A cura di Monica Cardarelli: Le parole di Eugene Berman

Le parole di Eugene Berman. L’intervista inedita a Paul Cummings, a cura di Monica Cardarelli

Le parole di Eugene Berman. L’intervista inedita a Paul Cummings a cura di Monica Cardarelli, Edizioni del Laocoonte

Con Attilio Scarpellini: Le parole di Eugene Berman.
L’intervista inedita a Paul Cummings. Vita. Opere. Ricordi, edizioni del Laocoonte.
a cura di Monica Cardarelli

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A cura di Monica Cardarelli: Le parole di Eugene Berman

La musa ossessiva di Érik Desmazières

La Galleria W. Apolloni & la Galleria del Laocoonte in collaborazione con la Galleria Ditesheim & Maffei presentano:

 

La Musa ossessiva di Érik Desmazières.

Acquarelli, tempere, acqueforti.

 

Catalogo a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli

Dal 30 maggio al 30 giugno 2025 (Mostra prorogata al 15 ottobre 2025)

Galleria W. Apolloni, Gabinetto dei Disegni

Via Margutta 53b – 00187 Roma

Cell.: +39 3481234707

Tel.: +39 06 36002216 e +39 06 68308994

Orari mostra: dal martedì al venerdì h 10.00-13.00 e 15.00-19.00; sabato h 10.00-13.00

Vernissage: 29 maggio h 18.00

La Galleria W. Apolloni e la Galleria del Laocoonte di Roma, in collaborazione con la Galleria Ditesheim & Maffei di Neuchâtel, hanno l’onore di presentare la prima mostra monografica romana del grande incisore e disegnatore ÉRIK DESMAZIÈRES, membro dell’Accademia di Belle Arti, presidente della Société des peintres-graveurs dal 2006 al 2022, direttore del Museo Monet, per nominare solo i più importanti onori e cariche piovuti sulla testa di questo artista, per chiara fama e meriti indiscussi, senza che il loro peso ne abbia potuto stravolgere il suo carattere paziente e modesto o rallentare la pratica metodica e costante del suo lavoro.

Accogliere per la prima volta a Roma una mostra di Erik Desmazières è motivo di profondo onore, sebbene l’artista avesse già presentato nel 1978 una sua esposizione personale nella capitale, presso la Galleria Don Chisciotte in via Angelo Brunetti, sotto la direzione di Giuliano de Marsanich. Un evento oggi tanto più significativo se si considera come Roma, con le sue rovine e le sue architetture senza tempo, sia stata il soggetto prediletto delle incisioni di Giovanni Battista Piranesi: figura che, agli esordi, non solo ispirò Desmazières, ma che influenzò profondamente l’architettura francese del Settecento, traghettandola dal Rococò al Neoclassicismo e alimentando i sogni visionari dell’Illuminismo. In questa luminosa e tormentata eredità, tra ragione e immaginazione, Desmazières si inscrive quale epigono autentico e raffinato.

Érik Desmazières è infatti, in un certo senso un architetto, capace di progettare interni fantastici, spazi infiniti, città impossibili, ma interamente sulla carta, grazie ad una virtù indiscussa di disegnatore che trova poi nella instancabile maestria dell’acquaforte e dell’acquatinta i suoi raggiungimenti più perfetti. A volte poi, il foglio stampato viene ripreso e colorato all’acquarello, ripassato a tempera fino a nascondere il tratto inciso, diventando così un vero e proprio dipinto su carta, un pezzo unico.
Nato a Rabat in Marocco nel 1948, figlio di un diplomatico francese, il giovane Érik disegna da sempre, con negli occhi i paesaggi dell’esotica sua terra natale e le tavole dei romanzi di Jules Verne che sono tra le sue prime letture. Tornato in Francia per diplomarsi in Science Politiche secondo la tradizione familiare, dopo brevi studi di architettura scopre l’arte dell’incisione, per la quale fu galeotta una visita ad Amsterdam, alla mostra del tricentenario della morte di Rembrandt, dove scopre le sue favolose acqueforti.

Un’acquaforte qui esposta, riproduce la stanza della collezione di antichità e curiosità che fu del maestro olandese, ricostruita nella Rembrandthuis, la casa dove il grande pittore abitò. Qui si celebra il ricordo dell’inizio della vocazione di Desmazières, ma l’acquaforte è anche una testimonianza del costante omaggio, nella sua produzione, alle antiche raccolte d’arte e di meraviglie che sono le antenate dei nostri moderni musei. Una di queste, Kunstkammer, è la straordinaria ricostruzione di uno spazio fitto, fino all’horror vacui, di naturalia et artificialia, reperti zoologici, vegetali, geologici, rarità archeologiche ed etnografiche, oggetti di prezioso artigianato e strumenti scientifici, così come li troviamo riprodotti nei frontespizi figurati degli antichi cataloghi seicenteschi. Un gusto per il curioso, il raro e il bizzarro, disposto e immaginato in uno spazio chiuso che ispira anche altre composizioni, come Wunderbibliothek, Biblioteche e altre curiosità, o Musaeum Clausum, omaggio alla singolare figura di Sir Thomas Browne (1605-82), medico, scienziato, collezionista e scrittore, che fu tra i padri dell’empirismo inglese. È infatti il titolo latino di un’operetta dove lo scrittore britannico elenca una collezione di reperti e libri davvero rarissimi, perché tutti rigorosamente inesistenti, partoriti dalla sua fervida e sapiente fantasia. Reperti naturali sono Il Granchio e I Coloquinti, cioè le piccole zucche che si coltivano solo per bellezza, in cui rivivono la precisione e il pittoresco dei primi libri scientifici illustrati del ‘600.

Omaggio al ‘600, e al grande incisore lorenese Jacques Callot (1592-1635), che divenne il sommo incisore che conosciamo in Italia, e precisamente nella Firenze medicea, è la grande Tentazione di Sant’Antonio, copiata e ingrandita da Desmazières da una grande incisione del 1617, rarissima perché la lastra andò presto perduta, in cui la figura del Santo, minuscola, è quasi solo il pretesto per mettere in scena, come in una scenografia teatrale di una festa medicea, un intero inferno popolato da diavoli, orribili e grotteschi ad un tempo. Qui, dove un pandemonio di mostriciattoli fiamminghi animano un fondale manierista italiano, si raggiunge un prodigio tecnico degno appunto di Callot, ma anche una raffinatezza della citazione che diviene un’operazione concettuale.

La biblioteca come incubo fatto di libri è l’idea de La Biblioteca di Babele, famoso racconto dello scrittore argentino Jorge Luis Borges. Desmazières ha rappresentato questa raccolta di libri, infinita e impossibile, facendo ricorso all’architettura visionaria di Borromini e, segnatamente, al catino della cupola della Sapienza che, vertiginosamente rovesciata, sembra proiettarsi all’infinito.
Non ci si sorprende che la Bibliotheque Nationale, svuotata dei libri trasferiti nella nuova modernissima sede di Tolbiac, abbia voluto commissionare a Desmazières il ritratto dei grandi spazi vuoti, fatti di scale e scaffali metallici, percorsi dai tubi della messaggeria pneumatica. Il Deposito Centrale degli stampati potrebbe anche essere l’interno di una grande astronave abbandonata e non una biblioteca svuotata in attesa di ristrutturazione. La Biblioteca devastata sembra invece una foto di cronaca dei tempi nostri, che hanno visto andare in fumo a Bagdad e a Sarajevo, patrimoni inestimabili di sapere come al tempo dei barbari.

Desmazières è un maestro nel rappresentare la magia silenziosa degli spazi chiusi, come ne L’atelier di George Leblanc, iper-reale riproduzione del laboratorio dove l’artista ha stampato per anni le proprie stesse acqueforti, qui deserta di uomini e fogli, sospesa in un irreale riposo.

È un realismo impeccabile, capace di generare un’atmosfera metafisica e inquietante, come ne L’atelier di Louis Icart, uno spazio caratteristico di studio d’artista, che riflesso sulla superficie di uno specchio sferico, alla maniera di M. C. Escher, si deforma in lucido incubo.

Il negozio di Robert Capia riproduce alla perfezione la bottega di un amico antiquario, specializzato in bambole e giocattoli antichi, che fino al 2004 costituiva una delle maggiori attrattive della Galerie Véro-Dodat, uno dei più eleganti antichi passages coperti di Parigi. La precisione lenticolare, l’implacabile prospettiva di vetro e ferro, hanno trasformato una cara memoria in un’inviolata capsula del tempo, così come può apparire una tomba etrusca, ancora sigillata, all’endoscopio degli archeologi.

Il Sacco di Roma è un ossequio alle prospettive architettoniche romane, al gusto delle rovine, alle surreali ed eleganti battaglie della pittura manierista. È l’opera di un artista innamorato del passato, ma non insensibile alle suggestioni dei moderni, dai fumetti di fantascienza francesi al paesaggio metafisico degli ultimi surrealisti.
È con un omaggio a Roma che si chiude questa lista di opere, che vuole dare a Roma un’idea delle opere di Desmazières. Con l’augurio che proprio questa mostra, che avrà il privilegio della presenza dell’artista stesso, nel giorno della sua inaugurazione, sia occasione per Desmazières di trovare nuova ispirazione a Roma per future opere ancora più straordinarie. Dopo tutto Piranesi abitava e lavorava a due passi da qui, a via Sistina. Da via Margutta è un attimo. Basta salire una scalinata, anche se non è, quella di Trinità dei Monti, una scalinata qualsiasi.

Francesco Coghetti pittore Fiera Bergamo 2025

FRANCESCO COGHETTI, DIPINTI, BOZZETTI E DISEGNI INEDITI, IFA Italian Fine Art 2025 Bergamo

Francesco Coghetti (Bergamo, 1802 – Roma, 1875). Dipinti, bozzetti e disegni inediti

STAND 62 IFA Italian Fine Art 2025
10-19 Gennaio 2025, Fiera di Bergamo – pad. A

Nell’ambito della Fiera d’Arte Antica di Bergamo, Marco Fabio Apolloni, titolare dell’antica galleria antiquaria W. Apolloni di Roma, ha voluto partecipare per portare a Bergamo un piccolo ma significativo contributo alla conoscenza di un grande pittore bergamasco dell’800, Francesco Coghetti (Bergamo 1802- Roma 1875) che a Roma si trasferì a poco meno di vent’anni nel 1821, divenendo nel corso della sua lunga carriera onorata da numerosissime e prestigiose committenze, caposcuola della pittura della Roma pontificia – avendo come solo rivale l’amico e collega anconetano Francesco Podesti (1800-1895) – dal regno di Gregorio XVI fino alla fine del potere temporale di Pio IX, quando Roma divenne italiana.

Pittore di storia, di monumentali pale d’altare, frescante capace e di grande respiro, ma anche ritrattista sensibile fino a raggiungere effetti di toccante verità, Coghetti lavorò a lungo alle imprese del principe Torlonia, il più fastoso mecenate di Roma, al Palazzo di piazza Venezia e al Teatro Apollo, purtroppo perduti, e alla Villa sulla Nomentana, salvata per fortuna in extremis da un colpevole degrado che rischiava di far sparire un autentico gioiello del gusto artistico del tempo. Nel campo delle grandi committenze ecclesiastiche Coghetti eseguì due delle maggiori pale per la ricostruita Basilica di S. Paolo fuori le Mura e un ciclo d’affreschi smisurato per la Cattedrale di Savona. I suoi quadri arricchirono le collezioni della grande nobiltà italiana, come la regina di Sardegna per il castello di Agliè, e partirono anche per l’Inghilterra e per la Russia, dove finora però, se n’è persa la traccia.

Nondimeno egli non perse mai contatto con la sua città natale, tornandovi spesso, e lavorandovi a grandi opere, come la cupola del Duomo affrescata per ben due volte di seguito – i primi affreschi si guastarono per problemi statici della costruzione – ma anche costellando il bergamasco di eclatanti pale d’altare ogni volta esposte in città prima della definitiva collocazione, con plauso ed entusiasmo generale. Tanto era lo zelo dell’artista nel farsi onore nella patria dove si era formato – all’Accademia Carrara assieme al Piccio – tanto si lusingava la città di avere come concittadino un gran maestro che si faceva onore a Roma. Ricordiamo la pala di S. Michele in Arco, la Presentazione di Gesù ad Almenno S. Bartolomeo, L’Assunta di Calcinate o la S. Felicita della Parrocchiale di Ranica. Anche nel ritratto egli rendeva omaggio a Bergamo e ai più illustri suoi figli: il grande Donizetti che fu suo amico e con cui mangiava a Roma polenta e osei, il Cardinale Mai filologo di fama europea, un altro paio di Cardinali oggi dimenticati, e poi non ultimo lui stesso, nell’autoritratto di cui fece dono al Municipio.

Morto artisticamente quando era ancora vivo, nel 1870, malamente umiliato dal nuovo Governo italiano che lo depose dalla carica di Presidente dell’Accademia di S. Luca, Coghetti non merita però la dimenticanza che ancora oscura il suo nome e la sua pittura. Allievo e maestro d’accademia, lontano da Milano che fu la fucina del Romanticismo italiano, nella Roma del Papato restaurato due volte, dopo le prepotenze di Napoleone e dopo il sangue della Repubblica Romana, Coghetti non poteva dipingere se non come ha dipinto, cambiando il rigido neoclassicismo del suo maestro Camuccini in una sorta di maniera neoseicentesca che ben si accordava all’altrettanto rigido immobilismo dell’ortodossia cattolica, al suo misoneismo – odio del nuovo – in ogni campo. In questa maniera egli però seppe infondere l’impegno della sua maestria, la capacità di un fare monumentale, che lo accomuna ai grandi “pompiers” dell’800 francese, come l’ormai riscoperto e di nuovo celebrato Bouguereau. Nei disegni, nei bozzetti, freme ancora quell’affascinante indeterminatezza che egli apprese disegnando spalla a spalla con il Piccio, amico fraterno, con il quale entrò assieme alla Carrara, Coghetti a 15 anni, quattro di meno l’altro: da quel momento ogni anno vinsero assieme tutti i premi dell’Accademia, ma paradossalmente progredì fino al genio quello che rimase in provincia, non quello che partì per la culla delle arti, l’eterna Roma, dove però si dipingevano solo romani antichi, Madonne e briganti e contadine laziali.

Se si pensa che in questi ultimi decenni tanti artisti dimenticati sono stati disseppelliti dall’oblio e resuscitati in grandi mostre, mentre Bergamo non ha mai pensato a dedicarne una a Francesco Coghetti, questo piccolo omaggio della galleria W.Apolloni vuole avere anche un intento di stimolo e di bonaria provocazione.

Tra le opere esposte si comincia con un precocissimo saggio di ritrattistica, un raro scorcio di vita quotidiana degli artisti a Roma, dipinto da Coghetti in breve tela raffigurando un gruppo di nove amici in un Caffè romano, dove in una sera del 1829 Coghetti immortalò se stesso mentre si accende il sigaro su un piccolo braciere, mentre in primo piano è ritratto Antonio Bianchini (1803-1883), singolare figura di miniaturista, pittore restauratore, filologo della patristica greca, e alfiere del purismo in arte e in letteratura. Accanto a lui si riconosce Ottavio Gigli, educatore e collezionista di memorie michelangiolesche, forse Francesco Podesti, ed altri sei ancora da identificare con certezza. Si spera che l’esposizione del dipinto raccolga suggerimenti utili da parte degli studiosi. Sempre Coghetti appare da solo, in piena evidenza, come riflesso in uno specchio, attraverso il secolo e mezzo che ci separa da lui, in un bellissimo autoritratto: ha tra i sessanta e i settant’anni ma la qualità della pittura e il piglio con cui tiene la sua tavolozza ci mostrano l’invidiabile vigore di una vecchiaia non doma, anche se un pò risentita.

Della sala di Alessandro affrescata a Villa Torlonia sulla Nomentana, vi è solo uno schizzo su carta di una delle scene che ne compongono la decorazione, illustrando le gesta del grande conquistatore macedone. In questo foglio Alessandro, ancora adolescente, doma l’indomabile cavallo Bucefalo quasi prefigurando la futura conquista dell’Asia. E’ da questo ciclo che Coghetti trasse ispirazione per un grande quadro ad olio che rielabora una delle scene già dipinte a fresco: Alessandro e il medico Filippo, in cui si rappresenta il conquistatore malato che ha bevuto la medicina somministrategli dal suo medico, mentre questi legge la lettera in cui si avvertiva Alessandro che lo stesso medico era stato corrotto affinché lo avvelenasse. Alessandro era sicuro che fosse una calunnia, ma volle così dare un’esemplare dimostrazione di coraggio e di fiducia, almeno secondo i biografi. Il quadro del tutto inedito e ignoto alle fonti, appare non interamente completato in qualche dettaglio, perfetta è però la vigorosa resa dei caratteri dei personaggi rappresentati.

Di questo stesso periodo è un disegno di estrema finitezza di una toccante Fuga in Egitto, forse preparatorio di un dipinto disperso in Inghilterra.

Di poco successivo il modellino-bozzetto della pala del Martirio di S. Lorenzo, commissionata a Coghetti per la Basilica di S. Paolo fuori le Mura. Il quadro, molto diverso, fu completato oltre dieci anni dopo.

Diversa dal disegno preparatorio che si espone dell’Ascensione di Cristo è anche la pala che fu effettivamente realizzata per il Duomo di Porto Maurizio, consegnata nel 1847.

Segue il bozzettino per Gli ultimi istanti di Ludovico Martelli morente, preparatorio per un grande quadro ora nei depositi della GNAM di Roma, acquistato nel 1849 dal Principe Sant’Antimo. Martelli fu lo storico protagonista di un famoso duello che si tenne il 12 marzo 1530, durante l’Assedio di Firenze, dove si affrontarono – però per questione di una donna – medicei e repubblicani. Episodio e personaggi che diedero materia al patriottico romanzo di F. D. Guerrazzi, L’Assedio di Firenze, e a quello di Agostino Ademollo, Marietta de’ Ricci, celebrati in quegli anni di rivoluzione, ma oggi quasi del tutto dimenticati.

Un altro bozzetto compendia in succose pennellate la monumentale macchina compositiva che è la pala di Ranica, del 1857, raffigurante la leggenda cristiana di S. Felicita e l’uccisione dei suoi sette figli, ri-narrazione cristiana del biblico martirio dei Maccabei. Un “Grand Guignol”, appena temperato dal misurato seicentesimo del pittore.

Un bozzetto e un disegno sono invece relativi alla decorazione di una cappella dei Padri Passionisti per l’antica Basilica di S. Giovanni e Paolo a Roma: il bozzetto a olio si presenta come un ex-voto, dove, anche se l’abilità accademica scaccia qualunque sospetto di ingenuità popolare, si percepisce, nel narrare il sovrannaturale, un effetto quasi surreale.

Infine un disegno finissimo e uno schizzo rappresentano la Conversione di Saulo sulla via di Damasco, una pala che Coghetti non fece mai, ma alla cui realizzazione forse concorse, facendosi superare dal vecchio suo maestro Camuccini, per S. Paolo fuori le Mura.

Opere esposte:

1) Ritratto di gruppo di artisti in un Caffè. Francesco Coghetti, Antonio Bianchini, Ottavio Gigli e altri sei personaggi, 1829, olio su tela, cm 33 x 41,5. Firmato e dedicato “All’amico Bianchini 1829”.

2) Studi di figure e angelo, penna su carta, cm 13,5×19.

3) Alessandro doma Bucefalo, penna e inchiostro acquarellato su carta, cm 24,7 x 34. Schizzo per l’affresco della Sala di Alessandro a Villa Torlonia in via Nomentana a Roma, 1835-39.

4) Alessandro e il medico Filippo, 1840 ca., olio su tela, cm 158 x 227.

5) Riposo durante la fuga in Egitto, 1844, matita, acquerello e biacca su carta, cm 26 x 35. Firmato e datato.

6) Il Martirio di San Lorenzo, olio su tela, cm 42,3 x 23,5. Bozzetto per la pala nella Basilica di S. Paolo fuori le Mura, 1845-50.

7) Ascensione di Cristo, penna, biacca e acquarello su carta, cm 37,5 x 21,9. Studio preparatorio per L’Ascensione di Cristo per il Duomo di Porto Maurizio (Imperia), 1847.

8) Ludovico Martelli ferito a morte prende congedo da Marietta de’ Ricci, olio su tela incollato su cartone, cm 14,5 x 19,5. Bozzetto per il dipinto del 1848-49, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

9) Martirio dei sette figli di S. Felicita, olio su tela incollato su tavoletta, cm 36,5 x 23. Bozzetto per la pala d’altare della Parrocchiale di Ranica (BG), 1857.

10) Un angelo appare nella stanza di un infermo, olio su tela, cm 33,7 x 67. Bozzetto per SS. Giovanni e Paolo, 1857-60.

11) Schizzo quadrettato per la lunetta di una cappella, con angeli e il Sacro Cuore di Cristo, 1857-60, matita su carta, cm 17,5 x 28.

12) S. Paolo cade da cavallo, 1859, disegno preparatorio, penna, acquerello marrone e biacca su carta, cm 25,7×35,3. Firmato e datato.

