PIETRO GAUDENZI

Pietro Gaudenzi – Gli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri a Rodi

 

Desde el 30 de mayo al 12 de octubre de 2015

Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni y Monica Cardarelli
 
Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Piazza S. Vittoria 2 00022 Anticoli Corrado (RM) www.museoanticoli.it

  Inauguración: Sábado 30 de mayo de 2015 a las 11:30, Giardino pensile di Palazzo Gaudenzi

 

 

1-Mattina-screenDopo una prima tappa alla Galleria del Laocoonte a Roma, la mostra “Pietro Gaudenzi: gli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri a Rodi” approda al Museo di Anticoli Corrado, il borgo amato dagli artisti della prima metà del Novecento per la bellezza del paesaggio e dei modelli locali. Nell’esclusiva cornice del giardino pensile di Palazzo Gaudenzi adiacente al Museo, frequentato negli anni Trenta da alcune delle più importanti personalità dell’arte e della letteratura, verrà presentato il catalogo della mostra, frutto di ricerche inedite sul pittore genovese. Sono completamente perduti gli affreschi eseguiti da Gaudenzi a Rodi. Un recente sopralluogo ha confermato come, dell’importante ciclo di affreschi realizzati nell’estate del 1938, non vi è più nulla, se non le nude pareti al posto dell’opera capitale nella poetica di Gaudenzi. Particolarmente significativa è, dunque, la mostra che dalla romana Galleria del Laocoonte farà tappa al Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Anticoli Corrado dal 30 maggio, composta dai cartoni preparatori degli affreschi, dai disegni, bozzetti ed una tavola ad olio, preliminari della monumentale opera perduta di Pietro Gaudenzi. Il nucleo, significativamente ricomposto dai curatori della mostra, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, è l’ultima testimonianza rimasta delle pitture murali che occupavano due ambienti, la Sala del pane e la Sala della famiglia, del monumentale Castello del Gran Maestro dei Cavalieri di Rodi, ricostruito dagli italiani dal 1936 al 1940. I cartoni a pastello esposti, straordinari per delicatezza di tocco, servirono alla realizzazione dell’opera a fresco. Si tratta di scene di genere o figure ritratte dall’artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado. Guardando la mola di Anticoli, la Semina, la Mietitura, le donne che portano il pane su vassoi o allineato su un’asse portata in equilibrio sul capo, la splendida donna con la pagnotta infiorata, o la giovane con un fascio di spighe, non si può non ricordare la retorica della “Battaglia del Grano” mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi – che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, echeggiante gli affreschi di Rodi, il premio Cremona nel 1940 – sembrano imperturbabili, nella fissità delle loro consuetudini millenarie ed immutabili, all’enfasi trionfalistica del momento. Sono queste opere di un artista schivo, taciturno creatore di un mondo e di un umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l’umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. È la bellezza dell’umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano, con semplicità e finezza sincere. Dopo settantasette anni da che sono stati realizzati nello studio del pittore ad Anticoli, questi cartoni tornano da dove sono venuti, riportando, ferma al 1938, l’immagine intatta delle modelle scelte da Gaudenzi per animare altrove lo spazio incantato e metafisico del paese di Anticoli. Affrescata oltremare, sulle mura di un castello teatrale e fiabesco, fondale da operetta divenuto solida pietra per l’ambizione del “Quadrumviro” Cesare Maria de Vecchi, questa Anticoli dipinta si può vedere ora solo in vecchie foto che danno il senso del tempo trascorso. Le donne dei cartoni invece ci fissano vive, come nel momento in cui posarono. Sono tornate per suscitare in un intero paese la storia del proprio passato in cui esse furono madri o nonne di coloro che ora sono vivi. Per il visitatore sono qui invece, per ridare ad Anticoli quella dimensione precisa di città d’arte in cui la vita quotidiana sembrava messa in atto solo per gli occhi dei pittori che ne fissarono per sempre, nelle loro opere, lo status di capitale del pittoresco italiano.

 

Horarios: Del martes al viernes hora 10:00 – 16:00; sábado y domingo hora 10:00 – 18:00 Entrada: Entera 3 €; reducida 2 €; gratuita para las categorías protegidas y residentes de Anticoli Corrado.

Catálogo: Edizioni Polistampa, Firenze Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli Colaboración para las fichas técnicas por Tonino Coi; ensayos de Luca Pignataro y Marco Fabio Apolloni; escrito autobiografico de Iacopo Gaudenzi. Fotografías de Riccardo Ragazzi

CATALOGO

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OPERE

Cartelloni e Copertine

Artisti Illustratori in Italia per la Pubblicità e l’Editoria

Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni y Monica Cardarelli

 

Galleria Pio Fedi Via dei Serragli n. 99 – 50124 Firenze

Desde el 24 de septiembre al 11 de octubre de 2015 

Horarios: Desde lunes a domingo – 10.00 – 18.00 Ingreso gratuito Catálogo: Edizioni Polistampa, Firenze Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni y Monica Cardarelli Collaboración para las fichas: Valentina Balzarotti, Tonino Coi y Francesco Tetro Introducción de Paola Pallottino Fotografías de Riccardo Ragazzi Inauguración: Miercoles 23 de septiembre de 2015 a las 17.00.

La Galleria del Laocoonte di Roma è orgogliosa di presentare a Firenze, grazie alla collaborazione con la casa editrice Polistampa, nella Galleria Pio Fedi di Via dei Serragli 99, la mostra “Cartelloni e Copertine, Artisti Illustratori in Italia per la Pubblicità e l’Editoria” (dal 24 settembre al 11 ottobre. Orario: 10.00 – 18.00).

