Catalogo mostra Hayez e il suo tempo


catalogo della mostra a Palazzo Borromeo D’Adda
Hayez e il suo tempo
Ritratti della Milano Romantica


catalogo della mostra a Palazzo Borromeo D’Adda
Hayez e il suo tempo
Ritratti della Milano Romantica
Sarebbe una piccola ma interessante mostra in un grande museo, è invece una mostra straordinaria per una galleria privata, come la W. Apolloni di Roma, che, in omaggio a Milano, come in occasioni precedenti (Achille Funi nel 2023, Andrea Appiani nel 2024), ha deciso di portare delle opere che fanno parte della gloria artistica del passato milanese, nell’augurio che un poco di questa arrivi a trasfondersi nel presente.
Innegabile che, nell’800, Milano sia stata Capitale del Romanticismo italiano, e che in essa abbiano dominato senza rivali, per la letteratura Alessandro Manzoni, per la musica Giuseppe Verdi, e per la pittura Francesco Hayez.
Di Francesco Hayez (Venezia 1791- Milano 1882) si presentano, tra le poche opere ancora in mani private, cinque capolavori di pittura, e due rari e curiosi disegni. Sarà esposta inoltre una scultura di Alessandro Puttinati (Verona 1801- Milano 1872) che, dal 1831, produsse in gesso una serie di statue in piccolo, da scrivania, per celebrare gli artisti e gli scrittori più famosi di Milano. Quella dedicata ad Hayez, con il pennello e la tavolozza in mano, è alta poco meno di 37 cm, ma, a vederla, sembra più monumentale del bronzo a grandezza naturale del buon Francesco Barzaghi che prende pioggia e neve accanto al Palazzo di Brera.
GIUSEPPE SPIEGA I SOGNI
Il primo grande quadro a presentarsi ai visitatori è una grande tela, fortunosamente recuperata nel gran mare del mercato antiquario e salvata dalla dimenticanza da una pattuglia di occhiuti mercanti. Ignoto alla letteratura artistica e dimenticato da Hayez stesso nelle sue Memorie, il dipinto ha rivelato in pulitura la chiara firma dell’artista per esteso.
L’opera appartiene al primissimo periodo in cui Hayez fu pensionante del Regno Italico in Palazzo Venezia a Roma (1810- 1817) e rappresenta Giuseppe in carcere che spiega i sogni al coppiere e al panettiere del Faraone. Lo stile e la composizione del quadro rivelano l’influenza iniziale che su Hayez ebbe il poco più vecchio condiscepolo Tommaso Minardi (Faenza 1787- Roma 1871), pittore allergico alla pittura ad olio, ma già allora ammiratissimo maestro di disegno per perfezione di linee e fantasia di composizioni. Era un tempo quello, in cui il giovane Hayez passava i giorni nelle stanze vaticane a copiare appassionatamente gli affreschi di Raffaello. Si noterà che la figura di destra assomiglia non casualmente a Michelangelo, e quella di sinistra presenta una certa parentela con la figura di Leonardo, caposcuola rivali che l’Urbinate aveva raffigurato assieme nella Scuola di Atene mascherati da filosofi antichi. Può essere solo una fantasia, ma può essere anche vero che nel dipinto stiamo osservando un Raffaello giovanetto capace di insegnare qualcosa in più ai due vecchi maestri. È comunque un’allegoria della divina saggezza della gioventù, capace di ammaestrare chi è molto più anziano, al modo di Gesù fanciullo nel Tempio con i dottori della Legge.