13) S. Paolo cade da cavallo, schizzo a matita su carta, cm 16 x 24.

14) Autoritratto con la tavolozza, 1862-70, olio su tela, cm 80,4 x 66.

15) Bozzetto per la pala di S. Felicita della Parrocchiale di Ranica (BG), 1834, olio su carta, cm 39,5 x 25,5. Dedicato in basso a destra “Coghetti all’amico Miglio, nella partenza da Roma”. Sul retro scritta autografa “S. Felicita. Coghetti dato in dono ad Andrea Miglio […] Coghetti lì 13 agosto 1835”.

Cartelloni e Copertine. L’Arte nella Pubblicità

Cartelloni e Copertine

L’arte nella pubblicità

6 Dicembre 2024 – Open Day | Chiusura: 15 Febbraio 2025

Gabinetto dei Disegni  W. Apolloni e Galleria del Laocoonte, Via Margutta 53b, Roma

Riprendendo il titolo di una fortunata mostra già allestita nella fiorentina galleria Pio Fedi nel 2015, la Galleria del Laocoonte, o Laocoon Gallery come si declina nella sua doppia natura di spazio per mostre sul ‘900 italiano tanto a Roma quanto a Londra, ha voluto mostrare il meglio degli “artisti illustratori per la pubblicità e l’editoria” dove protagonisti non sono i manifesti o le copertine stampate, ma le opere e i bozzetti originali di mano dell’artista che furono all’origine della loro riproduzione meccanica. Già nel 1965, in occasione della mostra organizzata da Attilio Rossi sul manifesto italiano nel centenario della sua produzione litografica alla Permanente di Milano, si capì che non era stata tanto l’arte moderna a creare il manifesto pubblicitario, ma proprio le divoranti necessità di comunicare velocemente ed efficacemente della pubblicità a semplificare sempre più le espressioni dell’arte moderna.

Si veda l’essenzialità della tela dipinta da Savignac per il Cinzano Soda, con solo il bianco, il blu e il rosso del marchio Cinzano, e il giallo di un rovente cielo arroventato dal solleone: l’omino blu che sorseggia la bibita rossa diventa un’immagine indelebile nella nostra mente che pavlovianamente penserà al Cinzano Soda al primo accenno di calura.

Altrettanto essenziale ma figurativamente più raffinato, cosciente dell’arte antica che domina il genio dei luoghi italiani, è Duilio Cambellotti, che per invogliare alla cura delle acque di Chianciano, suscita dalla terra antiche divinità arcaiche, flessuose dee delle sorgenti che versano il loro benefico, liquido flusso da inesauribili antiche giare di terracotta.

Elegante, apparentemente frivola, è l’arte di Umberto Brunelleschi che a Parigi compose infiniti idilli di maschere galanti in pochoirs di colorata grazia. Altrettanto graziosamente ci invita a comprare un’automobile Fiat appena uscita di fabbrica, o a degustare il cacao olandese Van Houten.

Meno noto, anche perché raro, è Primo Sinopico (pseudonimo del sardo Raoul de Chareun), illustratore di geniale essenzialità fiorito negli anni ’30: può mostrarci un elefante che porge un fiore con la sua proboscide, o un albero visto dal punto di vista degli scoiattoli che lo abitano, ma davvero speciali sono i suoi omini minuscoli e sintetici come segni tipografici. Essi sono una scherzosa, ma non meno inquietante, profezia sulla fine di ogni differenza quando gli uomini si riducono a masse formicolanti.

Un genio bizzarro come Mino Maccari non poteva certo accettare gli obblighi di decoro che una società pubblicitaria può imporre, ma proprio per questo, quando per esempio deve produrre le copertine per la rivista “Carte Parlanti” dell’editore Vallecchi, il risultato del suo anarchico estro diventa davvero sorprendente. E ancora Pino Pascali che lavorava alle animazioni dei caroselli televisivi, di cui qui vi è un “frame” di un arlecchino danzante servito a dar gloria a dei pelati in scatola che portavano il nome del multicolore eroe della commedia dell’arte.

Fab Paris 2024

FAB Paris
The new rendez-vous with masterpieces

2022 Edition

In February 2022, two leading French art fairs – the venerable Biennale, one of the world’s oldest art fairs (formerly known as La Biennale des Antiquaires) and the fast- growing Fine Arts Paris – announced that they had merged to create a new annual flagship event in Paris celebrating art from the Antiquity to present day.

The same year, the inaugural edition of Fine Arts Paris & La Biennale took place at the prestigious Carrousel du Louvre.
A showcase of art, culture, savoir-faire and heritage, Fine Arts Paris & La Biennale presented in 2022, with  86 internationally renowned galleries and talented young dealers a carefully selected artworks spanning no fewer than 14 categories, including Antiquities, Old Masters, Antique Furniture, Modern & Contemporary Art, Tapestries, Ceramics, Jewellery but also Tribal Art, Asian Art, Islamic Art and Books & Manuscripts.

Amart 2024, Palazzo della Permanente, dal 6 al 10 novembre, stand 25

La Galleria W. Apolloni e la Laocoon Gallery di Roma e Londra partecipano ad AMART al Palazzo della Permanente di Milano, dal 6 al 10 novembre, Stand n. 25.

 

La Galleria W. Apolloni di Roma, che tra un paio d’anni festeggerà il centenario dalla sua fondazione, sbarca a Milano portando in mostra un carico di capolavori dell’arte milanese di quell’elegante tempo neoclassico in cui la città fu il maggior centro irradiante dell’illuminismo in Italia, e poi capitale del Regno d’Italia voluto da Napoleone.

 

Sono esposte infatti le quattro grandi tempere su tela di Andrea Appiani che illustrano il mito di Europa e di Giove trasformato in toro che furono del conte Ercole Silva, già nel suo palazzo di Milano e poi nella famosa sua villa di Cinisello, dove egli aveva dato il primo esempio di quell’arte di comporre i giardini alla maniera inglese che introdusse per primo in Italia. Le tempere di Appiani sono come affreschi mobili, come finestre che si aprono su grandi paesaggi popolati dalle figure del mito in cui l’antico ricordo delle vedute ideali di Claude Lorrain si mescola allo studio della Galatea affrescata da Raffaello alla Farnesina.

 

I dipinti trasformano lo spazio dello stand in un’aulica saletta a cui doveva fare da controcanto un arredo degno di essa.

Ecco infatti una fioriera di marmo e di bronzo dorato, forse disegnata da Pelagio Pelagi, ornata con figure di amorini e amorine incantevoli, piccolo monumento di un lusso prezioso e raffinato, dove la virtù dello scalpello e l’eccellenza della scultura fusa e dorata a fuoco superano di molto le contemporanee produzioni neoclassiche francesi.

 

Tutt’intorno sei eleganti sedie provenienti da Palazzo Reale, colorate in grigio azzurro come un cielo velato di nebbia. Furono portate via dall’Italia dai Savoia in esilio e sono riaffiorate vent’anni fa in una vendita all’asta londinese. Riportate a Milano, sarebbe auspicabile tornassero alla loro sede originaria.

 

Alle pareti, accanto ai dipinti di Appiani, svariati suoi disegni: uno preparatorio per il quadro Apollo e Narciso, uno per le gambe di Giacobbe nella pala di Alzano Maggiore, un altro ancora per un gruppo di personaggi che animavano il sipario del Teatro dei Filodrammatici. Altri due schizzi di Appiani sono stati dedicati e donati da Gaetano Cattaneo a Giulietta Manzoni, figlia di Alessandro. Gaetano (1771-1841), cugino del più famoso Carlo, fu disegnatore alla Zecca di Milano e conservatore del Gabinetto Numismatico. Fu lui a impedire che Napoleone mandasse allo squaglio le preziose monete d’oro antiche della collezione ora al Castello Sforzesco. Con Carlo Porta è raffigurato da Giuseppe Bossi nel famoso ritratto di gruppo degli amici della “cameretta” a Brera.

Di Gaetano disegnatore è qui, in un piccolo foglio, lo studio di una medaglia di Napoleone del 1806, in cui sono iscritti a margine i versi del manzoniano 5 maggio.

 

Oltre ai disegni di Appiani, vi sono tre eccezionali ritratti di donna, uno di bella ignota, ritratta a due colori dal grande Luigi Sabatelli (1772-1850), fiorentino ma Professore a Brera per quasi cinquant’anni. L’altro è del famoso Vivant Denon (1747-1825), incisore dilettante, scrittore galante ma anche impavido viaggiatore in Egitto con Bonaparte che lo nominò al ritorno primo direttore del Louvre, ovvero del Musée Napoléon, ripieno di tutti i furti d’arte di cui furono capaci i francesi nell’Europa conquistata. È un disegno preparatorio per l’incisione del ritratto di Isabella Teotochi Albrizzi (1760-1836), che a Venezia, dove Denon era fuggito per scampare al Terrore rivoluzionario (e fare un po’ di spionaggio), divenne la sua amante restando poi sua amica per tutta la vita. Isabella era di Corfù e a Venezia tenne un salotto artistico letterario dove concorsero tutti gli ingegni del suo tempo, non ultimo il Foscolo, che spulzellò diciassettenne.

 

Il terzo ritratto è di un’altra famosa gran donna, Cristina Trivulzio di Belgioioso (1808-1871), patriota, letterata, eroina della Repubblica Romana, viaggiatrice, educatrice pioniera dell’emancipazione femminile. Lo ha tracciato a matita Francesco Hayez, proprio quando ella posava per il famoso ritratto in nero che è uno dei più belli – anche grazie a lei –  di Hayez e di tutto l’ottocento romantico italiano.

Ad Hayez è dedicata una parte dell’esposizione che procede verso l’ottocento risorgimentale, trionfante nel movimentato bozzetto per la Sete dei Crociati sotto le mura di Gerusalemme, ispirato al poemetto di Tommaso Grossi poi glorificato dalla musica di Giuseppe Verdi. Il quadro, smisurato, fu commissionato da Carlo Alberto, ma venne consegnato a Torino solo nel 1850,  dopo la morte del re – ancora solo di Sardegna – in esilio.

Il grande affresco che Hayez dipinse nel 1837 nella medaglia ovale al centro del soffitto della Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale – la stessa sala che aveva ospitato i Fasti di Napoleone di Andrea Appiani – raffigurava l’apoteosi di Ferdinando I d’Austria, non proprio un’impresa di cui andare fieri per un pittore che viene identificato come il pittore risorgimentale per eccellenza. Forse dunque non dovremmo troppo piangere se una bomba alleata l’ha fatto scoppiare in mille pezzi nel 1943. Qui alla Permanente un disegno preparatorio ricorda questa grande opera dimenticata in cui Hayez si mascherò da pittore barocco per la gloria della casa d’Asburgo. Mascherarsi del resto non gli era difficile: in un piccolo acquerello di sua mano lo vediamo nelle vesti di Giulio Romano. Era il 30 gennaio 1828, e per il ballo in maschera del Conte Batthyany, gran signore ungherese inviato imperiale a Milano, l’artista non solo disegnò il suo, ma quasi tutti gli altri costumi degli aristocratici invitati: c’erano paggi rinascimentali, guerrieri musulmani, corsari greci, dame e cavalieri del ‘400, re e regine del ‘500, personaggi di Shakespeare e di Walter Scott, come se fossero state mescolate le figure di tanti diversi mazzi di carte, francesi, piacentine, napoletane, tedesche. Un’immagine quasi allegorica del Romanticismo come grande e confusa carnevalata.

La Galleria del Laocoonte, o Laocoon Gallery come si declina nella sua doppia natura di spazio per mostre sul ‘900 italiano tanto a Roma quanto a Londra, ha preso per sé una parete intera dello stand n. 25, ma esterna, affinché i colori squillanti, le forme sintetiche e i messaggi ad effetto che caratterizzano la sua ricca scelta di “Cartelloni e Copertine” non turbassero la raccolta quiete dell’adiacente allestimento neoclassico. Riprendendo il titolo di una fortunata mostra già allestita nella fiorentina galleria Pio Fedi nel 2015, la Galleria del Laocoonte ha voluto mostrare il meglio degli “artisti illustratori per la pubblicità e l’editoria” dove protagonisti non sono i manifesti o le copertine stampate, ma le opere e i bozzetti originali di mano dell’artista che furono all’origine della loro riproduzione meccanica. Proprio alla Permanente, dove nel 1965 fece storia la mostra organizzata da Attilio Rossi sul manifesto italiano nel centenario della sua produzione litografica. Una bella coincidenza. Già allora si capì che non era stata tanto l’arte moderna a creare il manifesto pubblicitario, ma proprio le divoranti necessità di comunicare velocemente ed efficacemente della pubblicità a semplificare sempre più le espressioni dell’arte moderna.

Si veda l’essenzialità della tela dipinta da Savignac per il Cinzano Soda, con solo il bianco, il blu e il rosso del marchio Cinzano, e il giallo di un rovente cielo arroventato dal solleone: l’omino blu che sorseggia la bibita rossa diventa un’immagine indelebile nella nostra mente che pavlovianamente penserà al Cinzano Soda al primo accenno di calura.

 

Altrettanto essenziale ma figurativamente più raffinato, cosciente dell’arte antica che domina il genio dei luoghi italiani, è Duilio Cambellotti, che per invogliare alla cura delle acque di Chianciano, suscita dalla terra antiche divinità arcaiche, flessuose dee delle sorgenti che versano il loro benefico,  liquido flusso da inesauribili antiche giare di terracotta.

 

Elegante, apparentemente frivola, è l’arte di Umberto Brunelleschi che a Parigi compose infiniti idilli di maschere galanti in pochoirs di colorata grazia. Altrettanto graziosamente ci invita a comprare un’automobile Fiat appena uscita di fabbrica, o a degustare il cacao olandese Van Houten.

Meno noto, anche perché raro, è Primo Sinopico (pseudonimo del sardo Raoul de Chareun), illustratore di geniale essenzialità fiorito negli anni ’30: può mostrarci un elefante che porge un fiore con la sua proboscide, o un albero visto dal punto di vista degli scoiattoli che lo abitano, ma davvero speciali sono i suoi omini minuscoli e sintetici come segni tipografici. Essi sono una scherzosa, ma non meno inquietante, profezia sulla fine di ogni differenza quando gli uomini si riducono a masse formicolanti.

Un genio bizzarro come Mino Maccari non poteva certo accettare gli obblighi di decoro che una società pubblicitaria può imporre, ma proprio per questo, quando per esempio deve produrre le copertine per la rivista “Carte Parlanti” dell’editore Vallecchi, il risultato del suo anarchico estro diventa davvero sorprendente. Quasi non c’è più spazio nella parete, ma possiamo ancora nominare Pino Pascali che lavorava alle animazioni dei caroselli televisivi, di cui qui vi è un “frame” di un arlecchino danzante servito a dar gloria a dei pelati in scatola che portavano il nome del multicolore eroe della commedia dell’arte.

ACHILLE FUNI ‘900 CLASSICO E RINASCIMENTALE (Roma)

Achille Funi. 900′ Classico e Rinascimentale.
Dipinti, disegni e cartoni

 

La Galleria del Laocoonte omaggia uno dei più grandi artisti del Novecento italiano, riunendo un cospicuo numero di grandi cartoni preparatori per i suoi più importanti cicli ad affresco.

 

DOVE:

Galleria del Laocoonte, Via Monterone 13-13A, Roma

ORARI:
Dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:00

Achille Funi
Il Parnaso
1948-1953
Tempera e foglia d’oro su tavola
cm 212×476

Achille Funi
Autoritratto
1955
Olio su tela
cm 81×51,5

Achille Funi
Venere latina
1930
Olio su tela, cm 160 x 125

Laocoon Gallery & W. Apolloni presentano

Achille Funi: ‘900 Classico e Rinascimentale

Dipinti, disegni e cartoni

Catalogo della mostra a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli (Laocoonte edizioni)

Salon du Dessin 2024

Presided over by Louis de Bayser, the Salon du dessin is a unique event with an international reputation, and has become the main reference in the world of collecting drawings.

Collectors, specialists, curators, scholars and connoisseurs from all over the world participate in this event that occupies a major position in the world of the art market.

In all, over 1000 drawings will be gathered together in the historical environment of the Palais Brongniart, for your utmost pleasure.

In 2023, the Salon du dessin hosted 39 galleries specializing in Old Master, modern and contemporary drawings including the most prestigious of the profession.

ACHILLE FUNI ‘900 CLASSICO E RINASCIMENTALE

Achille Funi. 900′ Classico e Rinascimentale.
Dipinti, disegni e cartoni

 

La Galleria del Laocoonte omaggia uno dei più grandi artisti del Novecento italiano, riunendo un cospicuo numero di grandi cartoni preparatori per i suoi più importanti cicli ad affresco.

 

ORARI:
Dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:00

Achille Funi
Il Parnaso
1948-1953
Tempera e foglia d’oro su tavola
cm 212×476

Achille Funi
Autoritratto
1955
Olio su tela
cm 81×51,5

Achille Funi
Venere latina
1930
Olio su tela, cm 160 x 125

Laocoon Gallery & W. Apolloni presentano

Achille Funi: ‘900 Classico e Rinascimentale

Dipinti, disegni e cartoni

Catalogo della mostra a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli (Laocoonte edizioni)

 

Una Mostra in fiera, una mostra per Milano, un omaggio al grande artista ferrarese che fu maestro alla scuola di Brera, e affrescatore instancabile, non solo a Milano, ma anche a Roma, nella sua Ferrara, antica città estense, a Bergamo, a Padova e persino in Tripoli di Libia al seguito del conterraneo Italo Balbo. Cartoni, dipinti, disegni e una grande tavola a fondo oro, lunga quasi cinque metri, sintesi e culmine della sua arte.

La Laocoon Gallery di Londra, che accomuna il lavoro della Galleria del Laocoonte (diretta da Monica Cardarelli) sul Novecento figurativo italiano, con la tradizionale conoscenza antiquaria della galleria W. Apolloni (diretta da Marco Fabio Apolloni), presenta a Milano nel proprio stand (n. 29) della fiera Amart al Museo della Permanente, dall’8 al 12 novembre, la mostra dedicata ad “Achille Funi: ‘900 Classico e Rinascimentale” che comprende dipinti ad olio come la monumentale “Venere Latina”, già esposta alla Biennale di Venezia del 1930, cartoni per affreschi come quelli per la chiesa milanese di S. Giorgio a Palazzo del 1931, oppure quello per “La battaglia di Legnano” affrescata nel 1950 nella sala consiliare di Palazzo Frizzoni a Bergamo, disegni, e la smisurata tavola, raffigurante “Il Parnaso”, che Achille Funi tenne nella stessa aula di Brera dove egli insegnò tecnica dell’affresco fino alla sua morte.

Terminata Amart, la mostra sarà trasferita, a partire da martedì 14 novembre, per tutto il restante mese, grazie alla generosa e amichevole ospitalità del proprietario, nella prestigiosa galleria Mirco Cattai in Via Manzoni 12, dove il pubblico milanese, collezionisti ed amatori d’arte, potranno ammirare e studiare questa scelta ed eccezionale antologia dell’opera di Achille Funi, che a Milano passò gran parte della sua vita, lasciando memoria di sé alla città non solo nei molti affreschi in edifici sacri e laici, ma anche nell’influenza esercitata dal suo lungo insegnamento a Brera, da cui furono toccati molti futuri maestri dell’arte contemporanea della seconda metà del ‘900.

Questa mostra privata, e commerciale, al servizio del collezionismo pubblico e privato, coincide con la grande mostra istituzionale che Ferrara, al Palazzo dei Diamanti, dedica ad “Achille Funi. Un maestro del Novecento tra storia e mito”, dal 28 ottobre 2023 al 25 febbraio 2024. Realizzata dalla curatrice dell’archivio Funi, Nicoletta Colombo, e da Serena Redaelli e Chiara Vorrasi, questa grande antologica non è soltanto un doveroso omaggio della città natale all’artista che nel ‘900 ha così efficacemente contribuito a ravvivare con la sua arte il mito della sua originalissima anima rinascimentale, ma rappresenta il culmine di una “Funi renaissance” che da qualche anno a questa parte ha rinverdito la fama di Funi e il gusto per la sua arte neoclassica e neorinascimentale che ad occhi postmoderni riappare fresca e nuova come forse nemmeno i suoi contemporanei, confusi tra battaglie artistiche e crolli d’imperi di cartapesta, seppero vederla.

La Galleria del Laocoonte è orgogliosa di aver contribuito, sebbene in piccola parte, a questa manifestazione, prestando il grande cartone per l’effimera “Sala dell’Eneide” che fu affrescata – e poi distrutta – per la IV Triennale di Monza del 1930. Il gruppo di Didone insonne per amore con sua sorella Anna fu composto per la prima impresa in cui Funi scoprì in se stesso il grande frescante che doveva diventare. Pompeiano e fidiaco, il gruppo è reso moderno dallo spirito metafisico, dechirichiano, che inquietamente lo anima. Non a caso in esso si può vedere l’ispirazione per la terracotta monumentale, raffigurante la coppia femminile de “Le Stelle” di Arturo Martini, sorelle anch’esse, di due anni posteriore all’affresco di Funi. L’altro prestito è il cartone colorato per la “Vergine Annunciata”, affrescato per la Cattedrale di S. Francesco a Tripoli. La Madonna, che sul grande foglio preparatorio ha l’aspetto e la posa di un’elegante diva del cinema dei telefoni bianchi, è in realtà il ritratto della praghese Felicita Frai, che morirà a Milano centenaria nel 2010, amante e assistente di Funi dal tempo degli affreschi della Sala della Consulta del Municipio di Ferrara (1934-37), scaricata all’improvviso proprio dopo il loro lungo soggiorno in Libia.