L’esposizione riunisce le opere di 16 artisti, una quarantina di bozzetti e studi autografi originali per manifesti pubblicitari e copertine di libri o riviste dal 1910 al 1950. A questi si aggiunge una collezione di ritratti degli artisti stessi, autoritratti oppure ritrattati da altri loro colleghi – Come Giacomo Balla per Duilio Cambellotti, o Lorenzo Viani e Aldo Carpi nel caso di Anselmo Bucci – che vuol fornire una galleria quasi completa delle ispirate fisionomie dei pittori illustratori presenti, quasi a voler trovare nei volti il carattere stesso delle loro opere.  La mostra si concentra sul lavoro preparatorio ed originale, sull’opera unica che dà luogo al manifesto pubblicitario, poi riprodotto e diffuso in migliaia di copie. Si presenta la cartellonistica come un’arte a sé, ma che ha accolto rapidamente i contributi delle avanguardie artistiche trasformandole in stile alla moda, educando le masse al gusto artistico, ma anche gli artisti alle necessità del gusto delle masse, sforzandoli ad essere compresi e a catturare l’attenzione del pubblico senza nessun filtro culturale.

Tra gli artisti più noti è Mario Sironi (1885-1961). In quanto caposcuola a lui spetta la parte del leone, con ben otto sue creazioni, tra tempere, disegni ed un olio su cartone di potente efficacia sintetica. Si va da uno studio per il manifesto della “Mostra della Rivoluzione Fascista” del 1932 alla locandina del film “Scipione l’Africano” di Carmine Gallone del 1937, dal bozzetto di una copertina per la rivista mussoliniana “Gerarchia” al bozzetto per un manifesto della “Medea” di Euripide, interpretata ad Ostia antica nel 1949 da Sarah Ferrati.

Di grande suggestione è il dipinto a olio, memore delle composizioni del periodo futurista. E’ un bozzetto per un manifesto, forse per i Motori d’Aereo Fiat, in cui la sagoma essenziale di un velivolo dalle ali affilate taglia precisa una scia nel cielo notturno.

Secondo per numero di opere presenti è Umberto Brunelleschi (1879-1949), elegante illustratore, scenografo e costumista attivo a Parigi negli ultimi anni della Belle Epoque e tra le due guerre. Di lui si presentano una trionfale pubblicità per la Fiat 508 Balilla del 1932, due studi per il Cacao Van Houten, altri due per un aperitivo, ed infine uno per un ballo in maschera ispirato al ‘700 veneziano per un esclusivo circolo parigino.

Artista poliedrico, illustratore, incisore, pittore, ceramista e disegnatore di mobili, Aleardo Terzi (1870-1943) è noto soprattutto come cartellonista. I suoi bozzetti pubblicitari dai colori squillanti, perfetti collage rifiniti a tempera, celebrano i Grandi Magazzini Mele di Napoli (1910), le famose pastiglie Formitrol (1930) e la popolare Ovomaltina (1930), a tutt’oggi nella condivisa memoria infantile di ognuno.

Rivoluzionario agente di modernità fu Fortunato Depero (1892-1960), che riuscì a trasfondere la capacità di autopromozione e l’impatto delle immagini sintetiche che furono del movimento futurista in funzione del mezzo pubblicitari. Depero stemperò il carattere aggressivo e provocatorio del futurismo originale in senso ironico e giocoso, mutando così lo stile stesso della pubblicità, non solo italiana, del primo dopoguerra. Della seconda metà degli anni venti sono le prime idee, velocemente schizzate a matita rossa e blu, per il Bitter Campari a cui Depero dedicò innumerevoli spiritosissime invenzioni, e per le Matite Presbitero per le quali l’artista escogitò la futuristica trovata di un uomo-lapis, robot e giocattolo, d’indimenticabile suggestione.

Futurista fu anche il pavese Gino Giuseppe Soggetti (1898-1958) di cui è un bozzetto, sempre per il Bitter Campari, grafica sintesi in bianco e nero ispirata dalla tastiera di un pianoforte. “Futursimultanisti” si proclamarono invece Augusto Favalli (1912-1969) e Domenico Belli (1903-1983) che qui collaborano in due tempere per manifesti (1935), una dedicata alla 9a Fiera di Tripoli – “Mostra del Cavallo Arabo, del mehara (dromedario), dello Zebù” – e l’altra per la Seconda Quadriennale di Roma, entrambe influenzate da Sironi, ma leggere e piacevoli nel loro carattere essenziale.

Di ispirazione cubo-futurista, è la solare natura morta con bottiglia, pipa, e bicchiere, dipinto a tempera nel 1934 dal giovane Bruno Munari (1907-1998), il famoso artista designer e poligrafo. E’ uno studio per pubblicità per il Cordial Campari, non caratterizzato da nessuna scritta che lo identifichi, se non dall’enfasi surreale data al motivo della greca stampata entro una fascia a rilievo che gira attorno alla bottiglia, una linea che Munari astrae dal solido dell’oggetto, facendola scorrer via come un’onda grafica, un messaggio di identificazione del prodotto che anche un analfabeta potrebbe leggere.

Di Marcello Dudovich (1878-1962), due tavole, quasi figurini per mode, celebrano la donna audace, più che emancipata, che fu l’ideale costante dell’artista triestino.

Del poliedrico Duilio Cambellotti (1876-1960) è il cartone preparatorio, per un’affissione turistica, dedicato alle Terme di Chianciano accanto al quale si espone il manifesto effettivamente stampato. Di Vittorio Grassi (1878-1958), emulo del precedente, è esposto invece il grande prototipo, ad olio su tela, alto due metri, presentato al concorso per il manifesto ufficiale per l’Esposizione Internazionale di Roma del 1911. Raffigura uno dei Dioscuri del Quirinale sotto un cielo stellato, e si aggiudicò il secondo posto, dopo il vincitore, che fu proprio Duilio Cambellotti.

Ancora una pubblicità, del Campari Soda, mostra una sirena sdraiata sulla sabbia a prendere il sole con la caratteristica bottiglietta a tronco di cono. E’ opera del caustico e brillante disegnatore Enrico Sacchetti (1877-1967), e mostra la sirena a seno nudo, sicuramente una prima versione, un po’ più audace, della pubblicità che fu stampata, in cui la sirena è sdraiata a pancia in giù.

Stessa ambientazione estiva per il prodotto allora concorrente, il Cinzano Soda, con ben altro bagnante, un buffo omino blu che si confonde con il colore del marchio per metà rosso come la bevanda, in un bozzetto di grande dimensioni per un poster inventato e dipinto a tempera (1950) da Raymond Savignac (1907-2002), inconfondibile e divertente affichiste parigino che ha molto lavorato in Italia nel dopoguerra.