TETI AFFIDA ACHILLE AL CENTAURO CHIRONE
Segue in posizione d’onore Teti in atto che dà in educazione suo figlio Achille al centauro Chirone, che Hayez dipinse a Roma nel 1813, per un concorso a Napoli su tema dato. Non solo non vinse, ma non venne nemmeno accettato. A nulla valse la calda raccomandazione di Antonio Canova. Cose che succedevano a Napoli al tempo di Murat e Carolina… Ovvio che il dipinto avrebbe vinto a mani basse qualunque concorso: ogni gruppo di figure rammenta una scultura di Canova, a cui però il colore di Hayez dà una vita e un’illusione di moto impossibile a qualunque marmo. È un quadro neoclassico per soggetto, con memorie della pittura di Pompeo Batoni e degli affreschi pompeiani, ma in cui Hayez è già l’artista che sarà: basta guardare la ninfa seminuda che in basso a destra si china a raccogliere una lancia. È già sorella, per vivacità di carne, delle romantiche e sensuali bagnanti che dipingerà più tardi a Milano.
Questo quadro dovrebbe essere proprio acquistato dal Museo di Capodimonte, se non altro per riparare al torto che fu fatto all’autore, a Napoli, due secoli e una dozzina d’anni fa.

Francesco Hayez, L’Educazione di Achille, 1813, olio su tela, cm 115 x 145.
Collezione W. Apolloni, Roma
UNA TESTA TAGLIATA
A sinistra è un quadretto di piccole dimensioni, ma grandissimo per potenza drammatica e adesione al vero. Rappresenta infatti una testa umana decapitata dal busto, a tutta apparenza quella di un giustiziato alla ghigliottina, dipinta dal vero, con fare veloce sicuro. Una simile pittura, di un orrido che qualche anno prima solo Gericault aveva osato dipingere, ma non esporre, fu presentata da Hayez all’Esposizione di Brera del 1832. Sul blocco di legno dove giace la testa, vi è dipinto lo stemma della Repubblica Veneta, e una scritta dipinta sul bordo del drappo bianco su cui spicca la testa recita: “Generale Carmagnola Tragedia”. È quella scritta dal Manzoni, pubblicata nel 1820, tanto lodata da Goethe, e rappresentata senza successo nel 1828. Dramma generoso di intenti e grondante carità di Patria, che però un poco male si attaglia alla vera figura di Francesco Bussone, capitano di ventura di primo quattrocento e geniale tattico dai clamorosi successi, che fu al servizio prima dei Visconti e poi di Venezia, e che probabilmente si stava preparando a cambiare di nuovo cavallo, come giustamente sospettavano i veneziani. Manzoni riuscì quasi a farne un martire innocente dell’italianità risorgimentale. Hayez invece ritrasse dal vero la testa tagliata di un brigante o di un carbonaro romano, dipinto che tra l’altro era nella collezione di un alto papavero papalino che era stato suo compagno di bisbocce in gioventù.
LA SETE DEI CROCIATI
Segue di fronte il primo bozzetto per La Sete dei Crociati sotto le mura di Gerusalemme, del 1838, per il grandissimo, smisurato quadro (metri 3,63 x 5,89) che al Palazzo Reale di Torino arrivò solo dodici anni dopo, nel 1850, quando il suo committente, re Carlo Alberto, aveva già perso rovinosamente la sua crociata ed era morto in esilio. L’affollatissima composizione, a cui fa da sfondo una Gerusalemme davvero fiammeggiante sotto la canicola, prende spunto da un poema di grande successo d’allora, I Lombardi alla Prima Crociata, di Tommaso Grossi, del 1826, con la cui prima tiratura l’autore, prima alloggiato a casa Manzoni come segretario e amico, potè permettersi di comprare una casa sul lago. Mentre Hayez dipingeva, Giuseppe Verdi trasformava la trama romanzesca di Grossi nella travolgente opera lirica che con lo stesso titolo doveva strappar fama al poema, divenendo una delle colonne sonore del nostro Risorgimento.
GIOAS RE A SETTE ANNI
Teatrale è anche l’ispirazione del Gioas proclamato re nel tempio di Gerusalemme, replica autografa dello stesso soggetto che costituisce una delle più preziose gemme del Museo Revoltella di Trieste. Acquistato recentemente all’asta a Vienna, dove passava come “Anonimo artista storicista del XIX secolo”, questo dipinto è stato pubblicato ed esposto per la prima volta da Fernando Mazzocca ed Elena Lissoni in occasione della mostra Hayez. L’officina del pittore romantico alla Galleria d’Arte moderna di Torino, nel 2023-24.
