer then bought the painting» (in Con Balla, Milan 1986, vol. III, p. 210).

Rome 26 april 2021, Elena Gigli.

ROMA ARTE IN NUVOLA 2021

LA GALLERIA DEL LAOCOONTE AD ARTE IN NUVOLA

dal 18 al 21 novembre 2021

Il centro prospettico e visuale dello stand della Galleria del Laocoonte (N. A35) è una vera e propria finestra aperta, che travalica il tempo e lo spazio: inquadrato in una cornice ideata dall’artista stesso che finse in legno travi e bulloni d’acciaio, appare infatti dipinto il paesaggio del quartiere Flaminio nuovo fiammante con Villa Balestra all’orizzonte, così come appariva a Giacomo Balla (1871-1958) che lo dipinse dalla spalletta del Lungotevere della Vittoria, dall’altra parte del fiume, nel 1942. È La Città che avanza, capolavoro del Balla post-futurista, postuma palinodia o controcanto della Città che sale, l’epica esaltazione modernista di Boccioni di più di trent’anni prima. Se all’inizio del secolo si esaltava la febbrile crescita urbanistica della città contemporanea, l’ultimo Balla figurativo usa i trucchi della miglior pittura di paesaggio, la luce che trasfigura, i tremuli riflessi colorati sulle acque del Tevere, per fermare in un’immagine la lirica melanconia di ciò che costruendo si distrugge, la poesia campestre. Il quadro appartenne all’ingegnere Pierluigi Bartoli, socio e cugino di quel Nervi che piegò all’arte il cemento armato, passato poi ad Antonello Trombadori, figlio di pittore che fu poeta, critico d’arte e politico comunista, è finito poi nella casa di Cesare Romiti che fu il potente amministratore delegato della Fiat negli ultimi vent’anni del ‘900. La Galleria del Laocoonte è fiera di poter presentare questo pezzo della storia e dell’arte di Roma proprio alla “Nuvola”, dove l’architettura si trasfigura in visione e quasi allucinazione del futuribile.

Proprio per rispetto e devozione del genius loci, dello spirito che permea il quartiere dell’EUR, dove la “Nuvola” galleggia nella sua gabbia di ferro e vetro, la Galleria del Laocoonte ha deciso di presentare i bozzetti in bronzo dei gruppi equestri Romolo e Remo di Publio Morbiducci (1889-1963), che avrebbero dovuto ornare il Palazzo della Civiltà Italiana, e i modelli in gesso di due dei quattro Cavalli che lo stesso Morbiducci concepì per la Quadriga che avrebbe dovuto trovar posto sulla facciata del Palazzo dei Congressi.  Ugualmente, disegni preparatori per i mosaici in bianco e nero che Gino Severini (1883-1966) e Giovanni Guerrini (1887-1972) realizzarono per l’EUR sono presentati a parte nello spazio espositivo dedicato alla mostra “Mitologia Meccanica” di Patrick Alò (1975), geniale assemblatore di rottami meccanici trasfigurate in statue di Dei, eroi e mostri dell’antichità classica.
Evocatore moderno dell’antico fu anche Duilio Cambellotti (1876-1960) – di cui la Galleria detiene un cospicuo nucleo di opere già esposte nel 2017 – di cui qui si espongono Le Danaidi e La punizione del Prefetto di Roma che l’artista immaginò come illustrazione della Storia di Roma nel Medioevo del Gregorovius, dove si mostra il prefetto Pietro appeso per i capelli a cavallo di Marco Aurelio in un desolato paesaggio del Laterano in rovina.
Di Leoncillo, ovvero Leoncillo Leonardi (1915-1968), uno dei nostri maggiori scultori del dopoguerra, la galleria detiene il maggior numero d’opere dei suoi anni figurativi e si appresta a pubblicare il catalogo ragionato dei suoi disegni. Di questo genio della ceramica che egli rese degna di competere col bronzo e il marmo dei suoi colleghi, si presenta una straordinaria e coloratissima Balaustra – già proprietà di quel giudice Alfredo Monaco che aiutò la fuga di Pertini e Saragat da Regina Coeli – la cui gemella è ora nelle collezioni della Banca d’Italia. Accanto ad essa è il relativo disegno preparatorio.
Due grandi cartoni colorati di Ferruccio Ferrazzi (1891-1978) rappresentano la dea Cerere e Vulcano, sono serviti di modello per la realizzazione dei mosaici della fontana monumentale di Piazza Augusto Imperatore, sul palazzo che ora sta per ospitare il primo Bulgari Luxury Hotel di Roma.
Un inedito e raro Ritratto di Donna, a tre quarti, intagliato nel legno, ripropongono l’originaria, evidente maestrìa di un grande scultore quale fu Pericle Fazzini (1913-1987).
Una rondella dipinta del più grande e famoso futurista siciliano, Pippo Rizzo (1897-1964), rappresenta un intrico di serpenti, un’allusione al simbolo della Galleria, il serpente appunto, inestricabile dalla figura di Laocoonte che della galleria è l’eroe eponimo.
Ancora due figurazioni di Pino Pascali (1935-1968), introducono due note scherzose: Moby Dick, divertito omaggio alla balena bianca di melvilliana memoria, e un Arlecchino, studio per un carosello pubblicitario di una allora famosa marca di pomodori pelati.
Infine, del visionario Fabrizio Clerici (1913-1993), pittore surrealista ed architetto geniale di sogni, si presenta Il Labirinto (1966), solo un assaggio della grande mostra che la Galleria del Laocoonte si appresta a proporre nell’immediato futuro.