Tra le tavole per copertine spicca la serie per la rivista “Le Carte Parlanti” della casa editrice Vallecchi, un tripudio di vulcaniche invenzioni di Mino Maccari, il più spiritoso dei disegnatori italiani del Novecento.

Illustratore bizzarro e inconfondibile fu Raoul Chareun (1889-1949), in arte Primo Sinopico, di cui qui sono tre rare tavole, un elefante che porge un fiore a una farfalla, un trio di buffi scoiattoli su un albero che sta per essere abbattuto e una palestra ginnica animata da omini filiformi che sono l’invenzione più tipica delle sue illustrazioni.

Anselmo Bucci (1887-1955), pittore e scrittore, sviluppò la sua carriera al contrario, dall’avanguardia alla tradizione, ma mantenendo sempre una magistrale eccellenza nel disegno, come mostrano le mani femminili che illustrarono un libro di poesie di Diego Valeri  nel 1915, oppure il ritratto delle sue stesse mani di pittore al lavoro, disegnate forse per ornare il catalogo della mostra dell’Autoritratto italiano tenutasi alla Famiglia Artistica di Milano nel 1916.

Completa la mostra una tavola della pittrice trevigiana Tina Tommasini (1902-1985), un’allegra carta d’Italia con l’indicazione dei vini più famosi delle sue regioni.

Rintracciate sul mercato nel corso degli anni, queste opere, con la loro stessa capacità di richiamo rimasta intatta dagli anni in cui furono create, ma arricchite anche dal fascino del secolo trascorso e della storia passata d’Italia che esse aiutano a raccontare, si propongono al pubblico in generale, e ai collezionisti in particolare, come oggetti di ammirazione e di possesso proprio in coincidenza con la Biennale d’antiquariato di Firenze, quando la città, almeno per l’arte, torna ad essere un po’ capitale d’Italia.

La Laocoonte

ARTEFIERA 2016

Ad Arte Fiera 2016 verrà presentata un’eccezionale opera d’arte in bronzo, creata dalla scultrice Lea Monetti: “La Laocoonte” o “Laocoonte Madre”, una versione femminile del famoso gruppo marmoreo ellenistico scoperto a Roma nel 1506 e conservato ai Musei Vaticani.

Come il Laocoonte antico è stato portato alla luce dal sottosuolo, così “La Laocoonte” è venuta fuori dal profondo dell’artista che, affrontando una sfida al limite del possibile, rischiosa per la propria immagine di scultrice e di donna, ha saputo trovare in sé le forze per trionfare sulle innumerevoli difficoltà tecniche, raggiungendo un’intensità di ispirazione che pone l’opera infine realizzata al sicuro da ogni accusa di facile parodia. Ritornando anzi al senso originario della parola greca, “La Laocoonte” è una parodìa, letteralmente “un canto nuovo”, una nuova celebrazione di un mito antichissimo, da un punto di vista tutto diverso: quello della donna, della madre e dell’artista donna e madre che difende le proprie figlie, le proprie creazioni contro ogni difficoltà, contro l’invidia e la cattiveria degli Dei.

In questo senso, secondo questa allegoria sussurrata dall’inconscio direttamente alle sue mani, Lea Monetti non poteva non fare della propria “Laocoonte” altro se non una madre trionfante: la sua madre antica resiste ai serpenti trovando nella compassione per le sue creature la risorsa di una forza straordinaria così come alle madri ordinarie capita, toccando vertici di energia miracolosa, in casi di pericolo estremo. “La Laocoonte” non leva gli occhi al cielo sprecando il proprio sguardo tragico in un’inutile ricerca di divinità da impietosire, ma guarda alla sofferenza di una figlia e in essa vede ciò che la spinge a liberarsi del mortale groviglio che la vorrebbe soffocare e uccidere.

L’opera nasce da un’idea suggerita all’artista da Marco Fabio Apolloni, antiquario, critico d’arte e scrittore, fondatore, assieme a sua moglie Monica Cardarelli, della “Galleria del Laocoonte” di Roma, una galleria specializzata in arte figurativa italiana del primo Novecento, in cui sono ammessi ad esibire solo pochi artisti contemporanei capaci di misurarsi in modo originale con la tradizione classica della civiltà artistica del nostro paese.

La galleria prende il nome dalla presenza nei suoi locali di una grande scultura marmorea raffigurante il Laocoonte, una versione manierista del gruppo classico del fiorentino Vincenzo de’ Rossi (1525-1587), autore delle “Fatiche d’Ercole che sono nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio.

E’ infatti a Firenze, a Palazzo Medici Riccardi dov’era in corso una personale della scultrice, nell’aprile del 2013, che Apolloni ha incontrato per la prima volta Lea Monetti, e dove, colpito dalla potenza delle sculture di lei e forse dalle antiche suggestioni di un luogo tanto importante per il Rinascimento italiano, le ha subito proposto di creare per lui e la propria galleria una Laocoonte donna.

Lea Monetti ha accettato la commissione con un entusiasmo sempre più trascinante, creando di furia i primi bozzetti e affrontando una lunga elaborazione dell’opera finale che è stata poi finalmente fusa a Pietrasanta nell’estate del 2015.

Il gruppo bronzeo è una figura terzina cioè grande un terzo del vero e a Bologna si espone la prova d’artista, patinata all’antica. Dell’opera saranno prodotti solo otto esemplari, ognuno con una patina diversa – ad esempio: color terracotta, terracotta policroma, bianco marmo, patina scura e oro – così da rendere ciascun pezzo assolutamente unico.

Assieme alla scultura saranno esposti anche i bozzetti che hanno portato alla sua realizzazione e una formidabile testa della Laocoonte, ritratto della Madre per la quale Lea Monetti ha preso ispirazione scegliendo per soggetto, ma trasfigurandola, la mobile fisionomia di Claudia Contin, famosa come formidabile interprete della maschera di Arlecchino sulle scene di tutto il mondo.