La storia, tratta dal libro dei Re della Bibbia, racconta di Gioas, bambino incoronato e unto re di Giuda a sette anni dal gran sacerdote Ioiada. Il bambino era stato nascosto infante nel tempio, scampando così alla strage di tutta la famiglia reale ordinata dalla regina Atalia, vedova del re Ioram e nonnastra dello scampato, che regnò così sola per sei anni sul regno di Giuda. Quando il popolo vide il bambino incoronato, si ribellò contro la sanguinaria usurpatrice, oltreché idolatra e per metà fenicia, visto che era figlia della malfamatissima Gezabele. Venuta ad interrompere la cerimonia, essa fu catturata, portata via e trucidata fuori del sacro recinto. Hayez la raffigura a terra in fondo a destra, appena visibile nella sua veste ocra, in mezzo a un concitato gruppetto d’uomini in cui mal si distingue chi l’afferra, chi la vuol tormentare con una lancia, tra due guardie armate che erano probabilmente la sua scorta, ma ora si guardano bene dall’intervenire. Il bambino Gioas è seduto su un trono d’oro posto su tre gradi d’oro, ammantato di porpora ed insignito di corona e lungo scettro. Il trono poggia su un grande basamento di pietra da cui scendono sette gradini. Accanto al bambino è il sommo sacerdote, che arringa il popolo e forse ordina l’allontanamento di Atalia, affinché il suo sangue non contamini la sacralità del Tempio. Attorno stanno i Leviti, tutti vestiti di bianco. Sono la tribù dei discendenti di Levi, figlio di Giacobbe, ed essi erano infatti esclusivamente destinati da generazioni ad espletare tutte le funzioni cultuali e di cura del tempio. Alcuni altri se ne vedono tra il popolo, e un altro gruppo è vicino ad una porta del cortile cintato che dà su un altare fumante ed oltre, al sancta sanctorum. All’interno del cortile, il popolo di Gerusalemme. Uomini, vegliardi e fanciulli, alcune donne molto in disparte, tutti si inchinano ad adorare il loro nuovo re unto del Signore. Le figure sono in tutto oltre una cinquantina.
Il dipinto di Trieste sappiamo fu commissionato dall’ebreo triestino Salomone de Parente (1808-1890), che faceva parte dei fondatori della Società Filotecnica di Trieste che dal 1838, ogni anno e per dieci anni, organizzò l’esposizione triestina di Belle Arti, con concorso di artisti soprattutto lombardi e veneti, ma anche austriaci e tedeschi, con acquisti per le collezioni private cittadine, lotterie con premio di dipinti e commissioni di opere nuove agli artisti di maggior successo. Salomone de Parente aveva esso stesso formato una galleria di opere contemporanee – anche se la sua maggior passione era collezionare edizioni bodoniane – e il quadro del Gioas di Hayez era l’opera di maggior vanto, fu infatti esposta per ben due volte alla mostra annuale: nel 1840 e nel 1842. Viene generalmente datata al 1840, ma v’è chi afferma che de Parente già la possedesse nel 1836. Fu acquistata dal Comune di Trieste nel 1881, quando de Parente e Hayez erano ancora vivi, e la città ancora austriaca.
Non sappiamo chi abbia commissionato la replica di Vienna, anche se quasi certamente si è trattato di un amico o un corrispondente commerciale di Salomone de Parente, che altrimenti non avrebbe certo permesso ad Hayez di riprodurla. Né Hayez avrebbe potuto replicarla senza avere davanti l’originale. Naturale che la cosa non sia stata pubblicizzata, il quadro posseduto da Salomone de Parente a Trieste avrebbe perso non poco del suo prestigio.