ROMA TRA ARTE MODERNA E ARTE CONTEMPORANEA

È di grande importanza che Roma si affacci sulla scena internazionale con una specifica piattaforma dedicata all’incontro tra arte moderna e contemporanea e all’emergere delle nuove proposte artistiche, con l’obiettivo di rivestire un ruolo propulsore nei confronti del Mezzogiorno e di tutta l’area mediterranea.

Si sta lavorando per costruire un evento in linea con le specificità e le caratteristiche di Roma, una manifestazione in grado di assecondare la “personalità” del luogo che la contiene, amplificandone la sua identità e ottimizzandone il potere propulsore.

È prevista la partecipazione di gallerie (italiane e internazionali) che presenteranno i movimenti e i grandi nomi dell’arte ma anche un programma di iniziative speciali (installazioni, exhibit, mostre, etc.).

Antonietta Raphaël

Ora in mostra

ANTONIETTA RAPHAËL

Antonietta Raphaël
(Kovno, 1895 – Roma, 1975)
LEDA E IL CIGNO, O LEDA
1948
Terracotta dipinta, cm 39 x18 x 15
Firmato in basso a sinistra “Raphaël”
Roma, collezione privata; già collezione Scheiwiller, Milano


Per tutte le informazioni su questa opera contatta la galleria al numero 06 68308994
Esposizioni: 

1949
Mostra degli artisti liguri che hanno partecipato alla XXIV Biennale di Venezia, catalogo con presentazione di E. Zanzi, Galleria Fuselli e Profumo, Genova, n. 45 (Leda col cigno 1948).

1985
Antonietta Raphaël, catalogo a cura di F. D’Amico, Padiglione d’arte contemporanea, Milano – Roma 1985 p. 20, 64, n. 37 (Leda e il Cigno, 1948)

2003
Antonietta Raphaël, opere dal 1933 al 1974, catalogo a cura di G. Appella, Matera, p. 65, n.55 (Leda, 1948)

Bibliografia: 

M. Pinottini, Scultura di Raphaël, Milano 1971, p. 284, tav. 64 (Leda 1948).
E. Siciliano, Il risveglio della bionda sirena, Raphaël e Mafai. Storia di un amore coniugale, Milano, 2004, pp. 182-192.

Leda fu esposta per la prima volta nel 1949 a Genova, dove Antonietta Raphaël viveva ormai da tempo, rifugiata dopo l’emanazione delle leggi raziali. In alcune pubblicazioni l’opera viene indicata semplicemente con il nome di Leda, come riportato nella targhetta in basso a sinistra.Già nella collezione dell’editore e giornalista milanese Vanni Scheiwiller, nipote dello scultore Adolfo Wildt, apparirà nella monografia da lui edita nel 1971, Scultura di Raphaël, a cura di Marzio Pinottini.

Plasmata nella terracotta, materia prediletta dall’artista, e poi dipinta, l’opera ritrae la sposa di Tindaro, re di Sparta, completamente nuda, stretta in un sensuale abbraccio ad un cigno, che diversamente dalla tradizione iconografica non è bianco, ma completamente nero.

Le sue larghe ali lasciano scoperta la morbida figura femminile di Leda con le rotondità appena accennata del seno, dei glutei e dei larghi fianchi, probabilmente l’artista stessa dato che l’uso della modella di professione non fu mai un’abitudine della Raphaël, tanto nella pittura quanto più tardi nella scultura.

L’identificazione nella figura mitologica e la rappresentazione di essa nell’abbraccio a Giove-cigno, simbolo della passione, ma anche del dolore, esprime il personale vissuto sentimentale dell’artista, la tormentata relazione amorosa con quel cigno nero Mafai che fu suo compagno d’accademia e più tardi marito.

D’altronde il nuovo corso artistico che Antonietta Raphaël si era imposta a partire dagli anni Trenta, passando dalla pittura alla scultura, fu una via d’uscita alla difficoltà di un rapporto in cui i due erano allo stesso tempo coniugi e colleghi-pittori: “è difficile vivere insieme per due artisti che hanno la stessa arte della pittura. Io criticavo lui e lui criticava me”.

All’epoca in cui concepì questa prima Leda, l’altra in palissandro dipinto è del 1964, la Raphaël aveva raggiunto la sua piena maturazione artistica, di qui a poco avrebbe vinto il “Concorso Internazionale di Scultura per il monumento al Prigioniero politico ignoto” e più tardi inaugurato la sua prima mostra monografica.

Laocoon Zoo Video

LONDON ART WEEK DIGITAL & LIVE 2021

2 – 16 luglio 2021
London Art Week Digital & Live 2021

Preview 1 Luglio 2021

Angelo Biancini

Angelo Biancini

Angelo Biancini

Angelo Biancini

Nato a Castel Bolognese il 24 aprile 1911, Angelo Biancini viene indirizzato dal padre artigiano al corso professionale per ebanisti e intagliatori alla scuola «F. Alberghetti» di Imola. Nel 1929 si iscrive ai Corsi Superiori all’Istituto d’Arte di Firenze dove si rivela determinante l’incontro con Libero Andreotti, a cui resterà intimamente legato e lo ricorderà sempre come suo unico, vero maestro. Le influenze di Andreotti su Biancini andranno ben oltre il primo periodo successivo alla scuola e gli echi si ripercuoteranno fino agli anni di Laveno quando riprenderà temi già elaborati a scuola o basati sul ricordo di opere del maestro.