Nel presentare l’arte di Lea Monetti a Bologna la Galleria del Laocoonte si è amichevolmente associata con la Galleria di Maurizio Nobile, da trent’anni incisiva presenza nel settore dell’antiquariato e del collezionismo di oggetti d’arte, databili fino al XXI secolo, che proporrà dal 23 gennaio all’1 febbraio la mostra “Eva contro Eva” presentando due opere della scultrice toscana al centro della quale sarà il confronto tra due versioni di Eva: un’Eva Mitica, opera esposta durante l’Expo 2015, rappresentata mentre siede pensierosa su un cumulo di torsoli di mela, quasi a significare che il suo peccato non sia possibile da scontare, perché costantemente ripetuto, e un’ Eva contemporanea, Eva 2000, che combatte contro la quotidianità di una vita sempre più frenetica e che sarà riconoscibile dal corredo tipicamente femminile posto ai piedi della scultura, che invita anch’essa ad una riflessione sul ruolo della donna tra innocenza e colpevolezza.

INFORMACIÓN ÚTIL: TÍTULO EVENTO: LA LAOCOONTE PRESENTACIÓN EN EXCLUSIVA DE LA OBRA DE LEA MONETTI COMISARIOS/AS: MARCO FABIO APOLLONI y MONICA CARDARELLI SEDE EXPOSITIVA: STAND B17 PADIGLIONE 26 – ARTEFIERA BOLOGNA CONFERENCIA PRENSA: 21 de ENERO de 2016, HORA 11.00, EN LA SEDE DE LA GALLERIA MAURIZIO NOBILE INAUGURACIÓN: 28 de ENERO de 2016 FECHAS DE LA EXPOSICIÓN EN ARTEFIERA: DESDE EL 29 DE ENERO AL 1 DE FEBRERO DE 2016 INFO Y CONTACTOS: GALLERIA DEL LAOCOONTE: VIA MONTERONE 13, 13A -00186 – ROMA TEL: +39 0668308994, laocoontegallery@libero.it www.laocoontegalleria.it   TÍTULO EVENTO: “EVA CONTRO EVA” DELL’ARTISTA LEA MONETTI SEDE EXPOSITIVA: GALLERIA MAURIZIO NOBILE VIA SANTO STEFANO, 19/A, BOLOGNA CONFERENCIA PRENSA: 21 DE ENERO DE 2016, HORA 11.00, EN LA SEDE DE LA GALLERIA MAURIZIO NOBILE INAUGURACIÓN EN LA GALLERIA NOBILE: 23 DE ENERO DE 2016, HORA 18.00 FECHAS DE APERTURA: DESDE EL 23 DE ENERO AL 1 DE FEBRERO DE 2016 HORARIO: MARTES-SÁBADO DESDE LAS 11.00 A LAS 19.00

Il Manifesto

La Laocoonte di Lea Monetti - Presentazione ad ArteFiera 2016

Le opere

Frieze Master 2016

“Frieze Master 2016”

Desde el 6 al 9 de octubre de 2016 Regent’s Park, London, UK

Artistas presentes en la feria:

Giacomo Balla Leonardi Leoncillo Marino Marini Alberto Savinio

Artistas presentes en la galería:

Severini Gino Guerrini Giovanni Morbiducci Publio Chini Galileo Andreotti Libero Tamburi Orfeo Funi Achille Basaldella Mirco Leonardi Leoncillo Cambellotti Duilio Martini Alberto Carena Felice Grassi Virgilio Balla Giacomo Sironi Mario Savinio Alberto

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La Seduzione dell’Antico

La seduzione dell’antico

Da Picasso a Duchamp, da De Chirico a Pistoletto

21 de Febrero de 2016 – 26 de junio de 2016   Inauguración: sábado 20 de febrero de 2016   Ente Organizador: ayuntamiento de Ravenna – Asesorado por Cultura, MAR , Ravenna

Ingreso: € 9 entero; € 7 reducido y grupos; € 4 estudiantes, academia, universidad y profesores; € 5 Audioguía

 

Horarios: hasta el 31 de marzo martes – viernes 9-18 sábado y domingo 9-19 cerrado el lunes / Closed on Mondays

Desde el uno de abril: martes – jueves 9-18 viernes 9-21 sábado y domingo 9-19 cerrado el lunes. La billetería cierra una hora antes de las aberturas estivas 9-19 Pascua, Lunes de pascua, 25 de abril, 1° de mayo, 2 de junio.

Días  de cierre: Lunes

 

Sede: Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna

 

“Quel non so che di antico e di moderno….” lo scriveva Carlo Carrà in un tempo in cui, dopo la stagione futurista, era ormai rivolto ad un ripensamento del passato avviato con ‘Parlata su Giotto’ e ‘Paolo Uccello costruttore’.

Un pensiero che ormai andava diffondendosi anche oltre i confini, ambiguamente definito il ‘ritorno all’ordine’ dopo le ‘avventurose’ sortite delle avanguardie che avevano segnato il primo Novecento fino agli anni della Grande Guerra.

Ma se la fase delle avanguardie storiche non poteva dirsi conclusa, almeno fino all’entrata in scena del Surrealismo, col manifesto del 1924, il clima storico era profondamente mutato, come stanno a documentare i cambiamenti di rotta di diversi protagonisti di quelle stesse avanguardie.

La mostra, realizzata grazie al prezioso sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, esamina quanto insopprimibile sia stato il richiamo dell’ “antico” lungo tutto il ‘900. Il secolo che all’insegna del ‘nuovo’ ha visto le avanguardie dei primi decenni e quindi le neoavanguardie del secondo dopoguerra, protagoniste della scena artistica internazionale, e alle quali anche la critica, Musei, Fondazioni e un mercato sempre più determinante, hanno rivolto le maggiori attenzioni.

Questa mostra, ripercorrendo la storia del secolo scorso con uno sguardo diverso, mira a documentare artisti e vicende che testimoniano l’attenzione all’ “antico” non solo degli artisti che non sono stati partecipi delle ricerche e delle trasgressioni delle avanguardie, ma anche di molti che senza rinnegare la loro appartenenza a movimenti, gruppi, tendenze innovative, hanno attinto, in modi diversi, alla memoria storica.