La bionda Felicita Frai ha prestato il suo volto anche al personaggio di Parisina, eroina tragica protagonista di una delle pareti affrescate della Sala della Consulta a Ferrara. Giovanissima sposa del marchese di Ferrara Niccolò III d’Este, ebbe una relazione adulterina con il figlio di questi, Ugo, suo coetaneo. Scoperti, entrambi gli amanti vennero fatti decapitare su ordine del tradito marchese, nel 1425. Lei aveva 21 anni, vent’anni lui. Funi li ritrae teneramente abbracciati in un pastello preparatorio per l’affresco, Ugo appare come un giovane androgino dalla nera chioma scarmigliata. Anche Ugo è un ritratto, quello di Leonor Fini (Buenos Aires 1907 – Parigi 1996), la futura pittrice surrealista che fu anch’essa di Funi assistente e ninfa Egeria.

Oltre ai già nominati cartoni per la chiesa di San Giorgio a Palazzo, che raffigurano legionari romani che paiono discesi da un rilevo imperiale, si espone un disegno per la figura di S. Giorgio, nudo e legato, alla vigilia del suo martirio, delicatamente disegnato come in punta d’argento, sottilmente ombreggiato come un disegno tardo quattrocentesco.

La “Venere Latina”, titolata anche “Il nudo e le statue”, ritrae Venere rinata, resuscitata tra le rovine della distrutta classicità, frammenti di sculture e capitelli, così come la pittura raffigura la statua di Pigmalione che prende vita per miracolo divino: le gambe ancora di pallido marmo, il corpo già vivo e pulsante sotto il roseo incarnato. Esposto alla Biennale di Venezia nel 1930, è il manifesto del neoclassicismo funiano.

La stessa illusione d’una mano maestra antica, su carta colorata scura, lumeggiata di bianco come una notturna apparizione argentata dalla luna, è il cartone di una musa, Talìa, la musa della Commedia. Discinta e scarmigliata come una Baccante, tiene in alto per i capelli una maschera comica così come la madre di Penteo, nella furia bacchica, tiene la testa del figlio spiccata dal busto nelle Baccanti di Euripide. Questa figura monumentale, alta più di due metri, è uno dei saggi più impressionanti di imitazione dell’antico prodotte da Funi, nel cartone più bella che nella sua realizzazione al Teatro Manzoni di Milano.

Le Muse sono anche le protagoniste, con Apollo, della grande tavola a tempera, con fondo a foglia d’oro, dipinta da Funi nell’immediato dopoguerra. “Il Parnaso” è lungo quasi cinque metri e alto più di due. Sul fondo di una selvatica siepe d’alloro che pare strappata dalla parete di una villa pompeiana, si stagliano le nove sorelle, sovrastate dal dio della poesia e della musica, loro fratello. Tra esse vi è una statua marmorea di Venere e all’estrema destra un maturo pastore, certamente Giove che in questa forma si giacque con Mnemosine per nove notti consecutive, generando ogni volta una delle nove muse. L’ambiziosa composizione di Funi, che si propone come epigono novecentesco del Parnaso di Raffaello in Vaticano, di quello di A. R. Mengs a Villa Albani, e del meno noto affresco d’uguale soggetto che Andrea Appiani dipinse a Villa Reale a Milano, testimonia del costante amore dell’artista per la pittura romana antica, per la quale si fece più volte pellegrino d’arte al Museo Nazionale di Napoli e a Pompei, dove la famosa Villa dei Misteri, uno dei cicli più belli e integri dell’antichità, divenne accessibile al pubblico solo nel 1931. Non sappiamo se il grande pannello del Parnaso di Funi sia stata una commissione non andata a buon fine. Di proprietà del pittore, fu custodita fino alla morte di lui nell’aula di Brera dove insegnava tecnica dell’affresco. Passata a Luigi Colombo, gallerista ed esecutore testamentario dell’artista, è passata nei primi anni ’90 in una collezione privata, da cui è emersa solo recentemente. Esposta alla mostra dedicata ad Ulisse a Forlì, torna ora a farsi ammirare nuovamente a Milano, dopo più di cinquant’anni.

Il cartone della Battaglia di Legnano, preparatorio per gli affreschi della sala conciliare del Municipio di Bergamo – Funi fu insegnante all’accademia Carrara nel dopoguerra – mostra il momento in cui a Federico Barbarossa fu ucciso nella mischia il cavallo, e l’imperatore rischiò di finire catturato. La mischia è brutale come brutali le fisionomie dei combattenti, al modo di un Paolo Uccello che abbia perso il suo carattere di favola. La guerra, quella vera, recente, spietatamente moderna del 1940-45 è da poco trascorsa, ed è chiaro che l’artista non possa veder niente di bello in una battaglia se non la sua fine.

L’ultimo cartone esposto, alto più di tre metri, è anche legato ad una delle ultime opere di Funi, gli affreschi per l’abside della chiesa di S. Antonio da Padova dei Frati Minimi di S. Francesco da Paola a Rimini, chiesa distrutta dalla guerra e completamente ricostruita. Gli affreschi furono in realtà realizzati nel 1962 da due allievi dell’ormai settantaduenne maestro, e nonostante la sua supervisione e i ritocchi a secco con cui pure egli lì completò, essi non raggiungono la forza e la potenza del cartone realizzato dal maestro, vero e proprio dipinto a tempera su carta, grande nella misura e nell’intensità drammatica con cui Funi riuscì ad immedesimarsi nella mente dei pittori del Trecento, facendo vorticare sullo stesso foglio dov’è appeso il monumentale cadavere di Cristo Crocifisso, i colori di un sole e di una luna che hanno lo smalto e la freschezza di un affresco cavalliniano.

È giusto che Funi possa rivedere le sue opere: perciò la collezione romana Facce del Novecento ha prestato un autoritratto ad olio “estivo” del 1955. Il rosso di una fetta d’anguria, la maglietta a righe, il cappello di paglia, le iridi scure a pallottola, fanno pensare per un attimo a Picasso in Costa Azzurra, è invece Socrate Virgilio Funi, detto Achille, nel suo villino di Forte dei Marmi.

Marco Fabio Apolloni

Vedute di Roma

Vedute di Roma

 

https://naturheilpraxis-hauri.ch/ style=”font-size: large;”>La città eterna vista attraverso gli occhi di alcuni importanti artisti del Novecento, dai Tetti di Mario Mafai alle mura aureliane impacchettate di Christo.

 

ORARI:
Dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:00

Walter Lazzaro
Via dell’Impero – Roma
1944
Olio su tavola
cm 37,5×52,5

Mario Mafai
Tetti
1953
Olio su tela
cm 50×35

Danilo Donati
Vittoriano
1980
Tecnica mista su lavagna
cm 96,5×120

Nude

Nude

 

La verità è nuda ed è donna. Una mostra per ricordare in questi tempi di diffuso e confuso puritanesimo, che la nudità è verità, e che la verità è sempre bellezza.

 

ORARI:
Dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:00

Virgilio Guidi
Dama dal mantello nero
1914
Olio su tela
cm 130×100

Achille Funi
Venere latina
1930
Olio su tela
cm 160 x 125

Primo Conti
Nudo di Ballerina Dormiente
1926
Olio su tela
cm 120 x 200

Exposition Néo-Romantiques

Exposition Néo-Romantiques

8 MARCH – 18 JUNE 2023

More than one hundred works, from private and public collections, are brought together to (re)discover one of the first post-modern movements based on the questioning of abstraction and the return to the figure.

Curated by Patrick Mauriès, the exhibition put the spotlight on artists who have participated to this movement, such as Frenchman Christian Bérard (1902-1949), Russians Pavel Tchelitchew (1898-1957), Eugene (1899-1972) and Leonid Berman (1898-1976) and Dutchman Kristians Tonny (1907-1977).

First gathered in Paris in the 1920s, those took part in the American, British and Italian artistic scenes, creating links between Picasso, surrealism, figurative artists from the 20th century and living arts for which they designed memorable shows.

Curator : Patrick Mauriès, author and cultural critic

La Galleria del Laocoonte partecipa alla mostra con alcune opere

Le crédit pour ces images est : © studio Christian Baraja SLB

OPEN FROM TUESDAY TO SUNDAY FROM 10AM TO 6PM
LAST ADMISSION: 5PM
NIGHTLY THURSDAY THROUGH 9PM
LAST ENTRANCE: 8PM

2, RUE LOUIS-BOILLY, PARIS
T. +33 (0)1 44 96 50 33

Brafa 2023, 29 january – 5 february, Brussels expo

Apolloni has been in the art business for three generations and is one of Rome’s oldest and most illustrious antiques shops, selling many masterpieces to museums in Italy and abroad. After almost half a century the gallery has moved from Via del Babuino to the main ground floor rooms of the famous Palazzo Patrizi in Via Margutta 53b, Rome’s most artistic street. The building was constructed to house studios for artists and was where Picasso worked when in Rome in 1917. It is also where the British Academy was housed until 1937. The spacious rooms with their high ceilings and tall windows are ideal for displaying art, while the secret garden at the back, full of classical fragments and covered in ivy, unquestionably makes this one of the most beautiful galleries in Rome.

Founded : 1929

Specialisations

17th-19th century paintings, drawings, sculpture and works of art

Associations

A.A.I. Associazione Antiquari d’Italia

Fairs

FIERA ANTIQUARIA CITTÀ DI MODENA, Frieze Masters – London, Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma, FlashBack Torino, Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, WopArt Lugano

Salon du dessin 2023, from March the 22nd to the 27th

Directed by Marco Fabio Apolloni, the gallery has existed for three generations. During its successful history, it has sold many masterpieces to museums in Italy and abroad.

In 2012, Marco Apolloni and his wife founded Galleria del Laocoonte, presenting works by 20th century Italian artists through exhibitions in their gallery in Rome, fairs in Europe and even in museums.

Seven years later, they opened the Laocoon Gallery in London, presenting not only the best examples of paintings and drawings by Italian Old Masters, sculptures, fine art and furniture, but also works by early 20th century Italian artists, many of whom are completely unknown to the international market. In 2019, they opened a new space in Rome (Gabinetto dei disegni, via Margutta 53B) dedicated to exhibitions of works on paper from old masters to 20th century artists.

L’occhio di Vespignani

L’OCCHIO DI VESPIGNANI

A ventun anni dalla scomparsa, dopo dieci anni dall’ultima retrospettiva a lui dedicata al Casino dei Principi di Villa Torlonia, la Galleria del Laocoonte presenta L’Occhio di Vespignani, una mostra dedicata all’artista romano Renzo Vespignani (1924-2001).

VESPIGNANI’S EYE

Twenty-one years after his death and ten years after the last retrospective dedicated to him, which was held at the Casino dei Principi in Villa Torlonia, Laocoon Gallery presents Vespignani’s eye, an exhibition devoted to the Roman artist Renzo Vespignani (1924-2001).

Renzo Vespignani
Il porto di Napoli dopo il bombardamento
1946
Inchiostri colorati su carta, cm 20×32

Renzo Vespignani
Periferia
1980
Tecnica mista su cartoncino, cm 35×50

Renzo Vespignani
Nudo seduto
1944
China su carta, cm 38,4×26,3

Renzo Vespignani
Manifestanti e Polizia
1957
China, acquerello e pastello su carta, cm 21×28

Renzo Vespignani
Nudo di ragazzo
1981
Tecnica mista su carta, cm 70,5×51,2

La mostra è stata concepita per cercare di ridare lustro alla fama un po’ appannata di colui che è stato il più dotato e straordinario disegnatore italiano del dopoguerra e uno dei più grandi incisori italiani della seconda metà del secolo scorso. Anzi, Vespignani è nato disegnatore proprio durante la guerra, i suoi primi disegni furono esposti nelle vetrine dell’auditorio dell’EIAR – la radio d’allora – per illustrare i concerti in programma, già nell’aprile del 1943. Nei mesi successivi gli avvenimenti avrebbero plasmato per sempre la personalità di un artista già completo, maturo e inimitabile a soli diciannove anni. A luglio il primo bombardamento a Roma, la caduta del fascismo subito dopo, l’armistizio e l’occupazione tedesca di Roma sono stati l’Accademia di Vespignani. Le macerie di San Lorenzo impestate dal lezzo dei cadaveri mal seppelliti sotto i crolli, quelle della sua stessa casa distrutta dal bombardamento di Portonaccio, nel marzo dell’anno seguente, sono state per il giovane artista come la foresta di Fontainebleau per i primi paesaggisti romantici francesi. La sua estetica è nata dalla contemplazione delle rovine della guerra, così come le rovine antiche hanno generato il genio di Piranesi. Il paragone non è ozioso, narra infatti un biografo contemporaneo (L. Bianconi) che il giovane Piranesi a Roma, disegnava giorno e notte, ma non Apolli e Laocoonti, bensì “i più sgangherati storpi e gobbi che vedeva il giorno per Roma… gambe impiagate, braccia rotte, e cudrioni magagnati… pezzi di carne da macello, teste di porco e di capretto”. Furono questi i primi esercizi dell’autore “Della Magnificenza ed Architettura de’ Romani”, purtroppo perduti, ma chi li vide lasciò scritto che tali studi di oggetti repellenti erano però eseguiti “maravigliosamente bene”. Allo stesso modo le case distrutte, i vagoni abbandonati sui binari morti, le periferie desolate, i cadaveri tirati fuori dal cumulo dei calcinacci, i cani stroncati la cui addolorata ferocia impedisce la pietà di un colpo di grazia, le puttanone discinte di Portonaccio, rovinate come per putrefazione dall’età e dal mestiere, sono i soggetti preferiti di Vespignani, terribili, ma disegnati “maravigliosamente bene”. Tanto da sembrare raffinatissime incisioni: tratti più sottili di un capello, slavati dal pennello come in un’acquatinta, intricati e insistiti come le più profonde morsure di un’acquaforte, la maestria di Vespignani non ha paragoni, tanto più perché non mostra la lenta evoluzione di un apprendistato, ma si rivela all’improvviso, come un frutto maturo che non sia mai stato fiore. Qualche suggestione dai disegni di Franco Gentilini, più anziano di una generazione. Un vecchio libro squinternato, rubato per caso da un carrettino, con delle riproduzioni di disegni di George Grosz. Tanto bastò a Vespignani per unire lo squallore delle periferie urbane di Sironi del primo dopoguerra col più squallido orrore di un secondo dopoguerra che ancora dolorosamente faticava ad arrivare, con gli angloamericani inchiodati ad Anzio per ben cinque mesi.
Mentre Roma era ancora occupata, furono Irene Brin e Gasparo dal Corso a scoprire Vespignani, capitato per caso alla “Margherita” di via Bissolati, un negozio di cose e libri usati e qualche opera d’arte, per smerciare “a due lire” i suoi disegni. Seguirà mostra del ’45 a gennaio e replicata a giugno, sempre alla “Margherita”, e l’anno dopo all’Obelisco, la neonata galleria d’arte che la coppia Brin-dal Corso trasformeranno nella più raffinata, attiva e cosmopolita di Roma. I disegni di Vespignani vanno letteralmente a ruba, tanto che nel corso della mostra stessa vengono richiesti all’artista altri disegni per sostituire quelli venduti. Oltre agli americani, ai ricchi e vecchi e nuovi, Irene Brin rammenta anche gruppi di liceali che acquistavano un singolo disegno in società per una manata di spiccioli frutto di una sofferta colletta.
Con il fascismo l’arte ufficiale era crollata come un fondale di cartone, come certi scarponi da avanguardista di cartone pressato tinti col lucido nero che Vespignani rammentava andavano in pezzi con la prima pioggia. Dietro la scena si era rivelato un paesaggio di rovine che erano quelle che Vespignani abitava da ragazzo, dopo una primissima infanzia agiata all’Esquilino, erano quelle in cui si aggirava da sfollato, con in tasca fragili certificati medici per evitare il pericolo di un rastrellamento. Era questa Accademia del disastro italiano quella in cui il Paese seppe contemplare le proprie piaghe riuscendo a farne una poesia che doveva stupire il mondo. La “Madre romana uccisa dai tedeschi”, disegnata da Vespignani, modellata e smaltata da Leoncillo, era in realtà calabrese e si chiamava Teresa Gullace, tutto il mondo però la conosce nelle sembianze di Anna Magnani in “Roma città aperta” di Rossellini, popolana falciata da una raffica di mitra mentre corre dietro a un camion carico di rastrellati.
Vespignani è stato forse non l’unico, ma certamente il più grande interprete del neorealismo nelle arti figurative. E la notorietà internazionale venne anche per lui, immortalato in foto da Alfred Eisenstaed nel 1947 – il fotografo del famoso bacio a Times Square – compare in una pagina di Life, le sue opere vengono acquistate dal MoMA e viene invitato a tenere una mostra a New York. Per quel che riguarda il mercato americano, fu però “a flash in the pan” – un fuoco di paglia, diremmo noi – l’arrabbiata militanza comunista di Vespignani gli chiuse ben presto le porte degli Stati Uniti, disegnare Eisenhower come uno scheletro armato a passeggio con De Gasperi e Scelba al guinzaglio non fu il massimo delle referenze per ottenere un visto.
Del resto anche in tempo di pace Vespignani rimase un “pittore di rovine”, negli anni del “boom” i palazzoni delle periferie che crescono come funghi nell’Italia del benessere sono disegnati, dipinti e incisi con gli stessi segni angosciosi con cui egli aveva descritto quelli distrutti dalle bombe della guerra: tutto il suo tempo è raccontato come un unico grande cataclisma, senza soluzione di continuità tra la rovina della seconda guerra mondiale e lo sviluppo industriale, la crescita urbanistica, l’inquinamento da questi generato. La crescita del benessere per Vespignani corrisponde sempre al degrado morale e materiale del consumismo, che nei volti e nei corpi rappresentati degenera in una sorta di lebbra o decomposizione, pur sempre “maravigliosamente bene” raffigurata.
Gli incidenti stradali, con lamiere accartocciate, cristalli in frantumi e corpi riversi sull’asfalto, vengono descritti come azioni di guerra – del benessere contro l’umanità – ma riprodotti con una raffinatezza e perizia nel dettaglio, un senso del sublime nell’insieme, che fanno di Vespignani un “poeta delle rovine” moderne così come Piranesi lo è stato di quelle antiche. Entrambi sono maestri nel rappresentare il disfacimento, quello della modernità sulla natura in Vespignani, quello della natura sugli antichi monumenti in Piranesi. Due estremi che si toccano e che paradossalmente si somigliano nel comunicare un senso di terribilità del destino umano. Unico riscatto della bellezza sul mondo in disfacimento sono i giovani corpi animati dalla forza della vita, quella dei bambini che crescono, quella dei giovani che si cercano e si abbracciano spinti dall’energia del desiderio.
Negli anni ‘60 Vespignani si sposa – con Netta, che conserverà sempre il nome da sposata, divenendo gallerista e mercante d’arte di punta sulla scena italiana – e diventa padre. La bellezza della moglie, tra la bambola di porcellana e il manichino di Carnaby street, aleggia nelle pitture di quel periodo come un idolo moderno. La tenera bellezza dei figli piccoli costretti alla tortura di lunghissime pose, di cui fa fede un filmato Rai visibile su YouTube – Vespignani disegna sempre dal vero, e anche quando si serve di fotografie d’epoca è capace di trasfigurarle in immagini più vere del vero – è immortalata in immagini che trasformano la lentezza del tempo d’esecuzione in un’istantanea di perfetta fattura.
Avendo avuto la possibilità di trascegliere i più belli tra i disegni della successione di Rossana Mataloni, ultima compagna dell’artista, e andando a cercare tra aste e raccolte private da alcuni anni a questa parte, i fogli di gioventù di Vespignani, la Galleria del Laocoonte ha potuto adunare un “corpus” di circa 40 disegni e cinque olii tra i più belli e rappresentativi dell’opera del Maestro.
Del periodo tra il 1944-47 sono alcune delle più belle – per bruttezza – Prostitute di Portonaccio, La casa di Vespignani bombardata, un vicolo di periferia stretto tra muri animato di personaggi, il Porto di Napoli dopo il bombardamento, e una Signora con cagnolino di struggente pateticità.
Degli olii il più antico è un Bue squartato, del 1951, che rammenta come di notte il giovane Vespignani andava meditando in tempo di guerra, a lume di candela e infagottato di lana, l’opera e le difficilissime incisioni di Rembrandt, misurandosi con esse già alla pari, magari su una lastra di rame, regalatagli da Luigi Bartolini, che allora era preziosa quasi fosse argento.
Una fosca Periferia, del 1965, raffigura un inquietante palazzone che pare mescolare la complessità della moderna tecnologia industriale con l’architettura onirica delle “Carceri” piranesiane.
Del 1971 è invece Netta allo specchio, perfetta sintesi di ritratto e pittura à trompe-l’oeil, in cui la moglie dell’artista sembra galleggiare fluorescente in un campo di luce che pare il fondo oro di un’antica pala d’altare.
Foto segnaletiche e L’Archivio del Pornografo del 1981, fanno parte di un intero ciclo di tele intitolato “Come mosche sul miele”, che fu esposto in una memorabile mostra a Villa Medici nel 1985. Erano e sono formidabili meditazioni sui “ragazzi di vita” che Pasolini aveva immortalato su pagina un quarto di secolo prima, quelli che di Pasolini furono ad un tempo vittime e carnefici. Foto segnaletiche ne cattura il volto come dopo qualche tragico fatto di sangue, mentre altre foto, di giovani volti e di giovani corpi paiono costituire un collage, assieme a ritagli di riviste pornografiche d’epoca, ma sono in realtà un vero e proprio tour-de-force di pittura illusionistica. Uno Zeusi scatenato nel retrobottega proibito di un giornalaio.
Dalla collezione romana “Facce del Novecento”, raccolta di ritratti d’artisti di cui la Galleria del Laocoonte sta curando la catalogazione, provengono due vere rarità: uno schizzo del 1947 con un Autoritratto che Vespignani dedicò e regalò ad Alfred Eisenstaed, il fotografo americano che lo aveva ritratto a sua volta per la rivista “Life”, e una bellissima e curatissima carta con il ritratto del pittore Muccini a letto malato. Quest’ultimo, Marcello Muccini (1926-1978), esordì in maniera altrettanto brillante, assieme a Renzo Vespignani, nel gruppo di pittori che si chiamarono “la banda di Portonaccio”, giovani arrabbiati che portarono polemicamente in mostra le loro opere per strada a Via Veneto. Purtroppo, nonostante i successi iniziali, finì per fare tetti di Roma con la manovella – cioè in serie – per una galleria del centro i cui soldi spese, per il resto della sua breve vita, soprattutto in bottiglie di Vodka.
Altri ritratti sono celati in fogli di grande virtuosismo tecnico, moltiplicati e deformati in superfici riflettenti curve, tra luci al neon e scritte pubblicitarie. Sono degli anni ’80 quando Vespignani può tornare finalmente a New York, componendo tra le luci e i martellanti messaggi commerciali della metropoli un ritratto della città che, concepito come critica impietosa, finisce per esserne la rutilante celebrazione.
Molti fogli sono in tecnica mista, modo facile per descrivere la maniera complesso con cui Vespignani disegnava a colori su carta, mescolando il lapis, le matite colorate, la polvere di pastello data a pennello, e molti altri accorgimenti ed attenzioni che rendono queste carte forse più preziose delle tele ad olio. Tra queste, un disperato braccio teso con chiodi e l’accenno d’un volto, che pare il dettaglio di una crocifissione in cui il Cristo viene lasciato appeso a imputridire. Un occhio, prodigioso per verità e somiglianza, tale che si è voluto scegliere a emblema di questa mostra: “L’occhio di Vespignani”, appunto, per intendere che egli era capace di vedere le cose come nessun’altro e come per magia capace di farle apparire sulla carta così come le vedeva.
Una finestra rotta, uno skyline di Manhattan, le “lucciole” – che non sono insetti – in attesa di notte sul ciglio di una strada, una vecchia “canara” tra edifici abbandonati, un levriero scorticato che corre velocissimo come se fosse trapassato da un cinodromo ad un girone infernale. Sono tante le cose osservate dal vero e trasfigurate nell’immaginazione dall’artista, di cui non mancano anche meticolosi omaggi a idolatrati colleghi del passato: a Rembrandt, a cui ruba il volto della dama con ventaglio che fu del principe Yussopov ed ora è alla National Gallery di Londra, a Van Gogh di cui spia nell’autoritratto il teschio sotto la pelle e mostra impudicamente la medicazione che copre la sua fin troppo nota automutilazione.