AUTORITRATTO DELL’ARTISTA MASCHERATO DA GIULIO ROMANO
In questo piccolo disegno acquarellato, Francesco Hayez rappresenta se stesso nel costume da lui stesso disegnato per poter impersonare l’artista Giulio Romano, nelle cui vesti partecipò il 30 gennaio del 1828 al gran ballo in maschera dato dal conte ungherese Joseph Anton Batthyany nel suo palazzo milanese di Porta Orientale. La serata, che si concluse solo all’indomani, alle 8 del mattino, fu un grande avvenimento mondano che rimase memorabile per decenni nel ricordo dei milanesi. Alla festa intervennero 500 invitati, tutti in costume.
Tra gli invitati, la crema della nobiltà milanese, i maggiorenti dell’amministrazione austriaca, l’aristocrazia della borghesia imprenditoriale. Tutti i costumi furono disegnati da Francesco Hayez, con fondali dipinti da Alessandro Sanquirico in collaborazione con l’architetto Gaetano Brey. Per tutta la sera si alternarono quadriglie in costume ispirate ai Promessi Sposi, all’Otello, alle Crociate, ai montanari scozzesi di Walter Scott, alla corte di Caterina de’ Medici e di Francesco I di Francia, per non dimenticare banditi abruzzesi, cosacchi e greci e romani antichi. In ricordo della festa fu realizzato da Giuseppe Elena un sontuoso volume con 60 litografie colorate.

Francesco Hayez, Autoritratto in costume di Giulio Romano, 1828,
matita, penna e acquerello su carta, cm 19,5 x 19
STUDIO PER LA VOLTA DELLA SALA DELLE CARIATIDI A PALAZZO REALE
Nel 1836, su ordine del Cancelliere, principe di Metternich, Hayez riceveva la commissione per affrescare la medaglia centrale sulla volta della Sala delle Cariatidi nel Palazzo Reale di Milano. Il grande affresco doveva essere terminato prima dell’incoronazione dell’Imperatore Ferdinando I nel Duomo di Milano che avvenne il 6 settembre 1838. Hayez cominciò ad affrescarla i primi di giugno del 1838 e la completò in quaranta giorni. La preparazione del progetto e i disegni risalgono però al 1836, anno durante il quale l’artista dovette portarli a Vienna e presentarli a Metternich, all’imperatore e allo zio di questi, Ludovico d’Asburgo Lorena (1784-1864) del Consiglio Segreto di Stato, che, come disse Metternich ad Hayez era il “vero imperatore”. Il Vicerè del Lombardo-Veneto, Ranieri, brigava per ottenere la prestigiosa commissione al pittore Giuseppe Diotti. Il soggetto, Allegoria dell’ordine politico di Ferdinando I d’Austria, fu elaborato con l’aiuto dell’amico poeta e traduttore dal tedesco Andrea Maffei (1798- 1885). Una parte dell’affresco si era distaccata già nel 1818, il resto sparì nei bombardamenti del 1943 anche se vi è chi ha parlato di un distacco che sarebbe stato fatto nel 1924.
COMUNICATO STAMPA
Valorizzare Milano come Capitale del Romanticismo italiano: è questo l’obiettivo della mostra Ritratti della Milano Romantica che dal 13 novembre al 13 dicembre 2025 sarà ospitata negli ambienti storici di Palazzo Borromeo D’Adda, nel cuore di Milano.
Edificato in stile neoclassico a partire dal 1820 su progetto dell’architetto Girolamo Arganini, il Palazzo Borromeo d’Adda è da sempre un luogo di incontro per artisti e letterati. Giuseppe Parini dedicò al suo allievo Febo d’Adda, figura eminente della vita politica lombarda, la celebre ode Alla Musa. Stendhal, durante il suo soggiorno milanese, rimase affascinato dalla bellezza del palazzo, descrivendolo nella sua autobiografia Vie de Henry Brulard come “una meraviglia di architettura e armonia”.
L’esposizione, che si terrà presso il salone dei ritratti al piano nobile del palazzo, celebra la città nell’epoca in cui, in letteratura, dominava Alessandro Manzoni, in musica Giuseppe Verdi, e in pittura Francesco Hayez, artista che più di ogni altro seppe incarnare lo spirito e la sensibilità romantica.