Una memoria ripresa talora come restituzione moderna di modelli dell’antico, magari fino all’esplicita citazione; oppure in forma evocativa, o ancora, come pretesto per una rilettura inedita o uno sguardo disincantato rivolto a opere e figure mitizzate del passato per contestualizzarle in una contemporaneità all’apparenza quanto più lontana dalla tradizione. Fino alle operazioni più disincantate e dissacratorie condotte da alcuni artisti.

Da protagonisti come De Chirico, Morandi, Carrà, Martini, Casorati, al periodo cruciale del ‘ritorno all’ordine’ fra le due guerre, col ‘Novecento’ di Margherita Sarfatti e Sironi figura dominante, fino al cosiddetto ‘Realismo magico’, ma anche alle versioni diversissime del ‘neobarocco’, da Scipione a Fontana a Leoncillo; figure come Guttuso e Clerici, quindi la stagione della Pop Art, con Schifano, Festa, Angeli, Ceroli, e quindi, nel pieno dell’Arte Povera, Paolini e Pistoletto.

E ancora, da Salvo ad Ontani, da Mariani a Paladino. Con una presenza rilevante di stranieri quali Duchamp, Man Ray, Picasso, Klein, per citare solo pochi nomi.

La Laocoonte di Lea Monetti

LA LAOCOONTE DI LEA MONETTI

A CARGO DE LA GALLERIA DEL LAOCOONTE

 

DESPUÉS DE LA EXPOSICIÓN EN LA  ARTE FIERA 2016 DE BOLOGNA LA EXPOSICIÓN SE INAUGURARÁ EN LOS LOCALES DE LA GALLERIA

INAUGURACIÓN MARTES 8 DE MARZO DE 2016 A LAS 18:00   Horarios: desde martes a sábado – 10.00-13.00/ 15.30-19.30 Ingreso gratuito   LA EXPOSICIÓN

In occasione del prossimo 8 marzo verrà presentata, presso la Galleria del Laocoonte di Roma, una eccezionale opera d’arte in bronzo, creata dalla scultrice Lea Monetti. Frutto di una meditazione sulla scultura che dà il nome alla galleria, variante manierista del famoso gruppo antico del Vaticano, vertice estremo dell’arte della scultura e pietra di paragone di ogni eccellenza, l’artista contemporanea, scultore fedele alla mimesi figurativa, ha osato creare “La Laocoonte” o “Laocoonte Madre”, una versione tutta femminile del famoso marmo ellenistico.

 

Come il Laocoonte antico è stato portato alla luce dal sottosuolo, “La Laocoonte” è scaturita dal profondo dell’artista che, affrontando una sfida al limite del possibile, rischiosa per la propria immagine di artista e di donna, ha saputo trovare in sé le forze per trionfare sulle innumerevoli difficoltà tecniche, raggiungendo un’intensità di ispirazione che pone l’opera realizzata al sicuro da ogni accusa di facile parodia. Ritornando anzi al senso originario della parola greca, “La Laocoonte” è davvero una parodia, letteralmente, “un canto nuovo”, celebrazione nuova di un mito antichissimo, da un punto di vista tutto diverso: quello della donna, della madre e dell’artista donna e madre che difende le proprie figlie, le proprie creazioni, contro ogni difficoltà, contro l’invidia e la cattiveria degli Dei.

 

Secondo questa allegoria sussurrata dall’inconscio direttamente alle sue mani, Lea Monetti non poteva fare della propria “Laocoonte” altro che una madre trionfante: la sua madre antica resiste ai serpenti, trovando nella compassione per le sue creature la risorsa di una forza straordinaria così come alle madri ordinarie capita, toccando vertici di energia miracolosa, in casi di pericolo estremo. “La Laocoonte” non guarda al cielo sprecando il proprio sguardo tragico in un’inutile ricerca di divinità da impietosire, ma guarda alla sofferenza di una delle figlie e in essa trova la sovrumana sollecitudine che la spinge a liberarsi del mortale groviglio che la vorrebbe soffocare e uccidere.

 

L’opera nasce da un’idea suggerita all’artista da Marco Fabio Apolloni, antiquario, critico d’arte e scrittore, fondatore, assieme a sua moglie Monica Cardarelli, della “Galleria del Laocoonte” di Roma, una galleria specializzata in arte figurativa italiana del primo Novecento, in cui sono ammessi ad esibire solo pochi artisti contemporanei capaci di misurarsi in modo originale con la tradizione classica della civiltà artistica del nostro paese.

 

Come già accennato, la galleria prende il proprio nome e la propria linea ispiratrice dalla presenza nei suoi locali di una grande scultura marmorea raffigurante il Laocoonte, una versione manierista del gruppo classico del fiorentino Vincenzo de’ Rossi (1525-1587), autore delle “Fatiche d’Ercole esposte nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio.

 

E’ infatti a Firenze, a Palazzo Medici Riccardi dov’era in corso una personale della scultrice, nell’aprile del 2013, che Marco Fabio Apolloni ha incontrato per la prima volta Lea Monetti, e dove, colpito dalla potenza delle sculture di lei e forse dalle antiche suggestioni di un luogo tanto importante per il Rinascimento italiano – qui Michelangelo ragazzo studiava sotto lo sguardo benevolo di Lorenzo il Magnifico – le ha subito proposto di creare per lui e la propria galleria una Laocoonte donna.

 

Lea Monetti ha accettato la commissione con un entusiasmo sempre crescente, creando di furia i primi bozzetti e affrontando una lunga elaborazione dell’opera finale che è stata poi finalmente fusa a Pietrasanta nell’estate del 2015.

 

Il gruppo bronzeo è una figura terzina, cioè grande un terzo del vero e in galleria si espone la prova d’artista, patinata all’antica. Dell’opera saranno prodotti solo otto esemplari, ognuno con una patina diversa – ad esempio: color terracotta, terracotta policroma, bianco marmo, patina scura e oro – così da rendere ciascun pezzo assolutamente unico. Solo a titolo esemplificativo sono esposti dei calchi patinati per rendere l’idea del futuro prodotto finito.

 

Assieme alla scultura saranno esposti anche i bozzetti che hanno portato alla sua realizzazione e una viva testa della Laocoonte, ritratto della Madre, per la quale Lea Monetti ha preso ispirazione scegliendo per soggetto, ma trasfigurandola, la mobile fisionomia di Claudia Contin, famosa come interprete della maschera di Arlecchino, unica donna, sulle scene di tutto il mondo.