Nel suo primo studio, uno stanzone dell’ex convento, si dedica alla maiolica prima di orientarsi in maggior misura alla modellatura e alla scultura.

Le prime testimonianze di un interesse ceramico di Biancini sono le due piccole statue del 1933 per l’ENAPI realizzate con Renato Bassanelli, poi esposte alla V Triennale di Milano: in questo come in tutti i casi di collaborazione successivi, Biancini si limitò alla modellazione dell’opera non trascurando, però, di dare agli esecutori precise indicazioni circa i colori e gli smalti più appropriati. Una maggiore produzione ceramica risale al periodo 1937-40, quando è attivo nella Società Ceramica Italiana a Laveno, dove collabora con Guido Aldovitz alla direzione artistica della fabbrica.

Nel 1934 arriva il suo primo successo con la vincita del premio della sezione scultura ai Littoriali dell’Arte a Roma con la Lupa. Nello stesso anno partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia con La Lwzcha. A Roma espone alla II Quadriennale d’Arte Nazionale, poi nel 1937 realizza due gruppi scultorei per il Ponte delle Vittorie a Verona.

In quegli anni, grazie all’intermediazione di Andreotti, Biancini viene incaricato di realizzare una delle statue in marmo destinate ad ornare il Foro Mussolini a Roma (Atleta Vittorioso), che verrà uniformata a uno schema predefinito e realizzata da artigiani carraresi.
Nel 1942 entra all’Istituto d’Arte per la Ceramica di Faenza e, nel dopoguerra, subentrerà a Domenico Rambelli nella cattedra di Decorazione e Plastica Ornamentale.

Ormai la figura di Biancini emerge come una delle più autorevoli tra i nuovi protagonisti della scultura italiana. Accanto all’attività didattica, continua quella artistica con la partecipazione ai maggiori concorsi nazionali. Nel 1943 con una mostra personale alla Quadriennale Romana ottiene il premio nazionale.

Il dopoguerra è per Biancini un momento di rinnovato successo: con le due personali milanesi del 1948 e del 1956 alla Galleria San Fedele si impone ulteriormente all’attenzione della critica nazionale. Sono numerosi i premi negli anni successivi: al Palazzo Esposizioni di Milano vince il «Bagutta» per la scultura (1961), nello stesso anno, è premiato per il bronzo San Giovanni nel deserto alla Mostra Internazionale di Arte Sacra di Trieste dove vince nuovamente nel 1963 con Il Pastore Sacro. Tra le opere monumentali risaltano i rilievi per la nuova Basilica di Nazareth (1959), il baldacchino del Tempio dei Martiri Canadesi a Roma (1961) e il ciclo scultoreo per l’Ospedale Maggiore di Milano (1964). Nel 1981 lascia l’Istituto d’Arte di Faenza per continuare a lavorare in studio.
Muore nel 1988 a Castel Bolognese.

Marcello Mascherini

Marcello Mascherini

Marcello Mascherini

Marcello Mascherini nasce a Udine il 14 settembre 1906 ma non viene riconosciuto dal padre. Nel 1910 la madre si trasferisce a Trieste per poi rifugiarsi durante gli anni della guerra a Isernia, dove Mascherini frequenta la Regia Scuola d’Arte Applicata, nella sezione della lavorazione del legno e del ferro battuto. Al suo ritorno a Trieste (1921) s’iscrive alla classe per scultori ornatisti della scuola per capi d’arte dell’Istituto industriale A. Volta, dove individua in Alfonso Canciani un primo maestro, presto sostituito da Franco Asco.

È infatti nello studio di quest’ultimo, solo di tre anni più vecchio ma già molto apprezzato per l’accattivante stile secessionista, che Mascherini rielabora l’impronta, a cui era ancora legato Canciani, delle accademie di Vienna, Venezia e Roma, sviluppando un proprio linguaggio, più attento alla qualità espressiva. Diplomatosi nel 1924, ha il suo esordio espositivo nel dicembre dello stesso anno con alcuni gessi al Circolo artistico di Trieste. Nel 1928 esegue gli stucchi per il teatro Politeama Rossetti ed è coinvolto dall’architetto Umberto Nordio nella decorazione del nuovo palazzo di Giustizia per il quale plasma alcune grandi figure di giuristi (1934). Grazie ai due profili in bronzo del Duce e del Re realizzati per la motonave «Victoria I» (1930), Mascherini avvia una redditizia attività di decoratore di navi.