Dalla collaborazione tra le gallerie W. Apolloni e Brun Fine Art nasce una mostra pensata come omaggio a Milano e al suo straordinario patrimonio culturale ottocentesco. L’unione delle due realtà dà vita a un progetto che invita il pubblico a riscoprire e riflettere sull’attualità di quella stagione artistica.
La mostra
In mostra saranno presentati otto dipinti di Francesco Hayez – tra le pochissime opere ancora in mani private – accanto a otto disegni di grande raffinatezza. Sono alcune delle opere più affascinanti dell’artista, indiscusso interprete del Romanticismo. Nella sua lunga vita è stato protagonista di cambiamenti epocali, testimoniando il passaggio dal Neoclassicismo al Romanticismo. La sua è stata una vita eccezionale sia dal punto di vista personale, sia sul versante di una strepitosa carriera che lo ha visto dialogare con i grandi artisti del suo tempo, cultori, letterati e musicisti.
Celebrato da Giuseppe Mazzini come vate della nazione, ha condiviso con Manzoni e Verdi gli stessi ideali stringendo con loro un rapporto unico, di amicizia e di intesa culturale. “Pittore civile”, interprete dei destini della neonata nazione italiana, capace di estendere il respiro della sua pittura dalla storia all’attualità politica, è stato anche tra i più grandi ritrattisti di tutti i tempi, che ha saputo interpretare con la sua produzione lo spirito della propria epoca. I suoi moltissimi amori e un grande slancio vitale sono documentati dalla sua pittura che ha espresso una serie di valori universali, celebrando la bellezza femminile e la forza dell’amore.
Tra i dipinti esposti spiccano il precoce “Giuseppe spiega i sogni” e “L’educazione di Achille” entrambi realizzati durante il soggiorno di formazione dell’artista a Roma, dove Hayez ha goduto della protezione e dell’amicizia di Canova, straordinario ambiente di incontro internazionale, che gli dischiuse gli ultimi orizzonti dell’esperienza neoclassica. “Gioas re a sette anni”, altra versione del dipinto oggi al Museo Revoltella di Triese, nel quale la rievocazione di un mondo lontano e affascinante, scenario di drammatici eventi di storia antica, è affidata alla resa dei costumi e delle ambientazioni. Un altro piccolo, ma prezioso, dipinto inedito di Hayez è quello della “Maddalena Penitente”, che costituisce un’aggiunta al catalogo dell’artista, relativamente ad un tema come quello della rappresentazione di questo soggetto che, derivato da Canova, è stato da lui prediletto negli anni venti e trenta. Quindi l’opera si inserisce, con accenti assolutamente originali, in una prestigiosa serie che vede il suo inizio nel 1825, quindi nel momento dell’affermazione a Milano come protagonista del movimento romantico.

Francesco Hayez, L’incoronazione di Gioas, 1840 ca., olio su tela, cm 84 x 108.
Collezione W. Apolloni, Roma
È straordinario il bozzetto per “La Sete dei Crociati sotto le mura di Gerusalemme” (1838), la sua opera più ambiziosa e impegnativa, che il pittore aveva programmato come il suo capolavoro, eseguita tra il 1833 e il 1850 e destinata al Palazzo Reale di Torino, dove si può ancora ammirare.
Completa il percorso una statuetta in gesso di Alessandro Puttinati (Verona 1801 – Milano 1872), parte della celebre serie di piccoli ritratti “da scrivania” che l’artista dedicò, a partire dal 1831, ai protagonisti della vita culturale milanese.
L’effigie di Hayez, alta poco meno di 37 centimetri, lo ritrae con pennello e tavolozza alla mano, eppure riesce a restituire una presenza imponente, quasi monumentale, una qualità che richiama il celebre monumento in bronzo di Francesco Barzaghi, eretto accanto al Palazzo di Brera.
Milano città delle arti
“Con Ritratti della Milano Romantica vogliamo restituire alla città la memoria di una stagione straordinaria, in cui arte, musica e letteratura dialogavano tra loro con un’intensità unica”, spiegano i promotori della mostra. “Milano non fu soltanto un centro creativo, ma un vero laboratorio di modernità e sentimento, che continua a ispirarci nella contemporaneità.”