The exhibition was conceived to try to restore lustre to the somewhat tarnished reputation of a man who was the most gifted and extraordinary post-war Italian draughtsman and one of the greatest Italian engravers of the second half of the last century. Indeed, Vespignani became a draughtsman during the war, when his first drawings were displayed in the windows of the EIAR auditorium – the radio station of the time – to illustrate scheduled concerts as early as April 1943. In the following months, events would forever shape the personality of an artist who was already complete, mature and inimitable at only nineteen years of age. In July, the first bombing of Rome, immediately followed by the fall of Fascism, the armistice and the German occupation of Rome were Vespignani’s academy. The remains of San Lorenzo, impregnated with the stench of badly buried corpses amongst the rubble, his own house destroyed by the bombing of Portonaccio in March of the following year, were for the young artist like the forest of Fontainebleau for the first French Romantic landscape painters. His aesthetic was born from contemplation of the ruins of war, just as ancient ruins generated Piranesi’s genius. The comparison is not idle, as a contemporary biographer (L. Bianconi) recounts that the young Piranesi in Rome, drew day and night, but not Apollo and Laocoon, but ‘the most ramshackle cripples and hunchbacks that he saw during the day in Rome… legs stuck, arms broken, and skinny cudrioni… pieces of butcher’s meat, heads of swine and kid’. These were the author’s first exercises ‘Della Magnificenza ed Architettura de’ Romani’, unfortunately lost, but those who saw them left written that such studies of repulsive objects were nevertheless executed ‘maravigliosamente bene’, marvellously well. In the same way, the destroyed houses, the abandoned wagons on the dead tracks, the desolate suburbs, the corpses pulled from heaps of rubble, the mangled dogs whose grieved ferocity prevents the mercy of a coup de grace, the discarded whores of Portonaccio, ruined as if by putrefaction by their age and trade, are Vespignani’s favourite subjects, terrible, but drawn ‘marvellously well’. So much so that they seem to be refined engravings: strokes finer than a hair, washed out by the brush as in an aquatint, intricate and insistent like the deepest bites of an etching, Vespignani’s mastery is unparalleled, especially because it does not show the slow evolution of an apprenticeship, but reveals itself suddenly, like a ripe fruit that has never been a flower: a few suggestions from the drawings of Franco Gentilini, a generation older; a shabby old book, stolen by chance from a cart, with reproductions of drawings by George Grosz. This was enough for Vespignani to unite the squalor of Sironi’s urban suburbs after the First World War with the bleakest horror of a Second World War that was still painfully struggling to arrive, with the Anglo-Americans pinned down at Anzio for a good five months.
While Rome was still occupied, it was Irene Brin and Gasparo dal Corso who discovered Vespignani, who happened by chance to be at the “Margherita” in Via Bissolati, a shop selling used books and a few works of art, to sell his drawings “for two lire”. This was followed by an exhibition in January of 1945 that was replicated in June, again at the “Margherita”, and the following year at the Obelisco, then a newly-established art gallery that the Brin-Dal Corso couple would transform into the most refined, active and cosmopolitan in Rome. Vespignani’s drawings literally sell like hot cakes, so much so that during the course of the exhibition itself, the artist is asked for more drawings to replace those sold. In addition to the Americans, of both old and new money, Irene Brin also recalls groups of high school students who would buy a single drawing in society for a handful of pennies from a hard-earned collection.
With Fascism, official art had collapsed like a house of cards, like certain avant-garde boots made of from pressed cardboard and dyed with black polish that Vespignani recalled ravaged by the first rain. Behind the scene was revealed a landscape of ruins that were those inhabited by Vespignani as a boy, following an affluent early childhood at the Esquiline, here he wandered as an evacuee, with fragile medical certificates in his pockets to avoid the danger of a round-up. It was this Academy of Italian Disaster in which the country was able to contemplate its own wounds and turn them into a poem that would amaze the world. The ‘Roman Mother killed by the Germans’, drawn by Vespignani, modelled and enamelled by Leoncillo, was actually from Calabria and was called Teresa Gullace, but the whole world knows her in the guise of Anna Magnani in Rossellini’s ‘Roma città aperta’, a commoner mowed down by a machine-gun fire while running behind a truck loaded with round-ups.
Vespignani was perhaps not the only one, but certainly the greatest interpreter of neo-realism in the figurative arts, and international fame also came for him, immortalised in pictures by Alfred Eisenstaed in 1947 – the photographer of the famous kiss in Times Square – he appeared on a page of Life after his works were bought by MoMA and he was invited to hold an exhibition in New York. As far as the American market was concerned, however, it was somewhat of ‘a flash in the pan’ – with Vespignani’s angry communist militancy soon closing the doors that had opened so genially, drawing Eisenhower as an armed skeleton strolling with De Gasperi and Scelba on a leash was not the best of references for obtaining a visa.
After all, even in peacetime Vespignani remained a ‘painter of ruins’; in the ‘boom’ years, the suburban blocks of flats growing like mushrooms in Italy’s affluence are drawn, painted and engraved with the same anguished signs with which he had described those destroyed by the bombs of the war: his whole time is recounted as one great cataclysm, with no solution of continuity between the ruin of the Second World War and the industrial development, urban growth and pollution they generated. The growth of prosperity for Vespignani always corresponds to the moral and material degradation of consumerism, which in the faces and bodies depicted degenerates into a sort of leprosy or decomposition, though always ‘marvellously well’ depicted.
The road accidents, with crumpled metal sheets, shattered glass and bodies lying on the asphalt, are described as acts of war – of wealth against humanity – but reproduced with a refinement and expertise in detail, a sense of the sublime in the whole, that make Vespignani a modern ‘poet of ruins’ just as Piranesi was of ancient ones. Both are masters in representing decay, that of modernity on nature in Vespignani, that of nature on ancient monuments in Piranesi. Two extremes that touch each other and paradoxically resemble each other in communicating a sense of the terribleness of human destiny. The only redemption of beauty over the crumbling world are the young bodies animated by the force of life, that of children growing up, that of young people seeking each other out and embracing each other, driven by the energy of desire.
In the 1960s Vespignani married – to Netta, who would always retain her married name, becoming a leading art dealer on the Italian scene – and became a father. His wife’s beauty, between porcelain doll and Carnaby street mannequin, hovers in the paintings of that period like a modern idol. The tender beauty of the young children forced into the torture of long poses, of which a Rai film can be seen on YouTube – Vespignani always draws from life, and even when he uses period photographs he is able to transfigure them into images truer than life itself – is immortalised in images that transform the extent of the execution time into a perfectly crafted snapshot.
Having had the opportunity to transcend the most beautiful of the drawings from the succession of Rossana Mataloni, the artist’s last companion, and having searched through auctions and private collections for a few years now for the sheets from Vespignani’s youth, Galleria del Laocoonte has been able to assemble a ‘corpus’ of around 40 drawings and five oil paintings that are among the most beautiful and representative of the Maestro’s work.
From the period between 1944-47 are some of the most beautiful – in terms of ugliness – Prostitutes of Portonaccio, Vespignani’s house bombed out, a suburban alleyway squeezed between walls animated by characters, the Port of Naples after the bombing, and a Lady with a Little Dog of poignant feebleness.
Of the oil paintings, the oldest is A quartered Ox, dated 1951, which recalls how during wartime a young Vespignani would go meditating at night, by candlelight and wrapped in wool, on Rembrandt’s work and the extremely difficult engravings, measuring himself against them already as an equal, perhaps on a copper plate, given to him by Luigi Bartolini, which at the time was almost as precious as silver.
A gloomy Suburbs, from 1965, depicts an unsettlingly large building that seems to mix the complexity of modern industrial technology with the dreamlike architecture of Piranesi’s ‘Carceri’.
Netta before the mirror, 1971, is a perfect synthesis of portrait and trompe-l’oeil painting, in which the artist’s wife seems to float fluorescently in a field of light that resembles the gold background of an antique altarpiece.
The mugshots and The Pornographer’s Archive from 1981 are part of a whole cycle of canvases entitled ‘Like Flies on Honey’, which was exhibited in a memorable exhibition at Villa Medici in 1985. They were and are formidable meditations on the ‘boys of life’ that Pasolini had immortalised on the page a quarter of a century earlier, those who were at once Pasolini’s victims and executioners. The mugshots capture their faces as if after some tragic act of bloodshed, while other photos, of young faces and young bodies seem to constitute a collage, together with clippings from pornographic magazines of the time, but are in fact a veritable tour-de-force of illusionistic painting. A Zeusi unleashed in the forbidden backroom of a newsagents.
From the Roman collection ‘Facce del Novecento’ (‘Faces of the 20th Century’), a selection of artists’ portraits that the Laocoon Gallery is in the process of cataloguing, come two true rarities: a 1947 sketch of a self-portrait that Vespignani dedicated and gave as a gift to Alfred Eisenstaed, the American photographer who had in turn portrayed him for ‘Life’ magazine, and a beautiful, well-kept paper with a portrait of the painter Muccini in bed sick. The latter, Marcello Muccini (1926-1978), made his equally brilliant debut, together with Renzo Vespignani, in the group of painters who called themselves ‘the Portonaccio gang’, angry young men who polemically exhibited their works in the streets of Via Veneto. Unfortunately, despite his initial successes, he ended up cranking out roofs of Rome – i.e. in series – for a gallery in the centre whose money he spent, for the rest of his short life, mainly on bottles of Vodka.
Other portraits are concealed in sheets of great technical virtuosity, multiplied and deformed in curved reflective surfaces, amidst neon lights and advertising lettering. It was in the 1980s when Vespignani was finally able to return to New York, composing a portrait of the city amidst the lights and pounding commercial messages of the metropolis that, conceived as a merciless critique, ends up being its glowing celebration.
Many of the sheets are in mixed media, an easy way to describe the complex way in which Vespignani drew in colour on paper, mixing lapis, coloured pencils, pastel powder applied with a brush, and many other tricks and cares that make these papers perhaps even more precious than oil canvases. These include a desperate outstretched arm with nails and the hint of a face, which looks like the detail of a crucifixion in which Christ is left hanging to rot. An eye, prodigious in truth and resemblance, such that it was chosen as the emblem of this exhibition: ‘Vespignani’s eye’, precisely, to mean that he was capable of seeing things like no-one else and – as if by magic – could make them appear on paper as he saw them.
A broken window, a Manhattan skyline, ‘fireflies’ – which are not insects, in Italian a way of saying “prostitutes” – waiting at night on the side of a road, an old ‘canara’ among abandoned buildings, a flayed greyhound running as fast as if it had run from a dog track to a circle of hell. There are many things observed from life and transfigured in the imagination of the artist, who also pays meticulous homage to idolised colleagues of the past: to Rembrandt, from whom he steals the face of the lady with a fan that once belonged to Prince Yussopov and is now in the National Gallery in London, to Van Gogh whose skull under the skin he spies in the self-portrait and impudently shows the dressing that covers his all too well known self-mutilation.

Roma Arte in Nuvola 2022

ARTE IN NUVOLA

DAL 17 AL 20 NOVEMBRE 2022
STAND A37-39

 

La Nuvola Viale Asia 40/44 – Roma (EUR)
17 novembre – dalle 15:00 alle ore 20:30 18-19-20 novembre – dalle ore 10:30 alle ore 20:30

 

La Galleria del Laocoonte presenta un “nuovo” Augusto, il capolavoro di Partick Alò. In questa seconda edizione della fiera romana “Arte in Nuvola” (17-20 novembre 2022) la Galleria del Laocoonte (Roma/Londra) ha il singolare privilegio di poter esporre un’opera monumentale, appena in tempo finita, dello scultore Patrick Alò. L’artista romano, talentuoso assemblatore di rottami metallici che ridanno un’altra vita alle statue classiche dell’antichità di uomini e dei, che assumono così l’aspetto di automi o organismi cibernetici, si è misurato da par suo con la trionfale scultura dell’Augusto “loricato” (cioè con corazza), o Agusto di Prima Porta, scoperto nel 1863 nel sito della Villa di Livia – Livia Drusilla, moglie e poi vedova del primo imperatore di Roma e madre di Tiberio – ora tra i massimi capolavori conservati ai Musei Vaticani. Come quella antica in marmo pario, la scultura di Patrick Alò supera i due metri, quasi tre compreso il piedistallo, raggiungendo così la stessa superumana maestà dell’originale classico, volutamente ispirato al “Doriforo” (“Portatore di lancia”) del maestro del canone ideale e dell’equilibrio del “contrapposto”, il venerato maestro greco del V secolo, Policleto. Al tempo della sua scoperta, l’Augusto di marmo stupì i contemporanei poiché essa recava ancora, ben visibili, le tracce della sua originaria policromia: rossi il mantello e la tunica, decorati d’azzurro le fasce di cuoio alle spalle sotto la vita, colorati gli occhi, le labbra e i capelli. Una palese contraddizione rispetto all’uniforme candore della scultura neoclassica. Patrick Alò ha rimeditato la policromia antica, spruzzando d’un rosso di minio il panneggio del mantello militare dell’Imperatore, fatto di lamiera d’automobile contorta dal ragno dello sfasciacarrozze. Bianca come un elettrodomestico è la tunica sotto la corazza e sporcati d’oro i tondini di ferro nervato che costituiscono le frange delle spalle e quelle che cadono giù dalla cintola di Augusto. La corazza è invece assemblata con rottami d’acciaio, come a sottolineare l’assoluta invulnerabilità del sommo comandante militare dell’Impero, privo delle figurazioni simboliche a rilievo che ornano la scultura antica originale, la cui minuziosità avrebbe inutilmente appesantito l’anatomia essenziale della lorica “musculata”, che nella creazione di Alò trasforma l’antico “imperator” in un futuribile guerriero spaziale. Il corpo tutto di spoglie meccaniche di ferro è esso stesso come un’armatura articolata, in cui la carne si fa macchina e le naturali articolazioni meccanismo, trasfondendo nel corpo umano del combattente romano all’arma bianca tutto lo stupefatto orrore della guerra moderna. Patrick Alò non è partito da una riflessione ideologica sulla natura del potere assoluto, ma misurandosi con l’opera antica attraverso il suo metodo artistico, quello cioè di ricreare il modello classico usando le “disjecta membra” (parti disperse, in latino) della nostra civiltà tecnologica, ha ottenuto un “imperator” fatalmente mutato in “terminator”, macchina crudele che di umano ha solo l’aspetto esteriore, capace di coniugare la “summa auctoritas” che essa simboleggia, con la “summa iniuria” di cui solo il sommo potere è capace. Tutto ciò è concentrato in quel sottile e rigido scettro d’acciaio che Agusto tiene con la sinistra leggermente appoggiato sulla spalla, che tanto rammenta quello che Foscolo cantò nei Sepolcri, spogliato nudo dagli allori della retorica cortigiana, grondante del sangue e delle lacrime dei sudditi soggetti. Un monito ben valido ancor oggi. La verità del nudo di donna attraverso gli occhi degli artisti del Novecento italiano. La verità è nuda ed è donna, l’ha detto per primo in greco il filosofo scettico Pirrone – che da giovane pare avesse fatto il pittore – e tale l’hanno rappresentata Botticelli e Bernini, tanto per nominare solo due grandi tra gli antichi italiani, o in tempi più recenti Gerôme e Klimt. La Galleria del Laocoonte sta preparando per il 2023 una mostra sul nudo di donna nell’arte del Novecento italiano, che si intitolerà “Nude”, proprio per dimostrare in questi tempi di diffuso e confuso puritanesimo, che la nudità è verità, e che la verità è sempre bellezza. Che il corpo della donna è più bello senza veli, perché la bellezza della verità è sempre un disvelamento e non un coprire, e che la vergogna è paura della verità, come ben seppero i nostri primi progenitori Adamo ed Eva. Di questa mostra si è voluto ammannire un assaggio, anticipare una scelta, per i visitatori di “Arte in Nuvola”, appendendo su un’unica parete, uno accanto all’altro, tre capolavori del ‘900 italiano: l’audace “Nudo di donna con mantello nero” di Virgilio Guidi del 1914, il monumentale “Nudo di ballerina dormiente” di Primo Conti del 1926 e il poeticissimo “Sogno”, del 1936, di Nino Bertoletti. Virgilio Guidi (Roma, 1891-Venezia, 1984) espose questo nudo alla IIIa mostra della Secessione Romana del 1915, mostrando un’audacia di soggetto e di espressione che mostrano una precoce aderenza alle più avanzate avanguardie artistiche dell’epoca. Un’audacia che sembra personificata ai limiti della divertita impudenza dalla modella stessa, che si mostra senza alcun complesso agli occhi del pittore che la dipinge e del pubblico che la guarda nella piena verità del suo essere donna e non un nudo classico copiato da qualche gesso d’Accademia con aggiunta di un po' di colore. Primo Conti (Firenze, 1900-Fiesole, 1988), che oltre che pittore fu anche compositore, è stato il Mozart della pittura italiana del ‘900, nel senso che manifestò il suo grande talento già “in calzoni corti” esponendo e facendosi notare già all’età di 11 anni, anche se crudelmente si potrebbe dire che non ebbe in sorte, come Mozart, di lasciare al culmine della sua arte questo mondo. Il “nudo di ballerina dormiente”, esposto con grande successo alla XVa Biennale di Venezia del 1926, rappresenta uno dei risulatati più alti della sua pittura per capacità d’impatto, bravura di composizione, preziosità di colore e di materia. Quella che potrebbe essere solo una foto “cochonne”, di qualche aspirante divetta del muto, con i capelli alla bebè e un neo dipinto, raggiunge le dimensioni di un nudo tizianesco destinato a un re di Spagna, quello di una Venere infantilmente imbronciata nel sonno, che le sonore sferzature delle pennellate che la circondano – il rosso fiammante di un copriletto, il blu cupo di una tenda – non sono ancora riuscite a svegliare. Nino Bertoletti (Roma, 1889-1971), oggi più noto come marito della sua modella Pasquarosa che gli divenne moglie e pittrice di talento, è stato in realtà pittore delicatissimo e poetico, uomo colto e aggiornato, amico di De Chirico e Luigi Pirandello, la cui reputazione ingiustamente soffre per la scarsa presenza di opere sue nei musei pubblici. Con “Sogno” del 1936, esposto alla XXa Biennale di Venezia, egli avventura la sua fantasia in un realismo magico che sfiora l’effetto surreale. Una giovinetta ancora acerba addormentata su una coltre stesa sul pavimento vola alta in un cielo fioccante di nuvole che potrebbe essere tanto d’alba che di crepuscolo, mentre sotto di lei rimpicciolito scorre un paesaggio deserto quasi metafisico. Potrebbe essere proprio lei una personificazione dell’alba che stenta svegliarsi, come in una allegoria del Seicento dipinta da Magritte. Gli Artisti dell’Eur alla Galleria del Laocoonte. Sono passati 80 anni dalla data in cui si sarebbe dovuta tenere l’Esposizione Universale di Roma del 1942, per la quale fu creata quell’utopia urbanistica che è l’Eur di cui la Nuvola è certo l’ultimo postumo omaggio d’architettura visionaria. La Galleria del Laocoonte, per gusto, e un po' per polemica antimodernistica, ma non per nostalgia politica, ha sempre preferito, nelle sue scelte artistiche, opere moderne che rammentino la tradizione artistica italiana legata all’antico esempio della classicità: da Sironi a Funi, da Cambellotti e Severini fino ad arrivare a Savinio, a Leoncillo, e ultimamente a Clerici ed Eugen Berman. Perciò in omaggio agli 80 anni dell’Eur un’intera parete dello stand della Galleria sarà dedicata agli artisti che vi lavorarono esponendo i disegni preparatori per i mosaici della Fontana Luminosa presso il Palazzo degli Uffici: l’intera serie, dedicata alle allegorie del “Mare Nostrum”, di Giovanni Guerrini (Imola, 1887-Roma, 1972), pittore e geniale inventore, come architetto, del Colosseo Quadrato. Influenzati dai mosaici bianchi e neri scoperti negli scavi di Ostia sono anche alcuni bozzetti di Gino Severini per la stessa opera. Di Giorgio Quaroni è invece un primo disegno preparatorio per l’affresco della “Fondazione di Roma” per la sala delle Riunioni dello stesso Palazzo. Oltre a questi saranno esposti disegni e bozzetti per il Foro Italico di Gino Severini e di Achille Capizzano (Rende, 1907-Roma, 1951) talentuoso e sfortunato artista calabrese. Un ulteriore omaggio all’Eur sarà la presenza dei bozzetti, di Publio Morbiducci, di due dei quattro cavalli componenti la Quadriga di bronzo che avrebbe dovuto sormontare la mensola sulla facciata del Palazzo dei Congressi. La commissione fu scippata al timido ma elegante Morbiducci dal più giovane e impetuoso Francesco Messina, che arrivò a terminare i gessi finali dell’opera che però non fu mai gettata in bronzo per trover posto in facciata. I bronzi furono realizzati solo molti anni dopo per la villa Le Rughe del presidente della Repubblica Giovanni Leone. In mostra la Galleria del Laocoonte presenterà i modelletti in bronzo per la Quadrica di Francesco Messina, originali del 1941. A questi si uniscono due studi in bronzo, con Romolo e Remo ognuno accompagnato da un cavallo di Publio Morbiducci. Anche Achille Funi lavorò all’EUR. Di questo grande artista e frescante instancabile viene presentata la grande tela Venere Latina, del 1930, oltre ad alcuni disegni di nudi maschili, ed altri di Publio Morbiducci che lavorò alla realizzazione delle colossali statue di atleti per il Foro Italico. Per finire, come postumo controcanto ai cavalli per l’E42 si espone “Pro-Menade” di Fabrizio Clerici, grande dittico in due tele in una delle quali irrompe, rosso come se fosse arroventato, il cavallo di bronzo di Capo dell’Artemisio, ora al Museo Archeologico d’Atene. Sono inoltre esposti disegni di Eugen Berman (S.Pietroburgo, 1899-Roma, 1972), ebreo russo che fu parigino, newyorkese, hollywoodiano, ma che volle finire la sua vita a Roma, a Palazzo Doria-Pamphilj, in mezzo alle sue collezioni d’archeologia da cui traeva ad un tempo conforto e ispirazione per i suoi fantasiosi e sognanti disegni. Di Duilio Cambellotti (Roma, 1876-1960) – di cui la Galleria del Laocoonte possiede molte opere – sono esposte una grande tempera per il manifesto dell’Orestea, un’altra che raffigura la pena delle Danaidi ed infine un paesaggio innevato della Sila, realizzato per la ferrovia locale. Ancora una scultura, scolpita nel peperino degli etruschi, che ritrae Esmeralda Ruspoli (Roma, 1928- Lipari, 1988), da bambina, come un’artista di circo del periodo rosa di Picasso con scimmiette al seguito, deliziosa e un po’ enigmatica opera di Andrea Spadini (Roma, 1912-1983), grande scultore e ceramista – a cui si deve tra l’altro l’orologio musicale allo zoo di Central Park e la decorazione del tetrino della villa di Alberto Sordi -della cui opera, con una grande mostra nel 2019, la Galleria del Laocoonte ha riproposto la funambolica e incantevole virtuosità artistica.