La partecipazione ad alcuni importanti cantieri architettonici consolida un linguaggio più maturo e “nazionale” della sua scultura: nel 1934 Nordio lo invita a collaborare al concorso per il palazzo del Littorio di Roma.
Gli anni Trenta sono costellati di successi culminati nel premio unico dell’Accademia d’Italia per la scultura, conferitogli da Mussolini stesso il 21 aprile 1940. Il riconoscimento corona un percorso di premi internazionali che ha inizio con la medaglia d’oro alla VI Mostra Regionale Giuliana di Trieste (1932), proseguendo con la medaglia d’argento alla V Triennale di Milano (1933), con il primo premio per la scultura alla VII Interprovinciale d’arte di Trieste (1933), con il premio alla Mostra dell’aeronautica di Milano allestita da Giò Ponti nel 1934 e con la medaglia del centenario del Lloyd triestino (1936). I premi anticipano una serie di inviti e di successi internazionali: dall’Esposizione d’arte italiana a Budapest nel 1936, all’incarico per la realizzazione di una delle statue del fastigio del padiglione Italia all’Esposizione universale di Parigi (premiata con la medaglia d’oro) nel 1937, al premio, nello stesso anno, dell’Esposizione d’arte italiana a Parigi.

Cresciuto nel clima di Novecento, Mascherini ha eluso la cosiddetta arte di regime attraverso l’evasione nell’arcaismo, sfociato talvolta in un sensualismo alla maniera di Aristide Maillol. A consacrarlo nell’Olimpo degli scultori italiani, è una monografia uscita nel 1945 a cura di Pica e la nomina nel 1948 ad accademico di S. Luca, nonché la partecipazione nel 1949 alla mostra d’arte italiana del XX secolo al Museum of Modern Art di New York. Nel 1967 si trasferisce a Sistiana, nel Carso, mantenendo da lì un’intensa attività espositiva. Dagli anni Settanta il Mascherini si presta alla realizzazione di monumenti pubblici.

Muore a Padova il 19 febbraio 1983.

Giuseppe Novello

Giuseppe Novello

Giuseppe NovelloGiuseppe Novello nasce a Codogno (Lodi).
Frequentò il Regio liceo Berchet a Milano, città in cui si era trasferito nel 1912 e dove spesso visitava lo studio dello zio pittore, il quale incoraggiò la sua precoce inclinazione per l’arte.
Chiamato nel 1917 sotto le armi, combatté da alpino nella 46a compagnia del battaglione Tirano, venendo coinvolto nella sconfitta di Caporetto. Al corpo degli Alpini restò poi legato per tutta la vita.
Dopo la guerra, nel 1920, conseguì la laurea in giurisprudenza a Pavia, discutendo una tesi sui diritti d’autore nelle arti figurative; intanto, nel 1919 si era iscritto all’Accademia di belle arti di Brera, dove studiò pittura con Ambrogio Alciati, diplomandosi nel 1924. L’anno dopo prese parte all’esposizione di Brera, vincendo il premio Fumagalli. Nello stesso tempo continuava la sua attività di illustratore, realizzando, sul tema bellico, 46 tavole per La canzone dei verdi di Renzo Boccardi (Monza 1927).
Fin dagli anni giovanili, si venne dunque delineando nella fisionomia e nel percorso di Novello una caratteristica duplicità che lo avrebbe accompagnato nel tempo: da un lato il pittore dal sereno linguaggio naturalistico di derivazione postimpressionista, dall’altro il disegnatore umoristico dal segno icastico e dall’ironia sottile e tagliente, seppure mai brutale.
A Milano ebbe modo di frequentare il cenacolo di artisti e intellettuali che si riuniva in via Bagutta presso la Trattoria toscana Pepori: fra gli altri, Ottavio Steffenini, Bernardino Palazzi, Adolfo Franci, Ugo Ojetti, Mario Vellani Marchi, Anselmo Bucci, Arturo Martini, Paolo Monelli.
A partire dal 1927 partecipò a quasi tutte le esposizioni allestite presso la Permanente di Milano, espose inoltre alla I Quadriennale di Roma nel 1931 e alle Biennali di Venezia del 1934, 1936 e 1940 (anno in cui vinse il concorso per il ritratto).
Negli anni Trenta raggiunse notorietà nazionale e internazionale come illustratore, anche grazie alla pubblicazione presso Mondadori di due volumi che raccoglievano le vignette realizzate per Fuori sacco (Il signore di buona famiglia, 1934; Che cosa dirà la gente?, 1937; più volte ristampati). Il garbato umorismo di ascendenza anglosassone e il segno grafico efficacemente sintetico erano apprezzati anche all’estero, tanto che le sue tavole vennero pubblicate su testate come Libertad (1933), Berliner illustrirte Zeitung (1934) e Je suis partout (1934).
Allo scoppio della seconda guerra mondiale fu richiamato alle armi nel V Reggimento Alpini e sopravvisse alla tragica esperienza della campagna di Russia, testimoniata dalle lettere inviate alla sorella Lotti, protagonista anche di vari suoi dipinti. Dopo il rientro in Italia nel marzo 1943 e l’armistizio, il 9 settembre venne fatto prigioniero a Fortezza e il giorno dopo fu deportato nel Lager per ufficiali italiani di Częstochowa; da lì venne trasferito nei campi di Benjaminovo, Sandbostel e infine Wietzendorf, rifiutandosi di aderire alla Repubblica di Salò. Nella baracca in cui restò rinchiuso insieme ai suoi compagni per due anni, realizzò molti disegni, riuscendo con la sua vis comica a mantenere alto il morale collettivo.
Dato per morto da varie cronache giornalistiche, nel 1945 rientrò in Italia e riprese a dividere la sua vita fra Milano e Codogno, alternando l’illustrazione umoristica alla pittura.
Negli anni Cinquanta riprese il rapporto con la Mondadori, che pubblicò i suoi disegni di guerra nel volume Steppa e gabbia (1957) e varie sue illustrazioni. Dal 1965 interruppe la sua collaborazione con La Stampa, desiderando dedicarsi principalmente alla pittura, che portò avanti restando fedele al suo disteso e gradevole linguaggio sinteticamente naturalistico e mantenendosi volutamente autonomo rispetto ai contemporanei lessici d’avanguardia.
Fra i suoi ultimi lavori editoriali vi furono il volume illustrato sul teatro e il melodramma Coda al loggione, con presentazione di Nino Rota, edito dalla Ponte Rosso nel 1978 in occasione delle celebrazioni per i 200 anni della Scala, e la raccolta, pubblicata da Archinto per i suoi novant’anni, delle spiritose Cartoline-lametta (1987) da lui inviate nel tempo a parenti e amici. Nel 1984 fu insignito dal Comune di Milano della civica benemerenza Ambrogino d’oro.
Morì il 2 febbraio 1988 a Codogno.