La Laocoonte di Lea Monetti - INVITO INAUGURAZIONE 8 MARZO

Cartelloni e Copertine

Cartelloni e Copertine

Artisti Illustratori in Italia per la Pubblicità e l’Editoria

A cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli

 

Dopo l’esposizione nella Galleria Pio Fedi di Firenze la mostra verrà inaugurata nei locali della galleria

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Disegni del 900

Disegni del 900

Desde el 16 de septiembre al 6 de noviembre de 2015

Primavera 2015

Epifanie di Primavera

Se la primavera è rinascita della vita dopo l’apparenza di morte dell’inverno, nessuno tra i quadri qui esposti può annunciarla meglio della fortunosa salvazione dell’infanzia celebrata dal coloratissimo pennello di Armando Spadini.

Una festa di bellezza femminile, sulle rive di un Nilo trasfigurato in laziale fiume d’Arcadia, accoglie la nuova fortunata esistenza di Mosè, esso stesso seme e germoglio della primavera di un popolo nuovo. Ed è davvero incarnazione della primavera, sotto la cui pelle di petalo pare scorrere linfa anzichè sangue, la nuda giovane donna di Ferruccio Ferrazzi, giovane sempre, come solo una natura della divinità può esserlo.

Ci sarebbe piaciuto, per celebrare il momento stagionale con le nostre preferenze figurative, presentarvi ogni opera come un epifania primaverile, ma non è stato possibile: la magica Notte di San Giovanni di Corrado Cagli coincide con il solstizio d’estate, tra il 23 e il 24 giugno. La Natura Morta di De Pisis, con la sua zucca variopinta e i suoi terrosi funghi coincide incontrovertibilmente con l’autunno. I frammenti archeologici di Sironi, soprevvissuti alla rovina di un mondo da lui stesso creato in figura, inchiodano questo geniale archeologo della sua stessa arte perduta ad un unica data, oltre alla quale egli soprevvisse, quella del 25 luglio. Eppure tutto ciò che presentiamov appartiene ad una primavera artistica del nostro paese, allmeno così essa appare a noi, a guardarla dopo una tumultuosa estate, un autunno marcescente, ora, in quel che pare un nuovo inverno della nostra storia. Inverno di idee, di talenti, di belle figure. L’omaggio alla primavera passata ci sembra il miglior modo per auspicare una nuova fioritura.

La muestra estará abierta a partir del 22 de abril del 2015, en la Galleria del Laocoonte, Via Monterone 13.

Lunes cerrado.

Horario mar.-sáb. 10-13, 15,30-19.

 

Catálogo en preparación. Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni y Monica Cardarelli.

 

Galleria del Laocoonte: Via Monterone 13/13 A – 00186 Roma | Tel. 06 68308994 | laocoontegallery@libero.it

Invito-mostra-Primavera-2015

Pietro Gaudenzi

GLI AFFRESCHI PERDUTI DEL CASTELLO DEI CAVALIERI DI SAN GIOVANNI A RODI

di PIETRO GAUDENZI (Genova 1880 – Anticoli Corrado 1955)

 

Sono completamente perduti gli affreschi del Castello dei Cavalieri a Rodi realizzati da Pietro Gaudenzi. Il recente sopralluogo ha confermato come, dell’importante ciclo di affreschi realizzati dal maestro nell’estate del 1938, non vi è più nulla, se non le nude pareti al posto dell’opera capitale nella poetica di Gaudenzi.   Particolarmente significativa è, dunque, la mostra che la Galleria del Laocoonte presenta a Roma dal 1° di ottobre, composta dai cartoni preparatori degli affreschi, dai disegni, bozzetti ed una tavola ad olio, preliminari della monumentale opera perduta di Pietro Gaudenzi. Il nucleo, significativamente ricomposto dai curatori della mostra, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, è l’ultima testimonianza rimasta delle pitture murali che occupavano due ambienti, la Sala del pane e la Sala della famiglia, del monumentale Castello sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943. Pertanto, la rassegna dedicata agli affreschi di Gaudenzi a Rodi, vuole essere anche un risarcimento alla memoria dell’autore.

Le pitture originarie, documentate da foto d’epoca e da un cinegiornale Luce, si trovavano al secondo piano, in sale che oggi sono escluse dalla visita. Le pareti, attualmente, mostrano solo i nudi blocchi di arenaria di cui sono composte: le pitture sono scomparse senza speranza. Inoltre, la parete divisoria delle sale è stata abbattuta al fine di comporre un unico ambiente, mentre i mosaici del pavimento rimangono invisibili sotto una pedana di legno coperta di moquette.

Per la prima volta, si presentano pubblicamente i cartoni a pastello, straordinari per delicatezza di tocco, che servirono alla realizzazione dell’opera a fresco. Si tratta di scene di genere o figure ritratte dall’artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado. Guardando la mola di Anticoli, la Semina, la Mietitura, le donne che portano il pane su vassoi o allineato su un’asse portata in equilibrio sul capo, la splendida donna con la pagnotta infiorata, o la giovane con un fascio di spighe, non si può non ricordare la retorica della “Battaglia del Grano” mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi – che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, echeggiante gli affreschi di Rodi, il premio Cremona nel 1940 – sembrano imperturbabili, nella fissità delle loro consuetudini millenarie ed immutabili, all’enfasi trionfalistica del momento. I due cicli costituiscono una delle opere estreme dell’arte del Ventennio, ma diversa per lirica astrazione da tanto brutale muralismo di propaganda.

La GALLERIA DEL LAOCOONTE presenta, così, una rassegna di considerevole valore artistico di un maestro ancora troppo misconosciuto del Novecento italiano, e promuove, al contempo, un’iniziativa che è anche testimonianza storica.

Il progetto nacque per il più ridente angolo del nostro effimero Impero coloniale, l’incantevole isola di Rodi, che fu sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943. Il fascismo aveva modernizzato Rodi eleggendola a vetrina turistica e paragone d’eccellenza architettonica e urbanistica, sotto il governatorato di Mario Lago (1923-1936), giolittiano di formazione, che fu capace di armonizzare la presenza italiana con le comunità greca, turca ed ebraica sefardita, le quali concorrevano alla delicata miscela culturale dell’Isola delle Rose – rodon è rosa in greco antico – che la Seconda Guerra Mondiale ha distrutto per sempre.