L’esposizione si propone quindi come un viaggio tra opere, volti e atmosfere che raccontano l’identità più autentica della Milano ottocentesca: città colta, appassionata, protagonista del Romanticismo europeo.

Francesco Hayez, Maddalena penitente (ritratto di Carolina Zucchi come Maddalena),
1822 ca, olio su tavola, cm 33.5 x 29. Collezione Brun Fine Art
Elenco delle opere in mostra:
L’utilizzo delle illustrazioni è libero, si prega di indicare la seguente dicitura per l’attribuzione dei crediti:
“Per gentile concessione della Galleria W. Apolloni e della Gallerie Brun Fine Art”.
Informazioni sulla mostra
Titolo: Ritratti della Milano Romantica
Sede: Palazzo Borromeo D’Adda – Via Manzoni 41, Milano
Date: 13 novembre – 13 dicembre 2025
Apertura al pubblico: dal lunedì al sabato, ore 11.00 – 13.00 14.00 -18.00
Ingresso: libero
Mostra promossa da: W. Apolloni e Brun Fine Art
Contatti Galleria W. Apolloni: Via Margutta, 53b, Roma
+39 06 36002216 – info@galleriawapolloni.it – laocoontegalleria.it
Contatti Galleria Brun Fine Art
+39 02 29518031 – info@brunfineart.it – brunfineart.com

Eugene Berman
Il tesoro di Civita Castellana
Gli Album
Autore: Monica Cardarelli
Ed. Italiana e Inglese
Data di pubblicazione: 2024
Formato: cm 24×30 – brossura
Pagine: 734
ISBN: 979-12-81262-01-0
Editore: Edizioni del Laocoonte
Prezzo: € 100,00
In questo secondo volume relativo al nucleo di opere di Eugene Berman conservato presso il Forte Sangallo di Civita Castellana, sono pubblicati 165 album dell’artista, contenenti più di 8.000 fogli di sua mano.
Datati e denominati dallo stesso autore in relazione al loro contenuto, essi sono stati qui raggruppati in quattro grandi sezioni, intitolate nel rispetto dell’originaria denominazione: Varia, Viaggi, Casa/Collezione e Teatro.
La sezione Varia si compone di 23 album contenenti schizzi e disegni preparatori per dipinti, illustrazioni, murales, arredi e progetti architettonici del periodo che va dal 1933 al 1972. La sezione Viaggi è quella più corposa, contando ben 78 album contenenti schizzi e disegni preparatori realizzati dall’artista durante i suoi innumerevoli viaggi, nel periodo compreso tra il 1936 e il 1972. La sezione Teatro, anch’essa assai voluminosa, conta 39 album contenenti schizzi, disegni e progetti preparatori per molteplici opere teatrali e balletti musicali, datati tra il 1936 e il 1972. Infine, la sezione Casa/Collezione riunisce 25 album datati tra il 1960 e il 1970, contenenti note di acquisto, elenchi di gallerie d’arte e antiquari, progetti e schizzi riferiti all’abitazione romana dell’artista in Palazzo Doria Pamphilj e alla sua immensa collezione d’arte.
Il volume ha la natura di un vero e proprio repertorio per immagini, prezioso per rintracciare le fonti di ispirazione dell’artista. L’analisi dei singoli fogli ha infatti reso possibile riconoscere i dipinti, le architetture, i monumenti e i paesaggi che hanno alimentato la fantasia visionaria di Eugene Berman. Alcuni specifici casi sono riportati nei testi introduttivi a ciascuna singola sezione.
Si avvisa che non tutte le immagini del volume sono perfettamente leggibili, sia perché in alcuni schizzi dell’artista il tratto risulta essere estremamente flebile, sia perché la campagna di inventariazione e riproduzione fotografica di ciascun foglio non è stata preceduta da interventi di pulitura o restauro.
In this second volume on the nucleus of Eugene Berman’s works preserved at the Forte Sangallo in Civita Castellana, 165 albums by the artist are published, containing more than 8,000 sheets by his own hand.