Eugene Berman in mostra a Roma, Galleria del Laocoonte

Omaggio a Eugene Berman

Eugene Berman e la Pittura Fantastica in Italia

Galleria del Laocoonte, via Monterone 13

Evgeny Gustavovich Berman nasce nel 1899 a San Pietroburgo in una ricca e colta famiglia ebraica. In fuga dalla Russia bolscevica, completerà a Parigi la propria educazione artistica. Già nel 1926, assieme al fratello Léonid, a Christian Bérard e a Pavel Tchelitchev, in occasione di una mostra collettiva, sono celebrati come gruppo artistico, dal critico Waldemar George che per loro inventa l’etichetta di “neo-Romantici” o “neo-umanisti”, in opposizione al cubismo imperante.

La prima sala della Galleria del Laocoonte è interamente dedicata all’arte di Eugene Berman, di cui si sono adunate una quarantina di opere tra disegni a china nera e inchiostro rosso, acquarelli, tempere e schizzi a matita. Si va dai “Capricci” che hanno per soggetto fontane immaginarie, ai paesaggi archeologici elaborati nel corso dei viaggi dell’artista in Italia e nel Medio Oriente, a figure di donne, evocazioni sognanti della propria moglie trasfigurata in figura mitologica, bozzetti per scenografie e costumi d’opera. Una serie di mitologie, Edipo, Le Sirene, Il cavallo di Troia, sono incantevoli studi per illustrazioni, realizzate nel 1962 per la popolare rivista “Life”. Un gruppo di schizzi con cavalli e cavalieri in armatura furono invece realizzati nel 1960 per illustrare la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Una serie di disegni acquarellati in inchiostro bruno, vivaci come fotogrammi di una sequenza cinematografica, sono invece dedicati ai cavalli e ai cavalieri che corrono il Palio di Siena, a cui l’artista assistette nel 1969.

Il catalogo è a cura di Monica Cardarelli.

Eugene Berman
Ritratto di Clerici
1950
cm 50×40

Eugene Berman
Studio per Cassandra
1943, China rossa acquerellata su carta, cm 26,3×18,5

Eugene Berman
Il Cavallo di Troia
1962
Tecnica mista su cartoncino, cm 27×19,2

Eugene Berman
Monumental sarcofagus
1961
China marrone su carta, cm 24×17

Eugene Berman
Cassandra addormentata
1945, Matita su cartoncino, cm 36,5 x 46,5

Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze

Il Laocoonte di Vincenzo de’ Rossi, estremo capolavoro della scultura manierista, ritorna dov’è nato, quasi quattro secoli e mezzo fa.
Palazzo corsini (via del parione 11, firenze) – stand 13

Dal 24 settembre al 2 ottobre 2022

È l’ultima occasione, prima che riparta irrimediabilmente per l’estero, di far restare a Firenze, acquisendolo, il capolavoro dell’inquieto allievo di Baccio Bandinelli, quel Vincenzo de’ Rossi (Fiesole, 1525 – Firenze, 1587), che fu l’ultimo degli scultori manieristi e al tempo stesso un precursore dell’estremismo espressivo barocco.

 

A Firenze i suoi sei gruppi monumentali delle Fatiche d’Ercole ornano, in compagnia di Michelangelo, il gran Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio. Il marmo di Teseo ed Elena fu posto assieme ai non finiti Prigioni del Buonarroti nella Grotta del Buontalenti a Boboli, e infine il suo Adone morente – per secoli a torto, ma non senza ragione, attribuito proprio a Michelangelo – è tra i capolavori di scultura più drammatici conservati al Museo del Bargello.

 

Il Laocoonte, a grandezza naturale, pesante due tonnellate, iniziato da Vincenzo de’ Rossi nel 1584 per la nobile famiglia fiorentina Della Sommaja, fu celebrato a suo tempo da versi italiani, latini e greci, proprio come il Laocoonte antico quando fu ritrovato nel 1506 e riconosciuto come l’opera di Agesandro, Atenodoro e Polidoro che Plinio il Vecchio aveva visto nella residenza dell’imperatore Tito, e di cui scrisse che era per bellezza da anteporre a tutte le altre opere sia di scultura che di pittura del suo tempo.

 

L’eccezionale scoperta del Laocoonte ebbe un’enorme influenza sullo sviluppo dello stile di Michelangelo, nell’acme dell’arte del Rinascimento che presto si mutò in Manierismo. Nel 1520, Baccio Bandinelli intraprese l’esecuzione di una copia, dapprima destinata in dono al re di Francia, ma poi tenuta per sé dal committente, il cardinal Giulio de’ Medici, poi papa Clemente VII. È il marmo che oggi è posto al termine del corridoio di ponente degli Uffizi: lungo tutta la base è incisa a caratteri cubitali la firma di Baccio, quasi che l’opera l’avesse inventata lui e non copiata. «Io di lunga mano l’ò superato», si gloriava infatti il vanitoso scultore scrivendo, molti anni più tardi, a Cosimo I, convinto d’aver fatto meglio dell’originale greco lodato da Plinio.

 

Vincenzo de’ Rossi invece, non vuole copiare l’antico marmo ellenistico, ma ne vuole accentuare fino all’estremo la carica drammatica cambiando la posa di Laocoonte e dei suoi figli e aizzando a maggior cattiveria i rettili orrendi che li stritolano. Laocoonte torce per il dolore il busto verso destra fino all’impossibile, i figli mutano il contrapposto delle braccia e delle gambe secondo un’armonica asimmetria che conchiude l’intero gruppo entro un ideale schema di curve che intersecandosi formano una mandorla. Il serpente che nell’originale greco morde il fianco di Laocoonte, a destar maggior senso d’orrore morde il disgraziato sacerdote troiano sulla testa, un culmine di drammaticità che coincide col sommo del gruppo, un’idea che de’ Rossi forse mutua dalla vela Sistina di Michelangelo, quella del “Serpente di bronzo”, dove compare all’estrema destra una testa barbuta azzannata in maniera egualmente drammatica.

 

Se nel Laocoonte ellenistico l’istante è fermo al culmine del dramma in un momento in cui l’uomo ancora resiste con tutte le sue forze all’attacco bestiale, in quello di Vincenzo de’ Rossi è come se l’azione fosse rappresentata qualche fotogramma più in là, più vicina al tragico esito finale della lotta. Se quello greco è un momento di perfezione dell’arte classica, e quello di Bandinelli rappresenta l’illusione di aver superato il modello antico, il Laocoonte di Vincenzo de’ Rossi esprime chiaramente la volontà di andare oltre il modello, alla ricerca di una maniera d’esprimersi più espressiva, anche a spese della bellezza.

 

Scomparso per quattro secoli, questo capolavoro manierista riaffiora misconosciuto in un’asta giudiziaria del 1987, tra gli arredi disparati che ornavano un bizzarro castello moderno in stile, mai finito, frutto della bizzarra passione di una coppia di fratelli, Raymond e Alphonse Réthoré, di creare una piccola Versailles a La Mercerie, a 17 Km da Angoulême, nella Charente. Acquistato da Fabrizio Apolloni, il gruppo venne subito identificato come perduta opera di Vincenzo de’ Rossi, nominata da Raffaello Borghini nel trattato d’arte Il Riposo (1586) dallo studioso Detlef Heikamp, benemerito specialista del tardo Cinquecento fiorentino, che pubblica la scultura nel 1990, in un corposo articolo nella rivista dell’Istituto tedesco di storia dell’arte di Firenze. Nel 2006, in coincidenza con il centenario del ritrovamento del Laocoonte antico, Marco Fabio Apolloni importa in Italia il gruppo di Vincenzo de’ Rossi esponendolo nella galleria W. Apolloni di via del Babuino 133-134. Dal 2014 la scultura viene sposta nei locali di via Monterone 13-13a, dove inizia la sua attività la Galleria del Laocoonte, fondata da Monica Cardarelli e Marco Fabio Apolloni, che dalla scultura ha preso il nome e la vocazione di occuparsi degli aspetti figurativi dell’arte del primo ‘900 italiano. Nel 2017 il saggio di Detlef Heikamp, riveduto e ampliato, intitolato Il Laocoonte di Vincenzo de’ Rossi, viene pubblicato in volume per le Edizioni Polistampa di Firenze.
Nel 2018 la scultura è esposta al Museo d’Arte Occidentale di Oueno a Tokyo, al centro della mostra Michelangelo and the Ideal Body.

 

La Laocoon Gallery di Londra partecipa alla XXXII edizione di BIAF – Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, la più antica mostra mercato al mondo, punto di riferimento per la grande arte italiana, in programma dal 24 settembre al 2 ottobre a Palazzo Corsini.

 

Laocoon Gallery, che unisce a Londra il meglio di due gallerie romane: la W. Apolloni, specializzata in arte antica, e la Galleria del Laocoonte specializzata in arte del primo Novecento italiano, sarà presente allo stand n.13 con un’accurata selezione di capolavori dell’arte italiana.

A dialogare con il Laocoonte è una splendida opera ispirata alla scultura e all’antichità classica di Achille Funi, intitolata Venere latina, ovvero il Nudo e le Sculture. Protagonista del dipinto è l’immagine di Venere, la dea romana dell’Amore. Come la famosa statua di Pigmalione essa non è più di marmo, ma non è ancora fatta di carne, come se l’artista volesse, letteralmente, far rivivere, resuscitare, la dea della bellezza nel tempo presente. Si tratta di un’opera che rinnova l’iconografia antica, mettendo la dea al centro di un paesaggio mediterraneo ideale occupato da templi e frammenti di sculture classiche. Il “ritorno all’ordine” per Funi è tornare nel sognato tempo antico come nel grembo di una dea amante e madre.

 

Esposto alla XVII Biennale di Venezia del 1930, rappresenta il culmine dello stile di Funi e coincide con l’inizio della sua grande epica stagione di muralista, capace di rievocare, a fresco, l’antichità, il medioevo, il rinascimento in un’unica mitologia di memorie figurative italiane.

 

In tono con la precedente, è un’opera del grande scultore Libero Andreotti. Si tratta della scultura in bronzo della Venere Fortuna datata 1928-1931. La classica iconografia della nascita di Venere, raffigurata in piedi sulla conchiglia che solca le dolci onde marine, si confonde con la personificazione della Fortuna, in bilico sulle acque, che tiene spiegata una vela che il vento favorevole gonfierà conducendo la dea verso l’orizzonte di un destino benigno.

 

A Firenze saranno inoltre esposti diversi piatti in ceramica di Leoncillo Leonardi, artista molto rivalutato in questi ultimi anni dal collezionismo e dal mercato internazionale.

 

Ufficio Stampa Laocoon Gallery
Edoardo Caprino e.caprino@bovindo.it
Giulia Fabbri g.fabbri@bovindo.it  345 6156164
Maria Cira Vitiello mc.vitiello@bovindo.it 331 4193814

BRAFA ART FAIR Bruxelles 19-26 Juin 2022

La Galleria W. Apolloni existe depuis trois générations et elle est l’une des plus anciennes galeries d’antiquités de Rome. Ouverte par Wladimiro en 1926 dans la Via Frattina, son fils Fabrizio a transféré la galerie dans la Via del Babuino, en 1970, occupant trois étages avec quatre vitrines sur la rue qui ont toujours prodigieusement attiré l’attention des passants. Après presque un demi-siècle, la galerie a été transferé à Via Margutta, au cœur de l’ancienne rue des artistes, dans les salles principales du Palazzo Patrizi, construit au milieu du XIXe siècle pour abriter des ateliers d’artistes et où Picasso a travaillé lors de son passage à Rome en 1917. Les grandes salles avec leurs hauts plafonds, jadis ateliers de sculpture, avec leurs hautes fenêtres, qui capturent la lumière du Nord, sont un espace d’exposition idéal pour les œuvres d’art ancienne.

Fabrizio Apolloni (1928-2006) a commencé à travailler en 1948 après la mort de son père, et a rapidement acquis une haute réputation non seulement en Italie, mais aussi en Angleterre, en France et aux États-Unis. Il était un grand ami et un conseiller de confiance pour des chercheurs et des grands collectionneurs tels que Mario Praz et Luigi Magnani. Dans la Fondazione Magnani de Parme, devenue musée, la Musa Tersicore d’Antonio Canova, le Hamlet avec le fantôme de son père d’Henri Füssli et la grande coupe en malachite offerte à Napoléon par Alexandre Ier de Russie figurent parmi les chefs-d’œuvre que Fabrizio a vendus au collectionneur.

Depuis 2006, le propriétaire est Marco Fabio, le fils de Fabrizio, qui a étudié au prestigieux Courtauld Institute de Londres. En 2012, il a fondé avec son épouse, Monica Cardarelli, la Galleria del Laocoonte, galerie dediée aux arts figuratifs du XXe siècle avec un intérêt particulier pour le dessin et la peinture. Le nom est lié à la présence dans la galerie d’une grande sculpture en marbre du Laocoon, une version maniériste du groupe classique, réalisée par le sculpteur florentin Vincenzo de’ Rossi (1525-1587), auteur des Travaux d’Hercule dans le Salone dei Cinquecento du Palazzo Vecchio.

Spécialiste du peintre Luigi Sabatelli et du grand dessinateur Alberto Martini, auxquels elle a consacré respectivement son mémoire de master en Histoire de l’Art (Sapienza Università di Roma) et son diplôme de spécialisation (Università degli Studi di Firenze), Monica Cardarelli a été curatrice de plusieurs expositions et publications consacrées aux œuvres sur papier: Pietro Gaudenzi. Gli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri ai Rodi (Rome, 2015), Cartelloni e Copertine (Florence, 2015), Cartoni. Disegni Smisurati del ‘900 Italiano (Bologne, 2017), Io sono Cambellotti (Sabaudia, 2017), Leoncillo. Le Ceramiche. Le Carte (Rome, 2019), XX. Il Genere Femminile nel ‘900 Italiano (Florence, 2019), Publio Morbiducci. Nudi Maschili (Rome, 2020), Alberto Martini. Masks and Shadows (Rome-Londres 2021). Grâce à ces expositions, à la participation aux plus importantes foires nationales et internationales (Wopart, Brafa, Paris Fine Arts, London Art Week) et à la publication d’articles et de livres, la galerie vise à élargir et à enrichir la connaissance du public et la diffusion parmi les collectionneurs et les musées des œuvres d’artistes italiens de la première moitié du XXe siècle, une période de l’art italien moins connue que celle de son passé plus lointain ou de l’art contemporaine.

Depuis 2019, cette mission est également assurée par la Laocoon Gallery, ouverte par Marco Fabio Apolloni et Monica Cardarelli au cœur de St. James’s à Londres. Cette galerie a pour objectif de présenter au public anglais non seulement une sélection des meilleurs exemples de peintures, dessins, sculptures, objets d’art et meubles anciens de haute qualité, mais aussi des œuvres de certains des plus importants artistes italiens du XXe siècle.