Nel 1936 però, volle farsi nominare Governatore di Rodi – e Mussolini fu ben lieto di assecondarlo per toglierselo dai piedi – Cesare Maria De Vecchi (Casal Monferrato 1884-Roma 1959), conte di Val Cismon per meriti militari, già Ras di Torino e Governatore della Somalia.

Retorico, autoritario ed intollerante, laddove il suo predecessore era stato, prudente, razionale e liberale, il nuovo governatore elesse sua maggiore impresa la ricostruzione del Castello dei Cavalieri di Rodi. Forse tempio greco, poi fortezza bizantina, il castello fu costruito dall’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni che dovettero abbandonare l’isola ai Turchi nel 1522. Nel 1856 era stato distrutto dall’esplosione accidentale di una polveriera e adattato a carcere. Mario Lago avrebbe voluto restaurarlo per valorizzarlo come “superbo rudere”, De Vecchi invece volle ricostruirlo completamente, ottenendo un castello “nuovo”, quasi un fondale operistico o una scenografia cinematografica in cui ci si sorprende a toccare vera pietra e non cartone. L’ambiziosa opera, portata a termine in soli tre anni, costò 30 milioni di lire d’allora. Cinquecento tagliapietra e scalpellini furono fatti venire dalla Puglia, squadre di mosaicisti da Firenze e da Venezia per restaurare e mettere in opera nei pavimenti gli antichi mosaici trovati negli scavi archeologici di Coo. L’effetto è maestoso e straniante, gli inglesi che occuparono l’isola fino al ’47 lo descrissero come “a fascist Folly”, oggi è il monumento più visitato di tutta Rodi.

Ancora più atemporali sono i cartoni e le figure della sala della famiglia: una Visitazione e la grande Natività. Lo sposalizio, o meglio il banchetto di nozze è invece il soggetto di una grande tavola dipinta ad olio che però potremmo definire piccolo bozzetto, se pensiamo al precedente “Sposalizio”, di cui il nostro è un eco, che Gaudenzi presentò alla biennale di Venezia del 1932: era alto due metri e mezzo e lungo sette metri. Fu pagato 130mila lire e acquistato dal Senatore Borletti di Milano. Oggi non sappiamo che fine abbia fatto. Di quest’opera capitale nella poetica di Gaudenzi in galleria sarà mostrata su uno schermo la documentazione fotografica, in scatti d’epoca in bianco e nero. Tanto l’aveva cara che egli la replicherà, e non certo per pigrizia, in una delle pareti della Sala della famiglia a Rodi. Nozze di Cana senza miracolo, o pranzo nuziale di Maria e Giuseppe se avessero potuto permetterselo, Gaudenzi presenta la festa con la ieraticità di una storia sacra. Il fatto è che ci mette del suo: sposatosi nel 1909 con la bella modella anticolana Candida Toppi, ne farà, assieme ai quattro figli avuti da lei, il soggetto costante della sua pittura, allora tardo impressionistica. Due figli morirono piccoli e l’epidemia di spagnola portò via Candida. Si risposò con Augusta, sorella della moglie, venuta a Milano per badare ai nipoti orfani. Da lei ebbe Maria Candida e Jacopo. Non per maniera Gaudenzi è pittore della maternità e degli affetti familiari. Si ha la forte impressione che egli abbia trovato nella pittura e saputo trasmetterne la consapevolezza a chi la guarda ciò che è impossibile: che vi sia un luogo dove i vivi e i morti che si sono amati possano convivere senza stupore, ma officiando i gesti della vita di tutti i giorni.

Schivo, taciturno creatore di un mondo e di un umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l’umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. E’ la bellezza dell’umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano. Con semplicità e finezza sincere.

La muestra estará abierta a partir del 1 de octubre de 2014, en la Galleria del Laocoonte, Via Monterone 13.

 

Lunes cerrado. Horario: mar.-sáb. 10-13, 15,30-19.

 

Catálogo en preparación. Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni y Monica Cardarelli, fichas de Tonino Coi.

 

Departamento de prensa: Rosi Fontana Press & Public Relations,info@rosifontana.it

Galleria del Laocoonte

Via Monterone 13/13 A

00186 Roma

Tel. 06/68308994

www.laocoontegalleria.it

laocoontegallery@libro.it

Horario: martes – sábado 10:00 -13:00, 15:30 -19:30.

GaudenziMostra-gli-affreschi-nascosti-del-castello-dei-cavalieri-di-rodi

Libero Andreotti – Antologia di un grande scultore del ‘900

Libero Andreotti

Antologia di un grande scultore del ‘900

Del 1 al 6 de octubre de 2014 En ocasión de la Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma en Palazzo Venezia, stand E4  

La Galleria del Laocoonte presenta una eccezionale raccolta di diciassette opere dello scultore Libero Andreotti, tra i massimi del nostro ‘900. Tredici bronzi, dalla minuscola danzatrice del 1907 alla monumentale Giustizia del 1932, sono una ricca antologia del suo fare artistico, dall’erotismo di inizio secolo fino all’astratta ieraticità che tramuta la Giustizia in divinità arcaica destinata al nuovo Tribunale di Milano. Oltre ad un rilievo in cera e a due disegni di grande formato, vi è anche una rara scultura in marmo di Candoglia, “La Vigne” ovvero Baccante con Bacchino ubriaco, meditazione ispirata e leggera sulle sculture di Maillol e sul non-finito michelangiolesco.