Giuseppe Rivaroli

Giuseppe Rivaroli

Giuseppe RivaroliGiuseppe Rivaroli nasce a Cremona nel 1885. Nel 1928 a Roma affresca la Sede del Ministero della Marina con due opere monumentali, quali Roma trionfante e Roma vittoriosa sul mare. Nel 1932, sempre a Roma, lavora per due mesi alla grande decorazione dell’Istituto Internazionale di Agricoltura: una gioconda esaltazione allegorica dell’Agricoltura, della vita campestre, della solida famiglia; tutta la scena, che ha per sfondo una tenue e placida visione dell’Agro interrotta da uno scapigliato ciuffo di pini, è piena di movimento e vivacità in un giuoco di luci, di scorci, di panneggi, di preziosità di messi, di frutta, di fiori ed è notevole soprattutto per i molti nudi, in cui si apprezza lo studio accurato degli atteggiamenti delle mani,dei piedi messi con bella franchezza in continua evidenza. Dopo aver eseguito questi capolavori a Roma ed aver lavorato anche in altre città d’Italia, Rivaroli ebbe una fama ben merita­ta e grande considerazione di critica e di pubblico finché fu in vita, ma gradualmente e molto ingiustamente il suo nome compar­ve sempre meno nella scena della critica d’arte. Visse a Roma per trentasette anni al 33 di via Margutta, lo stesso numero civico dove avevano dimorato artisti quale Sartorio, Coleman, Carlandi e Costa, i quali, prima di lui e sempre nell’Agro Romano, avevano fatto lo stesso percorso fisico e spirituale, la stessa ricerca di colori, immagini, suoni ed emozioni trasmessi nelle loro opere ormai di livello museale. La pittura di Rivaroli non è mai oscura, vive di luce propria, quella luce che lui stesso riesce a trasportare nei soggetti che più amava dipingere: gli uomini, gli animali, la campagna.

Gino Severini, artista italiano del novecento

Gino Severini

Gino Severini

Gino Severini, artista italiano del novecentoGino Severini nasce a Cortona il 7 aprile del 1883.
Si trasferisce a Roma nel 1899, dove conosce Giacomo Balla che lo avvia alla pittura divisionista, che poi approfondì nel suo soggiorno di Parigi nel 1906.
A Parigi fu a contatto con Pablo Picasso, Georges Braque, Juan Gris e Guillaume Apollinaire, e partecipò al nascere e allo svilupparsi del cubismo.
Nonostante questa permanenza parigina, non interrompe i suoi contatti con l’Italia. Infatti, dopo aver aderito al movimento Futurista su invito di Filippo Tommaso Marinetti, è uno dei firmatari nel 1910 del manifesto della pittura futurista insieme a Balla, Boccioni, Carrà e Russolo.
Nel 1912 sollecita Umberto Boccioni e Carlo Carrà a raggiungerlo a Parigi dove, organizza la prima mostra dei futuristi presso la Galleria Bernheim-Jeune. In seguito partecipa alle successive esposizioni futuriste in Europa e negli Stati Uniti.
Nel 1913 a Londra, presso la Marlborough Gallery, è allestita la sua prima mostra personale che successivamente viene presentata alla galleria Der Sturm di Berlino.
Dal 1921, in cui pubblica il trattato “Du cubisme au classicisme” (Dal cubismo al Classicismo), Severini passa da un’estetica “cubofuturista” ad una pittura che si può definire “neoclassica” con influenze metafisiche, dimostrandosi buon termometro di un sentire diffuso in tutta Europa dopo il grande trauma del primo conflitto mondiale.
Questa evoluzione classicista, rientra pienamente in quella tendenza, al suo interno molto variegata (che va da Picasso, a Derain, a De Chirico), che viene definita “ritorno all’ordine”, o in francese “rappel à l’ordre” (richiamo all’ordine), propensione analoga a quel “ritorno al mestiere”, introdotta da un famoso articolo di Giorgio De Chirico pubblicato nel 1919 nella rivista “Valori plastici”.
Dal 1924 al 1934, anche a seguito di una crisi religiosa, si dedica quasi esclusivamente all’arte sacra in grandi affreschi e mosaici, in particolare per le chiese svizzere di Semsales e La Roche.
Nel 1923 è presente alla Biennale romana e in seguito partecipa a due mostre del movimento artistico Novecento a Milano (1926 e ’29) e una a Ginevra (1929). Nel 1930 è selezionato per la Biennale di Venezia. Si trasferisce a Roma, dove partecipa alla Quadriennale nel 1931 e nel 1935, anno in cui vince il Gran premio per la pittura, presentando un’intera sala a lui dedicata.
Si trasferisce definitivamente a Parigi, dove avrà una cattedra di mosaico con Riccardo Licata come assistente.
Il 26 febbraio 1966 muore nella sua casa al n. 11 di rue Schoelcher. Il 15 aprile dello stesso anno le sue spoglie vengono traslate a Cortona, sua città natale.