Fabrizio Clerici, Surrealismo e Pittura Fantastica in Italia

Fabrizio Clerici, Surrealismo e Pittura Fantastica in Italia

Una mostra promossa dalla Galleria del Laocoonte in collaborazione con la Galleria W. Apolloni

 

 

Dal 9 giugno 2022 in cinque sedi a Roma:

Galleria W. Apolloni – Via Margutta 53b
Gabinetto dei disegni – Via Margutta 53b
Spazio Laocoonte Antico/Contemporaneo – Via Margutta 81
Galleria Del Laocoonte – Via Monterone 13
Galleria Del Laocoonte – Vicolo Sinibaldi 5

 

Comunicato stampa

A Roma da giovedì 9 giugno al 31 ottobre 2022 Monica Cardarelli, titolare della Galleria del Laocoonte, e Marco Fabio Apolloni, erede e responsabile della galleria antiquaria W. Apolloni promuovono uno straordinario omaggio all’arte di Fabrizio Clerici, artista di grande importanza ammirato al di qua e al di là dell’Atlantico, di cui nel 2023 è prossimo il trentesimo anniversario dalla morte.
L’arte di Clerici espressa nei suoi ottant’anni di esistenza e la sua personalità hanno suscitato l’entusiasmo di grandi scrittori, tanto italiani quanto stranieri quali Mario Praz, Leonardo Sciascia, Alberto Savinio, Dino Buzzati, Vincenzo Consolo – che in abito settecentesco ne fece uno dei protagonisti del suo romanzo “Retablo”- ed ancora Jean Cocteau, Julien Green, Marcel Brion, Dominique Fernandez, tanto per nominare i maggiori.

 

Clerici, autentico spirito aristocratico e schivo e artista veramente originale, si è sempre tenuto lontano dalla gazzarra carnevalesca delle neo-avanguardie, e non poteva non essere avversato dagli ignoranti critici del contemporaneo, quanto amato, invece, dai più colti storici dell’arte d’Italia – Giuliano Briganti, Federico Zeri, Vittorio Sgarbi – ai cui occhi raffinati non potevano sfuggire le affettuose e intelligenti assonanze con la cultura figurativa del passato.
La mostra si articola in cinque distinte location per celebrare un artista di grande importanza non solo per Roma, che ha saputo celebrare e glorificare da par suo, ma anche e soprattutto per la maniera elegantissima con cui è riuscito a intrecciare la propria italianità nell’ordito del gran gusto cosmopolita dall’immediato dopoguerra in poi.

La grande pittura di Fabrizio Clerici – GALLERIA W. APOLLONI – Via Margutta 53/B

Nel contesto della galleria d’antiquariato W. Apolloni in Via Margutta 53/b, già studio di scultura di Palazzo Patrizi, tra mobili e oggetti antichi sarà possibile ammirare il vasto dittico “Pro-Menade” (1973), dove il cavallo bronzeo dell’Artemision – un capolavoro ellenistico recuperato in mare, ora al Museo Nazionale di Atene – irrompe arroventato nella solitudine metafisica di una stanza vuota, raggiungendo una potenza d’immagine sovrannaturale, come se il demone equino de “L’Incubo” di Füssli fosse stato ridipinto da Magritte. Un’altra pittura, “Labirinto” (1966), ripropone la mitologica architettura di Dedalo per Creta, al centro del quale Clerici aveva già inventato un anfiteatro e arena taurina convertita in tribunale, nel suo famoso “Minotauro che accusa pubblicamente sua madre” (1949) – di cui qui in mostra nella sezione della grafica – è presente una bellissima versione disegnata nel 1966. Tra le altre opere in mostra si segnalano i “Due Templi dell’uovo” (1956), architetture concentriche di grande suggestione, rovine di un remoto culto immaginario ideate dal visionario e preciso architetto che ha sempre abitato nella mente del Clerici Pittore e “Il S. Sebastiano” (1949), quasi una miniatura, tra le prime pitture di Clerici. In essa, nel martirio, la figura dell’arciere e del santo si confondono, l’uno quasi sosia dell’altro, mentre le frecce si conficcano non sul corpo di Sebastiano, ma sulla tela di una sua immagine dipinta.

 

Imperdibili oltre ad un “Autoritratto”, vi sono una “Cornucopia” che pare una degenerazione barocca di quei “grilli”, ovvero multiformi creature mostruose, rappresentate nelle gemme incise dell’antichità, che furono studiate da Jurgis Baltrušaitis nel suo “Medioevo Fantastico”. Non manca un “Omaggio a Dürer”, dove il famoso Rinoceronte inciso nel 1515 dall’artista tedesco, e ridisegnato da Clerici si specchia, come un Narciso incantato dalla propria catafratta bruttezza. In “Omaggio a Böcklin” gli arieti-sfinge del dio egiziano Ammone costellano un paesaggio in cui svettano i cipressi de L’isola dei Morti, un quadro che lungamente ossessionò Clerici negli anni ‘70 e ‘80.
Un grande disegno dipinto a biacca si trasforma in un finissimo bassorilievo: non a caso, perché questo “Naufragio dei Pulcinella” (1950), è preparatorio per un grande rilievo in stucco della Villa Cicogna a Venezia, di cui Clerici curò il rifacimento e la decorazione dal 1948 al 1954. Dell’impresa veneziana per la contessa Anna Maria Cicogna di Misurata, in cui Clerici fu architetto, artista e direttore di artisti, Monica Cardarelli pubblica in catalogo la lunga storia, ricostruita grazie all’inedito carteggio tra il pittore e la contessa per la prima volta integralmente pubblicato.

 

Concludendo le segnalazioni delle opere in mostra vi sono quattro paesaggi metafisici di stupefacente e inquietante bellezza: sono i bozzetti delle scene del balletto “Le Creature di Prometeo”, musicato da Ludwig van Beethoven per il coreografo Salvatore Viganò nel 1801. Clerici le realizzò per la versione messa in scena nel 1963 a Colonia e a Vienna dal coreografo Aurel Milloss.

…alle Cinque da Savinio – GABINETTO DEI DISEGNI – Via Margutta 53b

Nel Gabinetto dei disegni adiacente alla Galleria W. Apolloni di Via Margutta 53b vengono esposti i 39 disegni originali che hanno dato vita a quel capolavoro del divertissement culturale di Fabrizio Clerici che è “…alle cinque da Savinio”. I disegni, tracciati a mano libera, quasi sempre con un pennarello rosso fine, provengono da un unico taccuino preparatorio per la celebre pubblicazione affidata nel 1983 all’edizione di Franca May. Si tratta di disegni che fanno rivivere l’antica amicizia fra Savinio e Fabrizio Clerici, che di quel volume illustrato fu l’autore delle tavole e il committente.

Quando Clerici fece stampare il volume di illustrazioni “Alle Cinque da Savinio” con prefazione di Leonardo Sciascia, tutti videro, nel repertorio ornitologico in 48 tavole, in cui – uccelli di ogni razza interpretavano come in “tableaux vivants” le scene di vita quotidiana e le cerimonie di un’umanità borghese ormai scomparsa – un esercizio estremo nel genere dell’autoritratto: non nel rappresentare se stessi, ma tutti gli altri come se stesso.

 

Fabrizio Clerici, nato ventidue anni dopo Savinio, ebbe con lui un sodalizio di cui rimane concreta testimonianza scritta nell’introduzione con cui Savinio aveva accompagnato, nel 1942, dieci litografie di “Capricci”, che lo scrittore afferma in modo lusinghiero doversi guardare “col terzo occhio che al dire degli stoici ci portiamo al sommo del cervello, e col quale guardiamo i sogni”. Trent’anni dopo la morte dell’amico, Clerici si divaga di un inverno di malattia riempiendo un piccolo album di Scene di Vita di Volatili borghesi, ritratti alla maniera di Savinio, spesso in camere e sale metafisicamente spoglie, impegnati nella liturgia sociale di una belle époque che par precedere la Prima Guerra Mondiale.

 

La Grafica di Fabrizio Clerici – SPAZIO LAOCOONTE ANTICO/COONTEMPORANEO
Via Margutta 81

 

Nello spazio Laocoonte Antico/Contemporaneo è esposta una preziosa scelta di disegni e litografie di Fabrizio Clerici. L’opera più antica presente in mostra è un ironico “Autoritratto in veste di Generale Martinicano” (1932), in cui Clerici si presenta nella bizzarra uniforme di un caudillo da operetta.

Del 1942 sono invece una serie di litografie dal segno grasso che ricorda il fare di Savinio, tra le quali vi è la struggente “Fine degli Omenoni” che immagina la rovina dei giganti di pietra che reggono la facciata del palazzo milanese che fu dello scultore Leone Leoni.

 

 

Del 1945 è una coppia di meticolosi disegni a punta d’argento: “Cavolo Imperatore” dove una grande verza, dall’orlo delle foglie baroccamente arricciolate è posta su un elaborato piedistallo rococò. Altro disegno esposto è “Souvenir d’Italie”, dove alcuni dei più famosi dipinti d’Italia – Antonello da Messina, la Fornarina, il ritratto d’Alfieri di Fabre, Beatrice Cenci- vengono mostrati ridotti a brandelli. Non si era spento ancora l’eco della tragica battuta di Longanesi sulla distruzione d’Italia: “Ci stanno rovinando gli originali delle foto Alinari!”.

Per il “Satyricon” di Petronio, edito nel 1963, è una tempera di “Mostri” con maschere teatrali da commedia antica, mentre è del 1966 il disegno del “Minotauro che accusa pubblicamente sua madre”, terribile riflessione sul sentirsi “mostro” dalla nascita.

Nello stesso anno Clerici si dedica a illustrare l’“Orlando Furioso” dell’Ariosto, stampato poi nel 1967: preparatori per due tavole dell’opera, sono il disegno per la Cattura di Orlando pazzo, e quello per il Duello tra Bradamante e Marfisa.

Un grande disegno acquarellato, “Follia” (1968), segna l’inizio di un’epoca in cui, in Italia soprattutto, il sonno della ragione generò mostri ben più spaventevoli di quelli dell’Ariosto.

In ultimo si segnala il dittico “Chambre bien obscure” (1982) che fa il verso all’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, presentando delle tavole dedicate all’ottica perfettamente credibili, se non fosse che a disegnare sono rappresentati degli scheletri animati, scappati da qualche danza macabra per inquietare le scientifiche certezze dell’illuminismo. E ancora la grande tempera “Luce di Lessing” (1980), in cui la statua del Laocoonte celebrata dal filosofo tedesco nel 1766 viene sdoppiata in una delle più affascinati “variazioni sul tema” che Clerici ha dedicato al dolente capolavoro della scultura ellenistica.

Salon du Dessin, Paris. 18-23 maggio 2022

Salon du Dessin, Paris. 18-23 maggio 2022

 

La Galleria W. Apolloni existe depuis trois générations et elle est l’une des plus anciennes galeries d’antiquités de Rome. Ouverte par Wladimiro en 1926 dans la Via Frattina, son fils Fabrizio a transféré la galerie dans la Via del Babuino, en 1970, occupant trois étages avec quatre vitrines sur la rue qui ont toujours attiré l’attention des passants. Après presque un demi-siècle, la galerie a déménagé à Via Margutta, au cœur de l’ancienne rue des artistes, dans les salles principales du Palazzo Patrizi, construit au milieu du XIXe siècle pour abriter des ateliers d’artistes et où Picasso a travaillé lors de son passage à Rome en 1917. Les salles spacieuses avec leurs hauts plafonds, jadis ateliers de sculpture, avec leurs hautes fenêtres sont un espace d’exposition idéal pour les œuvres d’art ancienne.

 

Fabrizio Apolloni (1928-2006) a commencé à travailler en 1948 après la mort de son père, et a rapidement acquis une réputation respectable non seulement en Italie, mais aussi en Angleterre, en France et aux États-Unis. Il était un grand ami et un conseiller de confiance pour des chercheurs et des collectionneurs tels que Mario Praz et Luigi Magnani. Dans la Fondazione Magnani de Parme, devenue musée, la Musa Tersicore d’Antonio Canova, le Hamlet avec le fantôme de son père d’Henri Füssli et la grande coupe en malachite offerte à Napoléon par Alexandre Ier de Russie figurent parmi les chefs-d’œuvre que Fabrizio a vendus au collectionneur.

 

Depuis 2006, le propriétaire est Marco Fabio, le fils de Fabrizio, qui a étudié au prestigieux Courtauld Institute de Londres. En 2012, il a fondé avec son épouse, Monica Cardarelli, la Galleria del Laocoonte, galerie dediée aux arts figuratifs du XXe siècle avec un intérêt particulier pour les arts graphiques. Le nom est lié à la présence dans la galerie d’une grande sculpture en marbre du Laocoon, une version maniériste du groupe classique réalisée par le sculpteur florentin Vincenzo de’ Rossi (1525-1587), auteur des Travaux d’Hercule dans le Salone dei Cinquecento du Palazzo Vecchio.

 

Spécialiste de Luigi Sabatelli et de l’illustrateur Alberto Martini, auxquels elle a consacré respectivement son mémoire de master en Histoire de l’Art (Sapienza Università di Roma) et son diplôme de spécialisation (Università degli Studi di Firenze), Monica Cardarelli a été curatrice de plusieurs expositions et publications consacrées aux œuvres sur papier: Pietro Gaudenzi. Gli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri ai Rodi (Rome, 2015), Cartelloni e Copertine (Florence, 2015), Cartoni. Disegni Smisurati del ‘900 Italiano (Bologne, 2017), Io sono Cambellotti (Sabaudia, 2017), Leoncillo. Le Ceramiche. Le Carte (Rome, 2019), XX. Il Genere Femminile nel ‘900 Italiano (Florence, 2019), Publio Morbiducci. Nudi Maschili (Rome, 2020), Alberto Martini. Masks and Shadows (Rome-Londres 2021). Grâce à ces expositions, à la participation aux plus importantes foires nationales et internationales (Wopart, Brafa, Paris Fine Arts, London Art Week) et à la publication d’articles et de livres, la galerie vise à élargir et à enrichir la connaissance du public et la diffusion parmi les collectionneurs et les musées des œuvres d’artistes italiens de la première moitié du XXe siècle, une période de l’art italien moins connue que celle de son passé plus lointain ou de l’art contemporaine.

 

Depuis 2019, cette mission est également assurée par la Laocoon Gallery, ouverte par Marco Fabio Apolloni et Monica Cardarelli au cœur de St. James’s à Londres. Cette galerie a pour objectif de présenter au public anglais non seulement une sélection des meilleurs exemples de peintures, dessins, sculptures, objets d’art et meubles anciens de haute qualité, mais aussi des œuvres de certains des plus importants artistes italiens du XXe siècle.

 

La participation à l’édition 2022 du Salon du Dessin leur donne l’occasion d’exprimer l’attention qu’ils ont toujours portée au dessin et aux arts graphiques. Animé par cette grande passion, le couple a ouvert il y a un an à Rome, à côté de la galerie de Via Margutta, un espace dédié uniquement à l’exposition de leurs œuvres sur papier, un véritable cabinet de dessin.

 

Depuis les années 1960, Fabrizio Apolloni a régulièrement organisé des expositions consacrées aux dessins anciens et modernes (Klimt, Schiele, Grosz). Parmi les catalogues publiés on peut citer La Mano Italiana 1 e 2, et A soggetto Romano où ont été rassemblé des dessins d’artistes italiens et de toute l’Europe qui ont visité et ont laissé sur papier leurs études et impressions de leur séjour dans la Ville Éternelle.

Modenantiquaria, Sculptura

Modenantiquaria / Sculptura

I grandi Protagonisti dell’Antiquariato saranno presenti a Modena con il meglio delle loro collezioni valorizzando qualità e serietà delle loro proposte. Tra questi la Galleria W. Apolloni e la Galleria del Laocoonte saranno presenti nella mostra “Sculptura” con due straordinarie opere: una grande lastra sepolcrale del Cinquecento, dove è effigiato un cavaliere della famiglia Acquaviva, Duchi di Nardò, ed una altrettanto grande scultura in ceramica policroma del 1952, opera del grande maestro spoletino Leoncillo.

La XXXV Edizione di Modenantiquaria si tiene dal 26 marzo al 3 aprile 2022. Saprà stupire per la qualità e la raffinatezza dei pezzi esposti. Preziosissimi i capolavori che le più illustri Gallerie d’Antiquariato portano ogni anno a Modena; opere spesso anche inedite.

Leoncillo Leonardi
(Spoleto, 1915 – Roma, 1968)

Elemento di balaustra
1952
Ceramica invetriata, cm 80 x 80

Esposizioni: Leoncillo. Mostra antologica, a cura di Lucia Stefanelli Torossi, Roma, Galleria Arco Farnese, De Luca Editore, Roma 1990, fig. 8; Leoncillo. Le ceramiche, a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, Roma, Galleria del Laocoonte – Galleria W. Apolloni – Spazio Babuino, De Luca Editore, Roma 2018, pp. 88-93, n. 19.

Artista italiano, XVI secolo

Lastra sepolcrale raffigurante un condottiero della famiglia Acquaviva, Duchi di Nardò
Marmo scolpito ad altorilievo, cm 182x80x7

Provenienza: Collezione Lawrence Kalom.

La Commedia dell’Arte. Maschere e Carnevale nell’Arte Italiana del Novecento

LA COMMEDIA DELL’ARTE. Maschere e Carnevale nell’Arte Italiana del Novecento

A cura di Monica Cardarelli
Catalogo Edizioni D’Arte

Inaugurazione 23 FEBBRAIO 2022 – OPEN DAY 11.00-19.00

La Mostra

Negli antichi trattati di iconografia, la personificazione della pittura porta spesso una maschera appesa al collo, perché essa imita la natura così come l’attore mascherato il personaggio che egli interpreta. Alla maschera, come simbolo della pittura, la Galleria del Laocoonte dedica una mostra di dipinti, disegni e sculture del ‘900, dove essa è il soggetto rappresentato: sia l’enigmatico oggetto maschera, inanimato soggetto di nature morte futuriste o metafisiche, sia la maschera indossata dall’attore che dà vita e voce ai personaggi della tradizionale commedia dell’arte italiana, tante volte celebrata dall’arte moderna, non solo in Italia.

Avendo in mente le memorie figurative dei Tiepolo, è proprio Venezia, con i suoi antichi carnevali dove nei teatri indossavano maschere tanto gli attori in scena che il pubblico in sala, la capitale ideale delle maschere.

Un grande dipinto di Ugo Rossi (1906-1990), lungo quasi 4 metri, rappresenta appunto piazza San Marco a Venezia piena zeppa di gente in costumi carnevaleschi, colorati e di ogni foggia. Creata per rallegrare il bar di una di quelle navi transatlantiche di lusso che incarnarono l’ottimismo entusiasta post-bellico, quest’opera vuole rappresentare l’Italia come un paese in continua festa proprio per dimenticare gli orrori e le distruzioni del conflitto appena trascorso.

Scene veneziane con maschere di carnevale erano uno dei soggetti preferiti dell’artista Umberto Brunelleschi (1879-1949), un toscano che ebbe un grande successo a Parigi come disegnatore di costumi, scenografo e illustratore di moda. Di lui abbiamo due dei suoi tipici pochoirs con corteggiamenti amorosi di coppie e uno studio per una locandina dedicata ad una festa a soggetto veneziano in maschera tenuta al Cercle de l’Union Interalliées di Parigi. In un altro acquerello egli dipinge l’autoritratto con maschera, studio per un manifesto per la prima parigina della commedia La maschera e il volto, opera oggi quasi dimenticata di Luigi Chiarelli, che ebbe un grande successo internazionale, sulla scia dell’esempio influente di Pirandello. 

Direttamente ispirato dallo stesso Pirandello fu il pittore Giovanni Marchig. La sua opera più importante, Morte di un autore (1924), che raffigura un drammaturgo morto sulla sua scrivania circondato da tutti i personaggi della Commedia dell’Arte in lutto, è ora a Palazzo Pitti. Egli fu un pittore incantevole, poco conosciuto perché lasciò perdere la pittura sul finire della sua vita per diventare un rinomato restauratore di dipinti antichi, uomo di fiducia di Bernard Berenson. Oggi famoso principalmente per essere stato il proprietario del controverso disegno di Leonardo La Bella Principessa. La Galleria del Laocoonte è orgogliosa di presentare un’opera di Marchig del 1933 da poco riscoperta, il ritratto di un giovane attore vestito come Arlecchino. Egli ha il suo costume multicolore ma non indossa la maschera, non è in scena e si sta riposando con le braccia conserte. Stavolta l’enfasi è sul volto, sulla persona reale dell’attore quando non è “posseduta” dal ruolo del suo personaggio. 

Venezia, il Settecento, Casanova. Il famoso seduttore veneziano divenne di gran moda durante gli “années folles”. Qui viene raffigurato mascherato, con una marionetta in ciascuna mano. È infatti l’elegante disegno preparatorio per la copertina dell’opera teatrale Il matrimonio di Casanova (1910), dove l’eroe del titolo diventa il burattinaio che manipola tutti i personaggi della trama. Fu disegnato da Oscar Ghiglia (1876-1945), il pittore preferito di Ugo Ojetti, il più importante critico d’arte italiano del suo tempo, autore anche della commedia assieme a Renato Simoni, critico e autore teatrale, che tradusse la prosa di Ojetti in vernacolo goldoniano.

Sempre Venezia e le sue dame mascherate sono il soggetto di due incantevoli e singolari pitture sottovetro di Vittorio Petrella da Bologna (1886-1951), decorative e ipnotizzanti come le antiche carte marmorizzate delle legature di antichi libri.

Vi sono maschere metafisiche al centro delle enigmatiche nature morte nei dipinti di Marisa Mori (1900-1985), allieva di Casorati, ve ne sono altre in una delle prime opere di Aligi Sassu (1929), promettente futurista da giovanissimo, ancora lontano dagli stancanti cavallucci rossi che lo hanno reso famoso.