Dated and named by the author himself in relation to their content, they have been grouped here into four major sections,
entitled in accordance with the original name: Miscellaneous (Varia), Travels (Viaggi), Home/Collection (Casa/Collezione)
and Theatre (Teatro).
The Varia section consists of 23 albums containing sketches and preparatory drawings for paintings, illustrations, murals, furniture and architectural projects from the period between 1933 and 1972. The Travels section is the most substantial, counting no less than 78 albums containing sketches and preparatory drawings made by the artist during his countless travels between 1936 and 1972. The Theatre section, which is also very voluminous, has 39 albums containing sketches, drawings and preparatory projects for multiple plays and musical ballets, dated between 1936 and 1972. Finally, the Home/Collection section brings together 25 albums dated between 1960 and 1970, containing purchase notes, lists of art galleries and antique dealers, projects and sketches referring to the artist’s Roman home in Palazzo Doria Pamphilj and his immense art collection.
The volume has the nature of a veritable repertory of images, valuable for tracing the artist’s sources of inspiration. The analysis of the individual sheets has in fact made it possible to recognise the paintings, architecture, monuments and landscapes that fuelled Eugene Berman’s visionary imagination. Some specific instances are given in the introductory texts to each individual section.
It should be noted that not all the images in the volume are perfectly legible, both because in some of the artist’s sketches the stroke is extremely faint, and because the inventory and photographic reproduction of each sheet was not preceded by cleaning or restoration work.

Eugene Berman
Il tesoro di Civita Castellana
Autore: Monica Cardarelli
Ed. Italiana e Inglese
Data di pubblicazione: 2024
Formato: cm 24×30 – brossura cartonata
Pagine: 268
ISBN: 9791281262065
Editore: Edizioni del Laocoonte
Prezzo: € 50,00
Nato un anno prima del secolo della modernità, Eugene Berman è morto a Roma a 73 anni, nel 1972. Ha lasciato una straordinaria collezione di tremila pezzi di antichità egizie ed etrusche, africane e precolombiane allo Stato italiano, da quasi cinquant’anni immagazzinata in attesa di un allestimento aperto al pubblico ancora al di là da venire. Ciò che non si sapeva è che tra sarcofagi di terracotta, maschere funerarie egizie e vasetti aztechi, l’intera opera di Eugene Berman artista, rimasta nelle sue mani fino alla morte, giace nelle segrete dell’antico carcere pontificio di Civita Castellana, mai vista e finora mai fotografata. Quasi sessanta dipinti, centinaia e centinaia di disegni sciolti e migliaia di fogli d’album sono qui per la prima volta riprodotti affinché l’Italia conosca finalmente e chiaramente questo artista che ha follemente amato il nostro Paese, tanto quanto ne è stato malamente corrisposto. Nato a San Pietroburgo ha imparato ad amare l’Italia dall’eco che ne veniva dalle architetture di Quarenghi e Rastelli, ispirate a loro volta dalla Venezia di Canaletto e Guardi, dall’universo ideale che Palladio in tutto il Veneto ha edificato per ispirare il mondo. Una cultura raffinatissima, non solo artistica, ma musicale, teatrale nonché una specialissima confidenza con il mondo russo del balletto che egli portò con sé prima in Francia, dove emigrò nel 1919, e poi in America dove, oltre alla sua carriera di pittore, inizia a lavorare come scenografo e costumista spesso sotto l’egida di Stravinsky, suo concittadino e carissimo amico. Si trasferì in Italia nel 1958 dopo la morte della moglie, l’attrice Ona Munson, e poté consolarsi percorrendola in lungo e in largo, alla ricerca delle sue antiche bellezze.
Berman è stato l’ultimo poeta delle nostre gloriose rovine, nelle quali ha profeticamente intravisto quelle moderne che vennero con la guerra, cantandone, con penna e pennello lo struggente senso di bellezza perduta o ancora, inaspettatamente, conservata sottoterra, in attesa di una vanga che la riporti alla luce.