Mario Sironi, artista italiano del novecento

Mario Sironi

Mario Sironi

Mario Sironi, artista italiano del novecento

La sua formazione avviene a Roma, dove si era trasferito con la famiglia all’età di un anno dalla natia Sardegna. Abbandona subito gli studi di ingegneria intrapresi solo un anno prima, per seguire le orme di suo padre Enrico deceduto quando aveva 15 anni. Nel 1903 Sironi inizia a seguire i corsi della Libera Accademia del Nudo di via Ripetta e a frequentare lo studio di Giacomo Balla. È incoraggiato a intraprendere questa strada sia da sua madre, l’ex cantante lirica fiorentina Giulia Villa, sia dallo scultore Ettore Ximenes e dal pittore divisionista Antonio Discovolo.

Negli ambienti artistici romani conosce tra gli altri Gino Severini e Umberto Boccioni col quale si lega in un profondo rapporto d’amicizia. Le illustrazioni pubblicate sull’«Avanti della Domenica» nel 1905, segnano l’esordio sironiano nel panorama artistico italiano. Tra il 1906 e il 1908, il giovane artista intraprende una serie di viaggi formativi, dapprima a Parigi, dove si trovava anche l’amico Boccioni, poi in Germania a Erfurt, al seguito dello scultore Felix Tannenbaum. Tornato definitivamente in Italia, complice il rapporto con Boccioni, Sironi si avvicina gradualmente al Futurismo, anche se non vi è una sua dichiarata adesione al movimento prima del 1913. Con Boccioni e gli altri artisti del gruppo, Sironi condivide anche l’esperienza bellica con l’arruolamento nel Battaglione Volontari Ciclisti Automobilisti allo scoppio del primo conflitto mondiale. Il 1916 vede pubblicato il primo articolo su Sironi firmato dall’amico Boccioni, che muore quello stesso anno, e un altro di Margherita Sarfatti. La prima personale dell’artista si tiene a Roma presso la Casa d’Arte Bragaglia nel 1919, poi, nel settembre dello stesso anno, Sironi si trasferisce definitivamente a Milano.

Gli inizi degli anni ’20 sono quelli delle celebri Periferie, le cui suggestioni evocano le impressioni del primo periodo trascorso nella nuova città, dove inizia a partecipare alle riunioni del fascio milanese. Tale adesione sfocerà nella piena e convinta militanza nel partito di Mussolini lungo tutto l’arco del Ventennio. Il 1920 è anche l’anno di pubblicazione del Manifesto futurista contro tutti i ritorni in pittura, firmato insieme ad Achille Funi, Leonardo Dudreville e Gianfranco Russolo, che anticipa in un certo senso la poetica del futuro gruppo del Novecento Italiano. Nello stesso periodo, Sironi inizia a collaborare con la rivista «Le Industrie Italiane Illustrate» e con il quotidiano mussoliniano «Popolo d’Italia», per il quale realizza le sue celebri vignette satiriche fino alla chiusura definitiva del giornale nel 1942.

Fondato l’anno precedente e coordinato da Margherita Sarfatti, il gruppo del Novecento Italiano esordisce nel 1923 con una esposizione presso la celebre galleria milanese di Lino Pesaro. Nel 1924 è poi la volta della Biennale di Venezia per i 6 artisti del Novecento, dietro invito di Vittorio Pica. Sironi torna successivamente a esporre alla Biennale nel 1928, protagonista stavolta di una mostra personale. Nel 1930 conosce Mimì Costa, destinata a divenire la sua compagna fino alla sua morte e per la quale due anni dopo lascerà sua moglie Matilde, sposata nel 1919 a Roma. La prima monografia sironiana, firmata da Agnoldomenico Pica, è datata 1955, mentre l’anno successivo l’artista è nominato accademico di San Luca.

Mario Sironi muore a Milano nell’agosto del 1961, in seguito alle complicazioni di una broncopolmonite che lo aveva costretto in un letto di ospedale.

IO SONO CAMBELLOTTI – Via Margutta 53b

IO SONO CAMBELLOTTI

A Roma nei nuovi spazi espositivo della Galleria W. Apolloni

Via Margutta 53b

Lunedì ore 15,30 – 19,00
Martedì – Venerdì ore 10,00 – 13,00 / 15,30 – 19,00
Catalogo: a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, (De Luca Editori d’Arte), introdotto da uno scritto di Antonio Pennacchi, l’epico romanziere di “Canale Mussolini”, e si avvale della collaborazione di Anna Maria Damigella, Francesco Parisi, e di Francesco Tetro, Direttore del Museo Cambellotti di Latina.