Di Roberto Melli (1885-1958), ombroso maestro del colore è esposta Mascherina, bronzetto già esposto alla Secessione Romana, e un grazioso acquarello per una pubblicità per caramelle, con Pierrot che ne offre alla luna.

Fra le tante, un’illustrazione toccante di Arlecchino portato in paradiso dagli angeli, del disegnatore Enrico Sacchetti, appartenuta al famoso attore Ettore Petrolini. Dalla stessa raccolta viene anche un acquarello di Mario Pompei (1903-1958), che del Nerone di Petrolini fu scenografo, con un casotto di burattini con pulcinella che bastona il diavolo per la gioia dei bambini.

Di Ettore Petrolini, “maschera nuda”, per natura più espressiva di ogni faccia di cuoio, cartone o cartapesta, mai portata in scena, sono esposti tre ritratti, ad acquerello, ad olio e in bronzo. Nel primo appare mascherato da Pulcinella, nel secondo è immortalato da Oscar Ghiglia, il bronzo infine è una replica del busto di Kiril Todorov (1902-1987) che è posto sulla tomba dell’attore al Verano.

Attribuito ora a Mario Barberis (1893-1960), è un disegno originale per la copertina di una delle raccolte di racconti brevi di Pirandello, Terzetti del 1912, dove una musa si diverte a indossare una maschera dopo l’altra.

Angelo Urbani del Fabbretto (1903-1974) è stato un pittore e illustratore romano di ispirazione vernacolare, disegnò il menù e le ricette dell’oste Giggi Fazi e si inventò il presepe pinelliano della scalinata di Trinità dei Monti. I guitti mascherati dell’avanspettacolo furono un soggetto costante della sua opera, qui rappresentata da olii piccoli e grandi e da una grande natura morta con il costume da arlecchino abbandonato su una poltrona.

Vi sono trombette di carta, mascherine, campanacci, stelle filanti, ma non è carnevale, è la notte di San Giovanni, la notte delle streghe, quella del 24 giugno, quando fino agli anni ‘60 i romani celebravano con gran mangiate di lumache e gran caciara. Lo celebra in una natura morta giovanile Corrado Cagli (1910-1976), ad encausto, con i monumenti di Roma sullo sfondo. Un breve carnevale estivo. Un piccolo capolavoro di pittura giocosa.

Un altro Arlecchino dell’artista contemporaneo Pino Pascali (1935-1968), inventato quando era impegnato a produrre cartoni animati per la pubblicità televisiva. Arlecchino infatti era il nome di una celebre marca di pomodori in scatola: la pummarola, la commedia dell’arte. L’Italia tutta in un barattolo di latta.

Marco Fabio Apolloni

Date: Dal 23 febbraio al 30 maggio 2022
Galleria del Laocoonte – Via Monterone 13, 00186 Roma
Per informazioni: 06.68308994

Il Catalogo

La Commedia dell’Arte. Maschere e Carnevale nell’Arte Italiana del Novecento

Autore: Monica Cardarelli
Tau Editrice. Introduzione di Marco Fabio Apolloni
Con uno scritto di Laura Biancini

Data di pubblicazione: 2022
Formato: brossura
Pagine: 136
ISBN: 979-12-5975-109-6

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Giacomo Balla, La Città che Avanza

Giacomo Balla, La Città che Avanza

Giacomo Balla
(Torino, 1871 – Roma, 1958)

La città che avanza
1942
olio su tela cm 67,5 x 103
(con cornice cm 80 x 117)
Firmato in basso a destra « BALLA »
nel retro: LA CITTA’ CHE AVANZA \ DI BALLA 1942 \ – NON VERNICIARE –
Milano, collezione G. e Cesare Romiti.

Storia:

Pierluigi Bartoli, Roma [1963 targhetta trasporti Adami nel retro]. Galleria Nuova Pesa, Roma Antonello Trombadori, Roma. Archivio della Scuola Romana, Roma [targhetta con timbri nel retro]. Milano, collezione G. e Cesare Romiti.

Esposizioni:

Torino 1963 n.217 (riprodotto. Collezione Pierluigi Bartoli, Roma). Roma 1994-1995 (fuori catalogo). Roma 2002 (fuori catalogo). Ritratti di città, a cura di F. Gualdoni, Villa Olmo – Pinacoteca Civica, Como 28 giugno – 16 novembre 2014, riprodotto pag. 79.

Bibliografia:

G. Lista, Balla, Edizioni Fonte d’Abisso, Modena 1982 n.988. V. Rivosecchi, A. Trombadori, Roma appena ieri nei dipinti degli artisti del Novecento, Newton Compton editori, Roma 1986 n.90, riprodotto pag.217. Balla 1986b p.207, 210, pag. 211 (fotografia di Balla mentre dipinge il quadro).

L’opera apparteneva a Pierluigi Bartoli che la presta a Enrico Crispolti nella mostra che la città di Torino dedica a Giacomo Balla nel 1963. Attraverso la Galleria Nuova Pesa, entra a far parte della collezione di Antonello Trombadori per confluire, attraverso l’Archivio della Scuola Romana di Netta Vespignani, nella collezione di Gina e Cesare Romiti. Viene pubblicato da Valerio Rivosecchi e Antonello Trombadori nel 1986: “Questa veduta del lungotevere Flaminio, con il cantiere del lungotevere della Vittoria in primo piano e sullo sfondo Villa Balestra, fa ripensare ai suoi esordi, ai cantieri della giornata dell’operaio e ai quadri del suo allievo Boccioni. La cornice fatta apposta per sottolineare con il rilievo di finti ferri e bulloni la tematica del quadro, ci riporta al suo straordinario artigianato futurista”. Proprio per la sua veduta così fotografica, l’opera è stata inserita nel progetto della mostra Balla a Roma per il Comune di Roma a cura di E. Gigli e G. De Feo in programma per l’autunno 2022.

Ricorda Elica Balla: “In novembre mio padre, che se ne andava come sempre a vedere il fiume, dopo ripetute osservazioni decise di fare un quadro di tutta la visone del lungotevere con le case moderne che si riflettevano nell’acqua, il colle di San Valentino nello sfondo e in primo piano la gru e gli operai che lavoravano sul greto del fiume, è la città che avanza irrimediabilmente, la poesia rimane al di sopra del cielo luminoso e del bellissimo riflesso delle acque; è questo un dipinto molto importante perché raggiunge una verità nella completezza di tutta l’opera nella magia del colore e inoltre descrive il nostro tempo nella dilagante città di struggitrice della poesia campestre. L’artista studia per questo quadro una cornice color acciaio con i bulloni della gru. Il dipinto lo acquista poi un ingegnere” (in Con Balla, Milano 1986, vol. III, pag. 210)

Roma 26 aprile 2021, Elena Gigli.

 

English

Giacomo Balla
(Turin, 1871 – Rome, 1958)

La città che avanza
1942
oil on board 67,5 x 103 cm
(with frame 80 x 117 cm)
Signed at lower right « BALLA ».
On the reverse : LA CITTÀ CHE AVANZA \ DI BALLA 1942 \ – NON VERNICIARE –
Milan, G. and Cesare Romiti Collection.

History:

Pierluigi Bartoli, Rome [1963 Adami transport plate on the back]. Galleria Nuova Pesa, Rome Antonello Trombadori, Rome. Archive of the Roman School, Rome [label with stamps on the back]. Milan, G. and Cesare Romiti Collection.

Exhibitions.

Turin 1963 no. 217 (reproduced. Pierluigi Bartoli Collection, Rome). Rome 1994-1995 (out of print). Rome 2002 (out of print). Ritratti di città, edited by F. Gualdoni, Villa Olmo – Pinacoteca Civica, Como 28 June – 16 November 2014, reproduced p. 79.

Bibliography:

G. Lista, Balla, Edizioni Fonte d’Abisso, Modena 1982 n. 988. V. Rivosecchi, A. Trombadori, Roma appena ieri nei dipinti degli artisti del Novecento, Newton Compton editori, Rome 1986 n. 90, reproduced p. 217. Balla 1986b p.207, 210, p. 211 (photograph of Balla painting the picture).

The work belonged to Pierluigi Bartoli who lent it to Enrico Crispolti in the exhibition that the city of Turin dedicated to Giacomo Balla in 1963. Through the Galleria Nuova Pesa, it became part of Antonello Trombadori’s collection and then, through Netta Vespignani’s Archivio della Scuola Romana, it entered Gina and Cesare Romiti’s collection. It was published by Valerio Rivosecchi and Antonello Trombadori in 1986: «This view of the Lungotevere Flaminio, with the construction site on the Lungotevere della Vittoria in the foreground and Villa Balestra in the background, brings to mind his early work, the construction sites of the painting A Workers’ Day or the paintings of his pupil Boccioni. The frame, made to emphasise the theme of the painting with the relief of fake iron and bolts, takes us back to his extraordinary Futurist craftsmanship ». Precisely because it is so photographic, the work has been included in the project for the Balla a Roma exhibition for the City of Rome, curated by E. Gigli and G. De Feo, scheduled for autumn 2022.

Elica Balla recalls: «In November my father, who went as usual to see the river, after repeated observations decided to make a painting of the entire vison of the Tiber embankment with the modern houses reflected in the water, the hill of St. Valentine in the background and in the foreground the crane and the workers working on the riverbed, it is the city that advances irremediably, poetry remains above the bright sky and the beautiful reflection of the water; this is a very important painting because it achieves a truth in the completeness of the whole work in the magic of the colour and also describes our time in the rampant city of strugglers of rural poetry. The artist designed a steel-coloured frame with crane bolts for this painting. An engineer then bought the painting» (in Con Balla, Milan 1986, vol. III, p. 210).

Rome 26 april 2021, Elena Gigli.

ROMA ARTE IN NUVOLA 2021

LA GALLERIA DEL LAOCOONTE AD ARTE IN NUVOLA

dal 18 al 21 novembre 2021

Il centro prospettico e visuale dello stand della Galleria del Laocoonte (N. A35) è una vera e propria finestra aperta, che travalica il tempo e lo spazio: inquadrato in una cornice ideata dall’artista stesso che finse in legno travi e bulloni d’acciaio, appare infatti dipinto il paesaggio del quartiere Flaminio nuovo fiammante con Villa Balestra all’orizzonte, così come appariva a Giacomo Balla (1871-1958) che lo dipinse dalla spalletta del Lungotevere della Vittoria, dall’altra parte del fiume, nel 1942. È La Città che avanza, capolavoro del Balla post-futurista, postuma palinodia o controcanto della Città che sale, l’epica esaltazione modernista di Boccioni di più di trent’anni prima. Se all’inizio del secolo si esaltava la febbrile crescita urbanistica della città contemporanea, l’ultimo Balla figurativo usa i trucchi della miglior pittura di paesaggio, la luce che trasfigura, i tremuli riflessi colorati sulle acque del Tevere, per fermare in un’immagine la lirica melanconia di ciò che costruendo si distrugge, la poesia campestre. Il quadro appartenne all’ingegnere Pierluigi Bartoli, socio e cugino di quel Nervi che piegò all’arte il cemento armato, passato poi ad Antonello Trombadori, figlio di pittore che fu poeta, critico d’arte e politico comunista, è finito poi nella casa di Cesare Romiti che fu il potente amministratore delegato della Fiat negli ultimi vent’anni del ‘900. La Galleria del Laocoonte è fiera di poter presentare questo pezzo della storia e dell’arte di Roma proprio alla “Nuvola”, dove l’architettura si trasfigura in visione e quasi allucinazione del futuribile.

Proprio per rispetto e devozione del genius loci, dello spirito che permea il quartiere dell’EUR, dove la “Nuvola” galleggia nella sua gabbia di ferro e vetro, la Galleria del Laocoonte ha deciso di presentare i bozzetti in bronzo dei gruppi equestri Romolo e Remo di Publio Morbiducci (1889-1963), che avrebbero dovuto ornare il Palazzo della Civiltà Italiana, e i modelli in gesso di due dei quattro Cavalli che lo stesso Morbiducci concepì per la Quadriga che avrebbe dovuto trovar posto sulla facciata del Palazzo dei Congressi.  Ugualmente, disegni preparatori per i mosaici in bianco e nero che Gino Severini (1883-1966) e Giovanni Guerrini (1887-1972) realizzarono per l’EUR sono presentati a parte nello spazio espositivo dedicato alla mostra “Mitologia Meccanica” di Patrick Alò (1975), geniale assemblatore di rottami meccanici trasfigurate in statue di Dei, eroi e mostri dell’antichità classica.
Evocatore moderno dell’antico fu anche Duilio Cambellotti (1876-1960) – di cui la Galleria detiene un cospicuo nucleo di opere già esposte nel 2017 – di cui qui si espongono Le Danaidi e La punizione del Prefetto di Roma che l’artista immaginò come illustrazione della Storia di Roma nel Medioevo del Gregorovius, dove si mostra il prefetto Pietro appeso per i capelli a cavallo di Marco Aurelio in un desolato paesaggio del Laterano in rovina.
Di Leoncillo, ovvero Leoncillo Leonardi (1915-1968), uno dei nostri maggiori scultori del dopoguerra, la galleria detiene il maggior numero d’opere dei suoi anni figurativi e si appresta a pubblicare il catalogo ragionato dei suoi disegni. Di questo genio della ceramica che egli rese degna di competere col bronzo e il marmo dei suoi colleghi, si presenta una straordinaria e coloratissima Balaustra – già proprietà di quel giudice Alfredo Monaco che aiutò la fuga di Pertini e Saragat da Regina Coeli – la cui gemella è ora nelle collezioni della Banca d’Italia. Accanto ad essa è il relativo disegno preparatorio.
Due grandi cartoni colorati di Ferruccio Ferrazzi (1891-1978) rappresentano la dea Cerere e Vulcano, sono serviti di modello per la realizzazione dei mosaici della fontana monumentale di Piazza Augusto Imperatore, sul palazzo che ora sta per ospitare il primo Bulgari Luxury Hotel di Roma.
Un inedito e raro Ritratto di Donna, a tre quarti, intagliato nel legno, ripropongono l’originaria, evidente maestrìa di un grande scultore quale fu Pericle Fazzini (1913-1987).
Una rondella dipinta del più grande e famoso futurista siciliano, Pippo Rizzo (1897-1964), rappresenta un intrico di serpenti, un’allusione al simbolo della Galleria, il serpente appunto, inestricabile dalla figura di Laocoonte che della galleria è l’eroe eponimo.
Ancora due figurazioni di Pino Pascali (1935-1968), introducono due note scherzose: Moby Dick, divertito omaggio alla balena bianca di melvilliana memoria, e un Arlecchino, studio per un carosello pubblicitario di una allora famosa marca di pomodori pelati.
Infine, del visionario Fabrizio Clerici (1913-1993), pittore surrealista ed architetto geniale di sogni, si presenta Il Labirinto (1966), solo un assaggio della grande mostra che la Galleria del Laocoonte si appresta a proporre nell’immediato futuro.

ROMA TRA ARTE MODERNA E ARTE CONTEMPORANEA

È di grande importanza che Roma si affacci sulla scena internazionale con una specifica piattaforma dedicata all’incontro tra arte moderna e contemporanea e all’emergere delle nuove proposte artistiche, con l’obiettivo di rivestire un ruolo propulsore nei confronti del Mezzogiorno e di tutta l’area mediterranea.

Si sta lavorando per costruire un evento in linea con le specificità e le caratteristiche di Roma, una manifestazione in grado di assecondare la “personalità” del luogo che la contiene, amplificandone la sua identità e ottimizzandone il potere propulsore.

È prevista la partecipazione di gallerie (italiane e internazionali) che presenteranno i movimenti e i grandi nomi dell’arte ma anche un programma di iniziative speciali (installazioni, exhibit, mostre, etc.).

Antonietta Raphaël

Ora in mostra

ANTONIETTA RAPHAËL

Antonietta Raphaël
(Kovno, 1895 – Roma, 1975)
LEDA E IL CIGNO, O LEDA
1948
Terracotta dipinta, cm 39 x18 x 15
Firmato in basso a sinistra “Raphaël”
Roma, collezione privata; già collezione Scheiwiller, Milano


Per tutte le informazioni su questa opera contatta la galleria al numero 06 68308994
Esposizioni: 

1949
Mostra degli artisti liguri che hanno partecipato alla XXIV Biennale di Venezia, catalogo con presentazione di E. Zanzi, Galleria Fuselli e Profumo, Genova, n. 45 (Leda col cigno 1948).

1985
Antonietta Raphaël, catalogo a cura di F. D’Amico, Padiglione d’arte contemporanea, Milano – Roma 1985 p. 20, 64, n. 37 (Leda e il Cigno, 1948)

2003
Antonietta Raphaël, opere dal 1933 al 1974, catalogo a cura di G. Appella, Matera, p. 65, n.55 (Leda, 1948)

Bibliografia: 

M. Pinottini, Scultura di Raphaël, Milano 1971, p. 284, tav. 64 (Leda 1948).
E. Siciliano, Il risveglio della bionda sirena, Raphaël e Mafai. Storia di un amore coniugale, Milano, 2004, pp. 182-192.

Leda fu esposta per la prima volta nel 1949 a Genova, dove Antonietta Raphaël viveva ormai da tempo, rifugiata dopo l’emanazione delle leggi raziali. In alcune pubblicazioni l’opera viene indicata semplicemente con il nome di Leda, come riportato nella targhetta in basso a sinistra.Già nella collezione dell’editore e giornalista milanese Vanni Scheiwiller, nipote dello scultore Adolfo Wildt, apparirà nella monografia da lui edita nel 1971, Scultura di Raphaël, a cura di Marzio Pinottini.

Plasmata nella terracotta, materia prediletta dall’artista, e poi dipinta, l’opera ritrae la sposa di Tindaro, re di Sparta, completamente nuda, stretta in un sensuale abbraccio ad un cigno, che diversamente dalla tradizione iconografica non è bianco, ma completamente nero.

Le sue larghe ali lasciano scoperta la morbida figura femminile di Leda con le rotondità appena accennata del seno, dei glutei e dei larghi fianchi, probabilmente l’artista stessa dato che l’uso della modella di professione non fu mai un’abitudine della Raphaël, tanto nella pittura quanto più tardi nella scultura.

L’identificazione nella figura mitologica e la rappresentazione di essa nell’abbraccio a Giove-cigno, simbolo della passione, ma anche del dolore, esprime il personale vissuto sentimentale dell’artista, la tormentata relazione amorosa con quel cigno nero Mafai che fu suo compagno d’accademia e più tardi marito.

D’altronde il nuovo corso artistico che Antonietta Raphaël si era imposta a partire dagli anni Trenta, passando dalla pittura alla scultura, fu una via d’uscita alla difficoltà di un rapporto in cui i due erano allo stesso tempo coniugi e colleghi-pittori: “è difficile vivere insieme per due artisti che hanno la stessa arte della pittura. Io criticavo lui e lui criticava me”.

All’epoca in cui concepì questa prima Leda, l’altra in palissandro dipinto è del 1964, la Raphaël aveva raggiunto la sua piena maturazione artistica, di qui a poco avrebbe vinto il “Concorso Internazionale di Scultura per il monumento al Prigioniero politico ignoto” e più tardi inaugurato la sua prima mostra monografica.

Roma Arte in Nuvola, dal 18 al 21 novembre 2021 alla Nuvola di Fuksas STAND A35

LA GALLERIA DEL LAOCOONTE AD ARTE IN NUVOLA

dal 18 al 21 novembre 2021

Il centro prospettico e visuale dello stand della Galleria del Laocoonte (N. A35) è una vera e propria finestra aperta, che travalica il tempo e lo spazio: inquadrato in una cornice ideata dall’artista stesso che finse in legno travi e bulloni d’acciaio, appare infatti dipinto il paesaggio del quartiere Flaminio nuovo fiammante con Villa Balestra all’orizzonte, così come appariva a Giacomo Balla (1871-1958) che lo dipinse dalla spalletta del Lungotevere della Vittoria, dall’altra parte del fiume, nel 1942. È La Città che avanza, capolavoro del Balla post-futurista, postuma palinodia o controcanto della Città che sale, l’epica esaltazione modernista di Boccioni di più di trent’anni prima. Se all’inizio del secolo si esaltava la febbrile crescita urbanistica della città contemporanea, l’ultimo Balla figurativo usa i trucchi della miglior pittura di paesaggio, la luce che trasfigura, i tremuli riflessi colorati sulle acque del Tevere, per fermare in un’immagine la lirica melanconia di ciò che costruendo si distrugge, la poesia campestre. Il quadro appartenne all’ingegnere Pierluigi Bartoli, socio e cugino di quel Nervi che piegò all’arte il cemento armato, passato poi ad Antonello Trombadori, figlio di pittore che fu poeta, critico d’arte e politico comunista, è finito poi nella casa di Cesare Romiti che fu il potente amministratore delegato della Fiat negli ultimi vent’anni del ‘900. La Galleria del Laocoonte è fiera di poter presentare questo pezzo della storia e dell’arte di Roma proprio alla “Nuvola”, dove l’architettura si trasfigura in visione e quasi allucinazione del futuribile.

ROMA ARTE IN NUVOLA 2021

Proprio per rispetto e devozione del genius loci, dello spirito che permea il quartiere dell’EUR, dove la “Nuvola” galleggia nella sua gabbia di ferro e vetro, la Galleria del Laocoonte ha deciso di presentare i bozzetti in bronzo dei gruppi equestri Romolo e Remo di Publio Morbiducci (1889-1963), che avrebbero dovuto ornare il Palazzo della Civiltà Italiana, e i modelli in gesso di due dei quattro Cavalli che lo stesso Morbiducci concepì per la Quadriga che avrebbe dovuto trovar posto sulla facciata del Palazzo dei Congressi.  Ugualmente, disegni preparatori per i mosaici in bianco e nero che Gino Severini (1883-1966) e Giovanni Guerrini (1887-1972) realizzarono per l’EUR sono presentati a parte nello spazio espositivo dedicato alla mostra “Mitologia Meccanica” di Patrick Alò (1975), geniale assemblatore di rottami meccanici trasfigurate in statue di Dei, eroi e mostri dell’antichità classica.
Evocatore moderno dell’antico fu anche Duilio Cambellotti (1876-1960) – di cui la Galleria detiene un cospicuo nucleo di opere già esposte nel 2017 – di cui qui si espongono Le Danaidi e La punizione del Prefetto di Roma che l’artista immaginò come illustrazione della Storia di Roma nel Medioevo del Gregorovius, dove si mostra il prefetto Pietro appeso per i capelli a cavallo di Marco Aurelio in un desolato paesaggio del Laterano in rovina.

Di Leoncillo, ovvero Leoncillo Leonardi (1915-1968), uno dei nostri maggiori scultori del dopoguerra, la galleria detiene il maggior numero d’opere dei suoi anni figurativi e si appresta a pubblicare il catalogo ragionato dei suoi disegni. Di questo genio della ceramica che egli rese degna di competere col bronzo e il marmo dei suoi colleghi, si presenta una straordinaria e coloratissima Balaustra – già proprietà di quel giudice Alfredo Monaco che aiutò la fuga di Pertini e Saragat da Regina Coeli – la cui gemella è ora nelle collezioni della Banca d’Italia. Accanto ad essa è il relativo disegno preparatorio.
Due grandi cartoni colorati di Ferruccio Ferrazzi (1891-1978) rappresentano la dea Cerere e Vulcano, sono serviti di modello per la realizzazione dei mosaici della fontana monumentale di Piazza Augusto Imperatore, sul palazzo che ora sta per ospitare il primo Bulgari Luxury Hotel di Roma.
Un inedito e raro Ritratto di Donna, a tre quarti, intagliato nel legno, ripropongono l’originaria, evidente maestrìa di un grande scultore quale fu Pericle Fazzini (1913-1987).
Una rondella dipinta del più grande e famoso futurista siciliano, Pippo Rizzo (1897-1964), rappresenta un intrico di serpenti, un’allusione al simbolo della Galleria, il serpente appunto, inestricabile dalla figura di Laocoonte che della galleria è l’eroe eponimo.
Ancora due figurazioni di Pino Pascali (1935-1968), introducono due note scherzose: Moby Dick, divertito omaggio alla balena bianca di melvilliana memoria, e un Arlecchino, studio per un carosello pubblicitario di una allora famosa marca di pomodori pelati.
Infine, del visionario Fabrizio Clerici (1913-1993), pittore surrealista ed architetto geniale di sogni, si presenta Il Labirinto (1966), solo un assaggio della grande mostra che la Galleria del Laocoonte si appresta a proporre nell’immediato futuro.

ROMA TRA ARTE MODERNA E ARTE CONTEMPORANEA

È di grande importanza che Roma si affacci sulla scena internazionale con una specifica piattaforma dedicata all’incontro tra arte moderna e contemporanea e all’emergere delle nuove proposte artistiche, con l’obiettivo di rivestire un ruolo propulsore nei confronti del Mezzogiorno e di tutta l’area mediterranea.

Si sta lavorando per costruire un evento in linea con le specificità e le caratteristiche di Roma, una manifestazione in grado di assecondare la “personalità” del luogo che la contiene, amplificandone la sua identità e ottimizzandone il potere propulsore.

È prevista la partecipazione di gallerie (italiane e internazionali) che presenteranno i movimenti e i grandi nomi dell’arte ma anche un programma di iniziative speciali (installazioni, exhibit, mostre, etc.).

Fine Arts Paris, Carrousel du Louvre, 6-11 Novembre 2021

Fine Arts Paris, Carrousel du Louvre, 6-11 Novembre 2021

Created in 2017 by the organizers of the Salon du dessin, Fine Arts Paris is a specialty fair for collectors based on the balance of diversity, quality and modernity. After three editions acclaimed by critics, this Parisian event is an unmissable event in the art market.

The galleries and organizers of Fine Arts Paris invite you to the next edition, of Fine Arts Paris : November 6-11, 2021, at the Carrousel du Louvre.

Visit Online: finearts-paris-online.com

Portrait of Napoleon’s uncle Joseph Fesch

The present work is based on the Portrait of Napoleon’s uncle Joseph Fesch (Ajaccio 1763 – Rome 1839), the greatest antique painting collector of his times. It was commissioned to Antonio Canova in 1807 and finished a year later (Marble, Ajaccio Musée Fesch. Plaster model in Possagno, Gipsoteca.). Differently from Canova’s original our marble bust is more hieratic, fixed in a frontal pose and portrays Cardinal Fesch at a later age, as the notable embompoint of his face, comparable to that which can be seen in later painted portraits of Fesch, clearly testifies.

The sculpture, mentioned by G. Hubert in 1964 (La Sculpture dans l’Italie Napoléonienne.) was then owned by an antique dealer in Nice, where it was bought by Fabrizio Apolloni in the early 70’s for his own collection.

The bust is the work of Antonio d’Este (Venice 1754-Rome 1839), the close friend and director of Canova’s workshop in Rome, who helped him also in his role of overseer of Rome’s papal museums.

Antonio d’Este specialised especially in the production of portraits, like that of Canova himself, Pius VII, and many others for which he could produce a second best likeness when Canova’s own divine touch was not available.

The work is in perfect conditions and has kept the rare original patina that gives to the surface of the marble an appearance of softness much in contrast with the rigid official pose of the sitter.

Laocoon Zoo Video

LONDON ART WEEK DIGITAL & LIVE 2021

2 – 16 luglio 2021
London Art Week Digital & Live 2021

Preview 1 Luglio 2021

Laocoon Zoo, in mostra dal 16 giugno 2021

Gli animali, disegnati, dipinti, scolpiti, forgiati nella ceramica, sono i protagonisti di una nuova, interessante e divertente mostra che la Galleria del Laocoonte inaugurerà a Roma in anticipo rispetto alla sua inaugurazione nella sede di Londra per la London Art Week di luglio.

Sono più di 100 opere di arte antica, di Novecento e contemporaneo. Gatti, cani, scimmie, struzzi, ippopotami, galli, elefanti, e tanti altri animali che inteneriscono, commuovono, incuriosiscono, incantano e fanno sorridere per la loro irresistibile comicità. Il mondo sarebbe un posto molto più triste senza di loro e l’arte troppo seria.

Molti artisti devono proprio agli animali, la loro fortuna. Carlo Antonio Raineri verso la fine del Settecento fu reso celere dai suoi innumerevoli, variopinti uccelli esotici.

Tofanari è del Novecento il perfetto animalier. Andrea Spadini (1912 – 1983) fu adorato dalle star di Hollywood soprattutto per le sue esilaranti scimmie, famosissimo è il suo gigantesco girotondo di animali intorno alla Torre dell’orologio musicale di Central Park, di cui in mostra alcuni bozzetti preparatori in terracotta. Per Marino Marini (1901 – Viareggio 1980) i cavalli furono una magnifica ossessione. Per Pericle Fazzini il gatto un poetico scherzo. Per Patrick Alò (1975) gli animali prendono vita da rottami di metallo genialmente assemblati.

Oltre questi saranno in mostra opere di: Mario Sironi, Gaetano Monti, Joseph Gott, Libero Andreotti, Duilio Cambellotti, Alberto Martini, Marcello Dudovich, Enrico Sacchetti, Primo Sinopico, Pippo Rizzo, Orfeo Tamburri, Torquato Tamagnini, Pino Pascali, Leoncillo, Fabrizio Clerici, Eugene Berman, Alberto Ziveri ed altri ancora.

Virtual Tour

Video

Laocoon Zoo, a Roma dal 16 giugno 2021
Luogo della mostra: Galleria del Laocoonte Vicolo Sinibaldi 5 – 00186 Roma
Orari della mostra: dal martedì al venerdì dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00

Catalogo della mostra

Laocoon Zoo, a cura di Monica Cardarelli
(Edizione D’Arte 2021)

Alberto Martini Maschere e Ombre. A cura di Monica Cardarelli

ALBERTO MARTINI MASCHERE E OMBRE

(a cura di Monica Cardarelli, ed. D’Arte)

DATA: DAL 12 MAGGIO AL 30 GIUGNO 2021
DOVE: GABINETTO DEI DISEGNI W. APOLLONI – VIA MARGUTTA 53B

 

INFO ORARI: PER VISITE SU APPUNTAMENTO TELEFONARE AL 06/68308994 – 348/1234707

Oppure invia una e-mail: monica.cardarelli@laocoontegalleria.it

VIRTUAL TOUR

Alberto Martini (Oderzo 1876-Milano 1954) è stato, nei suoi raggiungimenti più alti, tra gli illustratori europei di primo Novecento, uno dei più originali e bizzarri. La sua grandezza e inimitabilità consiste soprattutto nella sua capacità virtuosistica di usare la penna e l’inchiostro di china con una tecnica così minuta e ossessiva tale da far sembrare le sue tavole disegnate opera d’incisione, al servizio di un’immaginazione visionaria così originale, da trascendere dalle suggestioni delle opere letterarie da lui illustrate – Poe, Shakespeare, Mallarmé, le più importanti – ponendosi così ad un tempo, come epigono del decadentismo e del simbolismo e precursore assoluto del surrealismo – nei suoi auspici egli si sapeva iniziatore di un movimento artistico che egli immaginava sarebbe venuto nel futuro e di cui egli ancora ignorava il nome. A ciò si aggiunga il carattere della sua persona, aristocratico nelle sue presunzioni, provinciale e cosmopolita ad un tempo, dandy maniacalmente elegante nel vestire, bizzarro e scostante, altero nei comportamenti, fiero dell’aureola di seduttore e raffinato erotomane di cui si seppe circondare.

 

Monica Cardarelli, fondatrice e direttrice della Galleria del Laocoonte di Roma, ha studiato Martini sin dai tempi della sua specializzazione all’Università di Firenze, e presenta ora una mostra (Alberto Martini Maschere e Ombre, ed. D’Arte) – in concomitanza e comunione con quella allestita dalla Galleria Carlo Virgilio – che comprende 70 opere tra disegni a penna e a matita, acquarelli, incisioni, litografie ed un dipinto ad olio “Le Flambeau du Pantin” – la fiaccola di Sganarello – del 1940, che è una visionaria e autobiografica meditazione dell’artista sul tema di Don Giovanni. La mostra, visibile per ora solo su appuntamento ed è ospitata presso il Gabinetto dei Disegni, nuovo spazio dedicato alle opere su carta della Galleria W. Apolloni in Via Margutta 53B.

 

Oltre al catalogo delle opere con una presentazione di Davide Lacagnina, verrà presentato anche un volume, titolo Vittorio Pica e Alberto Martini – il trentennale sodalizio tra un critico ed un artista (ed. D’Arte), dedicato al lungo e importante sodalizio artistico e intellettuale di Martini con Vittorio Pica (Napoli 1864 – Milano 1930), il maggiore divulgatore in Italia tanto della grafica e dell’arte moderna europea, e della letteratura decadentista francese che alle precedenti è indissolubilmente legata. Scopritore, mentore e protettore di Martini, Pica fu tra i fondatori della Biennale di Venezia, e segretario generale dal 1920 al 1926, quando fu brutalmente silurato dal fascismo. Fu allora che Martini ripagò il suo debito lanciando una sottoscrizione in opere tra tutti gli artisti europei da Pica celebrati che fu poi venduta all’asta a beneficio del critico napoletano.

 

Opera capolavoro tra tante è l’Autoritratto (1905), vertiginosa opera di penna, dai mirabolanti effetti grafici di tessitura d’ombre, in cui il giovane Martini si presenta come perfetta figura di bel tenebroso, con la cravatta a fiocco nera che pare un fiore e una farfalla, e una minuscola donna nuda dalle di lepidottero, che si appoggia sopra una tavola disegnata dell’artista, quella per la Berenice di E.A. Poe.

 

Quelle per i racconti di Poe, cominciate nel 1904, sono le illustrazioni più note di Martini, che non furono mai pubblicate in volume vivo l’artista, ma solo nel 1985, in sontuosa veste editoriale, da Franco Maria Ricci. Di queste se espongono qui sei, tra cui due grandi – notturni a china i cui lumi accende il bianco della carta – dedicate a Hop Frog, con l’orrido olocausto del tetro giullare – e William Wilson, in cui è l’artista stesso a sdoppiarsi nel suo minaccioso doppelgänger.

 

Delle tragedie di Shakespeare Martini scelse le due più vicine allo spirito macabro e orrifico di Poe: l’Amleto e il Macbeth. Da queste son presenti due tavole, quelle del giuramento in presenza del fantasma del padre per l’Amleto e un’altra in cui gli occhi ormai folli di Lady Macbeth guardano la propria mano che si staglia, nera d’ombra contro una candela, scorgendovi nel delirio quelle macchie di sangue che nemmeno tutti i profumi d’Arabia avrebbero potuto purificare.

 

Segue per importanza “Il poema delle Ombre”, una serie che comprende una trentina di volti mascherati in tutte le fogge, che evocano il carnevale veneziano, le maschere nere dei ladri e dei congiurati d’altri tempi, i volti femminili velati dei romanzi del mistero, tutte velocemente improvvisate a pennello e inchiostro come “macchie di Roschach” casuali che per satanico prodigio prendano la forma di volti che ci guardano sfrontatamente dai buchi del loro mascheramento. Martini divenne artista favorito della famigerata Marchesa Casati, e regista, costumista, trovarobe e ritrattista per lei e per le sue mirabolanti feste in maschera veneziane. In questa galleria il carnevale si trasforma da sogno ad incubo.

 

Una serie di matite e disegni testimonia della collaborazione che Martini ebbe nel 1905 con “La Lettura”, il supplemento letterario del Corriere della Sera. Non va dimenticato che fu Martini ad illustrare la rivista di Marinetti “Poesia”. Da futurismo, cubismo e surrealismo Martini non fu immune, come ben mostra l’acquarello Aurélia illustrazione per la poesia di Gérard de Nerval. Dal 1928 al 1936 infatti, Martini visse a Parigi, creando un suo particolare genere di “pittura nera” e di “pittura color del cielo” che egli pensò culmine della sua arte. In realtà la sua massima creazione, tanto in ardimento di visionarietà che di straordinarietà tecnica è forse il ciclo dei “Misteri”, del 1915, raffinatissime litografie che sono davvero apparizioni oniriche che l’arte non aveva mai finora saputo concepire tali, e che precedono tutto ciò che il surrealismo saprà inventare nell’arte, nella fotografia e nel cinema.

 

Di Martini incisore si presenta il ciclo completo delle “Sirene” a puntasecca.

Achille Funi / Brafa in the galleries 2021

BRAFA in the Galleries 2021 is the newly created alternative to the BRAFA fair at Tour & Taxis, which has been postponed to January 2022.

From Wednesday 27 – Sunday 31 January 2021 included, the exhibitors signed up for BRAFA 2021 will welcome you in their galleries, where they will present the objects and artworks they had selected for BRAFA 2021 in the best possible conditions. Some have chosen to group together to display their artworks.

In total, 126 art dealers spread across 13 countries and 37 cities look forward to sharing their passion for the beautiful, the rare, the precious and the historical in a warm, friendly atmosphere, in line with the rules in place in their area. Have a look through the list of participating galleries in order to discover those close to you. You can also download maps that enable you to find all the participating galleries in the town of your choice.

Finally, for all those who can’t visit the galleries in person, we have dedicated a page to each exhibitor on our website. Here you will find photos and descriptions of all the beautiful objects being presented, relevant practical information, and a video created for the occasion. New objects will be put online on Wednesday 27 January 2021!

Start the tour on Brafa website

Laocoon Gallery and W. Apolloni Gallery page: https://www.brafa.art/en/exhibitor-detail/589/w-apolloni-srl

Galleria W. Apolloni e Galleria del Laocoonte
Nuovo Spazio Antico/Contemporaneo, via Margutta 81, Roma.

Monday 16.00-19.00
Tuesday – Friday: 10.00-13.00 and 16.00-19.00
Saturday: 10.00-13.00

Visits by reservation only by calling 06 68308994 or via virtual tour

 

Patrick Alò, Mitologia Meccanica

Patrick Alò, Mitologia Meccanica. BRAFA in the Galleries 2021

Patrick Alò, Laocoon. Brafa in the Galleries 2021

Patrick Alò, Mitologia Meccanica. BRAFA in the Galleries 2021

Patrick Alò, Mitologia Meccanica. BRAFA in the Galleries 2021

In total, 126 art dealers spread across 13 countries and 37 cities look forward to sharing their passion for the beautiful, the rare, the precious and the historical in a warm, friendly atmosphere, in line with the rules in place in their area. Have a look through the list of participating galleries in order to discover those close to you. You can also download maps that enable you to find all the participating galleries in the town of your choice.

Finally, for all those who can’t visit the galleries in person, we have dedicated a page to each exhibitor on our website. Here you will find photos and descriptions of all the beautiful objects being presented, relevant practical information, and a video created for the occasion. New objects will be put online on Wednesday 27 January 2021!

 

Laocoon Gallery and W. Apolloni Gallery page: https://www.brafa.art/en/exhibitor-detail/589/w-apolloni-srl

 

Patrick Alò, Mitologia Meccanica

 

La mostra è visitabile online tramite VIRTUAL TOUR o su appuntamento, telefonando al numero 06 68308994

 

Apri il tour virtuale della mostra

 

Galleria del Laocoonte e W. Apolloni
Nuovo Spazio Antico/Contemporaneo, via Margutta 81

Orari: lunedì 16.00-19.00
martedì–venerdì: 10.00-13.00 e 16.00-19.00
sabato: 10.00-13.00

 

Libero Andreotti

Libero Andreotti

Libero Andreotti nasce a Pescia il 15 giugno 1875. Per tutto il periodo della fanciullezza lavora nell’officina di un fabbro, dopo i diciassette anni si sposta a Lucca dove stringe rapporti con il mecenate Alfredo Caselli e il poeta Giovanni Pascoli che lo iniziano al mondo dell’arte.

Grazie allo zio Ferruccio Orsi ottiene a Palermo un lavoro presso l’editore Sandron come illustratore del settimanale socialista «La Battaglia». Tuttavia nel 1899, deluso dagli ambienti isolani, torna a Firenze dove trova occupazione in una tipografia. Relativamente tardi, attorno al 1902, inizia a modellare in creta nello studio di Mario Galli, incoraggiato dagli amici Galileo Chini, Oscar Ghiglia e Adolfo De Carolis.

Libero Andreotti, la partecipazione alla Biennale di Venezia

Nel 1906, trasferitosi a Milano, la sua opera colpisce Vittore Grubicy de Dragon che lo incoraggia a partecipare alla VII edizione della Biennale di Venezia del 1907. È nella capitale lombarda che nel 1906 Andreotti si aggrega al gruppo dei divisionisti. Dal 1907 al 1914 Libero Andreotti soggiorna a Parigi, dove subisce l’influenza di Bourdelle e J. Bernard.

Il successo di Parigi

Nel 1911 espone con una personale alla Galérie Bernheim Jeune e in seguito al Salon d’Automne, ottenendo un notevole successo. Proprio a Parigi si verifica in Andreotti l’abbandono delle giovanili esperienze impressionistiche e il conseguente orientamento verso la ricerca della compattezza nella massa plastica.

A seguito dello scoppio della Prima Guerra Mondiale sarà costretto a rientrare a Firenze dove insegnerà all’Istituto d’Arte e sarà a capo del cosiddetto cenacolo dell’«Antico Fattore». In questi anni la sua ricerca si indirizza verso il monumentale, con riferimenti alla scultura romanica e al Quattrocento fiorentino. Pur attraverso una certa stilizzazione, la produzione in marmo e bronzo sarà abbondante.

La produzione artistica degli anni ’20 di Libero Andreotti

Appartengono a questo periodo i monumenti ai Caduti di Roncade (1922), il monumento ai Caduti di Saronno (1924), il monumento alla Madre Italiana in Santa Croce a Firenze (1924-1-925), il Cristo risorto nell’Arco della Vittoria a Bolzano (1928) e il gruppo di Africo e Mensola alla Galleria nazionale d’arte moderna a Roma del 1933. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse a Firenze, dove diviene animatore dell’ambiente culturale cittadino.

Libero Andreotti muore a Firenze il 4 aprile 1933.