La Galleria W. Apolloni è davvero orgogliosa, e non per modo di dire, di presentare a Roma il suo nuovo spazio di esposizione in via Margutta 53B, nel più grande degli studi d’artista del Palazzo Patrizi, sede a suo tempo dell’Accademia Britannica fino al 1911, e per tanti anni negozio dell’antiquario romano Massimo Tuena. Per rendere memorabile questa apertura la galleria antiquaria ospita la Galleria del Laocoonte, impresa partner per l’arte moderna italiana, che per l’occasione ha organizzato un’esposizione dedicata al grande artista romano Duilio Cambellotti (1876-1960), già presentata al Museo Emilio Greco di Sabaudia l’estate scorsa con grande successo di pubblico e di critica, ma accresciuta per l’occasione da numerosi prestiti di privati collezionisti e colleghi galleristi, da risultarne, con una trentina di opere – alcune inedite – quasi raddoppiata in estensione. Per l’occasione infatti, oltre al catalogo già esistente “Io sono Cambellotti”, pubblicato da De Luca editori d’Arte (a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, con presentazione di Antonio Pennacchi) verrà pubblicato con lo stesso editore un secondo fascicolo.
Cambellotti, artista di schietta e programmatica romanità, che padroneggiò ogni tecnica e materiali, e fu poliedrico ed eclettico creatore di sculture di bronzo, legno, pietra e terracotta, cesellatore di medaglie, realizzatore formidabile di pitture murali, di vetrate, di maioliche, di incisioni e xilografie, di mobili e arredi. Fu anche scenografo, costumista, e “metteur en scène”, soprattutto per il teatro classico a Siracusa e ad Ostia, ma anche per il cinematografo, dagli inizi del muto fino al neorealismo del dopoguerra.
Il suo primo trionfo artistico, del resto, fu l’allestimento della prima rappresentazione de “La Nave” di Gabriele d’Annunzio, nel 1908. Fu anche creatore di manifesti come quello per l’Esposizione Internazionale di Roma del 1911, ed illustratore di numerosissimi libri. In mostra sarà la lussuosa edizione delle favole di Trilussa dalla copertina figurata in tessuto colorato, ricca come un piccolo arazzo. L’arte che invece non praticò mai fu la pittura da cavalletto destinata agli amatori privati. Infatti fu un fedele seguace dell’ideologia umanitaria di William Morris, e concepì sempre la sua arte come opera di divulgazione popolare, come educazione al bello per le masse, e all’inverso,impose al gusto contemporaneo eleganti idealizzazioni di oggetti rustici – mobili, maioliche – che potessero
rendere consapevole il pubblico borghese dell’atavica bellezza degli strumenti del lavoro contadino.
In mostra due prestigiosi mobili dimostrano la sua unicità strepitosa di artista-artigiano. Il suo amore quasi religioso, ma laico, per Roma, la Roma antica svelata dalle scoperte archeologiche a lui contemporanee si riversò soprattutto nella creazione delle “Leggende Romane”, prima tempere e poi xilografie a cui lavorò tutta la vita, Cambellotti creò un neoclassicismo – ma sarebbe meglio dire neo-arcaismo – tutto suo, espressionista e rustico. Socialista umanitario, moderato e pacifista sempre, resuscitò in senso popolare e repubblicano la simbologia romana del fascio, dell’aquila e della lupa molto prima dell’avvento del fascismo, che quando arrivò al potere se ne impadronì trovando in Cambellotti un repertorio simbolico già bello e fatto. Delle “Leggende Romane”, vi sono diverse tavole originali e numerosi studi relativi, nonché le rare tirature originali di alcune xilografie della serie che rimase inedita finché l’artista fu in vita. Oltre che per Roma, Il suo amore per l’Agro Romano e Pontino lo portarono a studiare gli alberi e le piante, gli animali, i paesaggi, le abitazioni, le genti ed i costumi della campagna attorno a Roma, per conservarne il ricordo in forme artisticamente stilizzate e inconfondibili, diffondendone le immagini al fine di sensibilizzare la società sulle condizioni di arretratezza, fatica, miseria e malattia in cui vivevano i contadini dei latifondi malarici.
Con Giovanni Cena, Giacomo Balla, Sibilla Aleramo e Alessandro Marcucci e altri intellettuali umanitari del tempo fu attivo per promuovere le scuole per i figli dei contadini a cui prestò la propria opera di decoratore in edifici in cui il rustico artistico delle cose familiari accogliesse i bambini in ambienti pratici e salubri. L’osservazione degli usi atavici lo portò a studiare la Roma
antica delle origini, in un tempo in cui gli scavi al Foro e al Palatino ne portavano alla luce resti e memorie.
Illustratore di propaganda nella Prima Guerra Mondiale, creatore di singolari monumenti ai caduti nel primo dopoguerra – Terracina, Priverno – Cambellotti fu anche coinvolto nell’opera delle nuove città di fondazione della Bonifica Pontina. Sua la smisurata pittura murale con la “Conquista della Terra” che orna il palazzo della prefettura di Latina.
Terracina era infatti la sua residenza estiva, dove abitava la pittoresca Torre Frangipane, dall’alto della quale- come si vede in mostra – ha immortalato un volo di rondini in uno splendido disegno in cui le volanti messaggere della primavera si librano alte e grandissime al di sopra dei tetti del paese minuscoli e lontani.
In mostra i gessi originali di due delle tre Dolenti del Monumento ai Caduti di Terracina, uno splendido bronzo de “La Corazza” celebrazione dell’antico guerriero contadino italico, un gesso di leonessa, un commovente presepe di terracotta magistralmente dipinto. Delle “Leggende Romane” la tempera più antica del Ponte Sublicio e tre altre leggende, Marte, Orazio Coclite e l’Origine del Campidoglio, stampate da Cambellotti in vita. Acquarelli e disegni preparatori per la casa dei Mutilati di Siracusa, dove i soldati feriti sono tramutati in dolorosi tronchi potati carichi d’armi. La xilografia di Terracina bombardata e il suo disegno preparatorio, “La Legnara” che fa parte di un poema iconografico dedicato al Circeo e alla navigazione antica. Manifesti e tempere preparatorie per le tragedie greche messe in scena a Siracusa. Una serie di medaglie di bronzo con le relative preparazioni in gesso e cera mostrano a qual punto alta fosse la maestria di Cambellotti in quest’arte nella quale egli fu davvero un Cellini del XX secolo. Un cartone di vetrata, disegno smisurato per l’oculo della facciata del Duomo di Teramo, mostra una Vergine tra gli angeli circondata di fiori come una donna Liberty.
Numerose le piccole illustrazioni per libri che mostrano la sapienza grafica di Cambellotti disegnatore, non solo di tavole, ma anche di vignette testate e finalini, una maniera di adornare il libro in ogni sua parte affinché la parte dell’artista fosse pari a quella dell’autore del libro. E in ciò fu superiore, di molti libri avremmo perduto la memoria se non vi fossero le figure di Cambellotti a
renderli preziosi. Tra le opere presentate a Roma rammentiamo, un “Buttero” insieme rustico e futurista appartenuto a Bruno Mussolini, le bronzee conche “dei Cavalli” e “dei Bufali” prodigio di naturalismo e sinteticità formale, e un vaso di bucchero, resurrezione dell’antica tecnica etrusca, ornato dai segni dello Zodiaco. Si segnalano anche le meravigliose illustrazioni per il Prometeo e i Sette contro Tebe di Eschilo, e i modellini di scenografie, come quello per “L’Aiace” e per “L’Ecuba”, dove le linee del modernismo si sposano con l’evocazione dell’antichità remota, tanto da rendere contemporaneo lo stile dell’Ellade primitiva.
NOTIZIE UTILI
Dove: Roma, nuova sede della Galleria W.Apolloni, Via Margutta 53B
Vernissage: venerdì 27 ore 18.00
Quando: dal Venerdì 27 ottobre, ore 18.00 al 23 dicembre 2017

CATALOGO: Io sono Cambellotti

Io sono Cambellotti

Cartoni! Disegni smisurati

Alberto Martini, Il Poema delle Ombre in mostra a Roma

Dopo il successo della mostra Maschere del ‘900, la Galleria del Laocoonte ha deciso di non smontare l’esposizione del Poema delle Ombre di Alberto Martini, affiancando ad esso una scelta di opere dello stesso artista. Di Alberto Martini (Oderzo 1876 – Milano 1954) saranno esposte oltre ad alcune tavole per i racconti di Edgar Allan Poe, le belle litografie, studi per illustrazioni, come quelle realizzate per La Lettura del Corriere della Sera, ed infine uno dei suoi più affascinanti autoritratti giovanili, un vero e proprio capolavoro di maestria della penna che immortala l’artista come il dandy decadente per eccellenza, o piuttosto per inarrivabile eleganza.

Il Poema delle Ombre

Il libro o poema delle ombre è un’opera misteriosa eseguita da Alberto Martini nel 1904 e continuata ancora nel 1909-10. Forse doveva illustrare un poema o addirittura un testo teatrale di cui però non abbiamo traccia se non la sintetica lista di un enigmatico sommario che rende ancora più misteriosa la funzione delle illustrazioni. Un coro muto di maschere ci guarda. C’è Venezia e il suo carnevale, ma ci sono maschere di congiurati, forse di ladri e di assassini, ma anche voluttuose maschere femminili velate che fanno pensare a congiure d’altro genere, a segreti convegni, a baci tra amanti ignoti gli uni a gli altri, ad una Venezia notturna tra Casanova e la marchesa Casati.

Macbeth atto V, 1910, china su cartoncino, cm 36 x 25,5
Il Poema delle Ombre, 1904-10, china acquarellata su carta, 15 x 19.
Le yovevr d’echecs de maetzel, 1914, china su cartoncino, cm 25,8×18
William Wilson, 1936, china su cartoncino, cm 26×37

Il Poema delle Ombre, 1904 – 1910, china acquerellata su carta, cm 19.4×15.2

Modenantiquaria 2017

Modenantiquaria 2017

XXXI edizione Mostra di Antiquariato

dal 11 al 19 febbraio 2017

 

Quartiere Fieristico ModenaFiere
via Virgilio 70 – 41123 Modena

 

Artisti rappresentati in fiera:

Giacomo Balla
Umberto Brunelleschi
Alberto Martini
Mario Sironi
Gino Severini
Afro Basaldella
Giuseppe Rivaroli
 

Orari d’apertura:

Lunedì, martedì e mercoledì
dalle 15:00 alle 20:00

Giovedì, venerdì, sabato e domenica
dalle 10:30 alle 20:00

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