 

Libero Andreotti (Pescia 1875 – Firenze 1933)

Di umili origini, illustratore autodidatta, sempre affamato, Andreotti scopre la scultura a Firenze nel 1904, a quassi trent’anni, mettendosi per caso a lavorare la creta. Già nel 1905 si trasferisce a Milano dove il gallerista Alberto de Grubicy vorrà l’esclusiva dei suoi lavori. Rescisso il contratto, lo scultore si trasferisce a Parigi, dove il famoso sarto Worth lo introduce nel bel mondo. Un periodo di grande successo che si interrompe quando dovrà lasciare la Francia per via della guerra del ’14. Rientrato a Firenze, mutato stile, si lega all’influente critico Ugo Ojetti, che vedrà in lui il continuatore dell’antica tradizione scultorea italiana. Titolare di cattedra nel 1920, sposa nel ’23 la sorella del pittore Aldo Carpi, aderendo agli ideali religiosi di quest’ultimo. E’ la stagione dei monumenti ai caduti e della vittoria al concorso per la Pietà di S.Croce che gli valse non poche critiche. Muore nel 1933 lasciando come ultima opera il gruppo di Affrico e Mensola.

Andreotti-copertina-web

Pietro Gaudenzi

GLI AFFRESCHI PERDUTI DEL CASTELLO DEI CAVALIERI DI SAN GIOVANNI A RODI di PIETRO GAUDENZI (Genova 1880 – Anticoli Corrado 1955)
 
Sono completamente perduti gli affreschi del Castello dei Cavalieri a Rodi realizzati da Pietro Gaudenzi. Il recente sopralluogo ha confermato come, dell’importante ciclo di affreschi realizzati dal maestro nell’estate del 1938, non vi è più nulla, se non le nude pareti al posto dell’opera capitale nella poetica di Gaudenzi.
 
Particolarmente significativa è, dunque, la mostra che la Galleria del Laocoonte presenta a Roma dal 1° di ottobre, composta dai cartoni preparatori degli affreschi, dai disegni, bozzetti ed una tavola ad olio, preliminari della monumentale opera perduta di Pietro Gaudenzi. Il nucleo, significativamente ricomposto dai curatori della mostra, Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, è l’ultima testimonianza rimasta delle pitture murali che occupavano due ambienti, la Sala del pane e la Sala della famiglia, del monumentale Castello sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943. Pertanto, la rassegna dedicata agli affreschi di Gaudenzi a Rodi, vuole essere anche un risarcimento alla memoria dell’autore.
 

Le pitture originarie, documentate da foto d’epoca e da un cinegiornale Luce, si trovavano al secondo piano, in sale che oggi sono escluse dalla visita. Le pareti, attualmente, mostrano solo i nudi blocchi di arenaria di cui sono composte: le pitture sono scomparse senza speranza. Inoltre, la parete divisoria delle sale è stata abbattuta al fine di comporre un unico ambiente, mentre i mosaici del pavimento rimangono invisibili sotto una pedana di legno coperta di moquette.

Per la prima volta, si presentano pubblicamente i cartoni a pastello, straordinari per delicatezza di tocco, che servirono alla realizzazione dell’opera a fresco. Si tratta di scene di genere o figure ritratte dall’artista nello svolgimento di umili occupazioni quotidiane nelle strade e nelle campagne di Anticoli Corrado. Guardando la mola di Anticoli, la Semina, la Mietitura, le donne che portano il pane su vassoi o allineato su un’asse portata in equilibrio sul capo, la splendida donna con la pagnotta infiorata, o la giovane con un fascio di spighe, non si può non ricordare la retorica della “Battaglia del Grano” mussoliniana, ma le figure di Gaudenzi – che pure sul tema vincerà anche, con un suo trittico dipinto, echeggiante gli affreschi di Rodi, il premio Cremona nel 1940 – sembrano imperturbabili, nella fissità delle loro consuetudini millenarie ed immutabili, all’enfasi trionfalistica del momento. I due cicli costituiscono una delle opere estreme dell’arte del Ventennio, ma diversa per lirica astrazione da tanto brutale muralismo di propaganda.

La GALLERIA DEL LAOCOONTE presenta, così, una rassegna di considerevole valore artistico di un maestro ancora troppo misconosciuto del Novecento italiano, e promuove, al contempo, un’iniziativa che è anche testimonianza storica.

Il progetto nacque per il più ridente angolo del nostro effimero Impero coloniale, l’incantevole isola di Rodi, che fu sede del Governatorato italiano del Dodecaneso dal 1912 al 1943. Il fascismo aveva modernizzato Rodi eleggendola a vetrina turistica e paragone d’eccellenza architettonica e urbanistica, sotto il governatorato di Mario Lago (1923-1936), giolittiano di formazione, che fu capace di armonizzare la presenza italiana con le comunità greca, turca ed ebraica sefardita, le quali concorrevano alla delicata miscela culturale dell’Isola delle Rose – rodon è rosa in greco antico – che la Seconda Guerra Mondiale ha distrutto per sempre.

Nel 1936 però, volle farsi nominare Governatore di Rodi – e Mussolini fu ben lieto di assecondarlo per toglierselo dai piedi – Cesare Maria De Vecchi (Casal Monferrato 1884-Roma 1959), conte di Val Cismon per meriti militari, già Ras di Torino e Governatore della Somalia.

Retorico, autoritario ed intollerante, laddove il suo predecessore era stato, prudente, razionale e liberale, il nuovo governatore elesse sua maggiore impresa la ricostruzione del Castello dei Cavalieri di Rodi. Forse tempio greco, poi fortezza bizantina, il castello fu costruito dall’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni che dovettero abbandonare l’isola ai Turchi nel 1522. Nel 1856 era stato distrutto dall’esplosione accidentale di una polveriera e adattato a carcere. Mario Lago avrebbe voluto restaurarlo per valorizzarlo come “superbo rudere”, De Vecchi invece volle ricostruirlo completamente, ottenendo un castello “nuovo”, quasi un fondale operistico o una scenografia cinematografica in cui ci si sorprende a toccare vera pietra e non cartone. L’ambiziosa opera, portata a termine in soli tre anni, costò 30 milioni di lire d’allora. Cinquecento tagliapietra e scalpellini furono fatti venire dalla Puglia, squadre di mosaicisti da Firenze e da Venezia per restaurare e mettere in opera nei pavimenti gli antichi mosaici trovati negli scavi archeologici di Coo. L’effetto è maestoso e straniante, gli inglesi che occuparono l’isola fino al ’47 lo descrissero come “a fascist Folly”, oggi è il monumento più visitato di tutta Rodi.

Ancora più atemporali sono i cartoni e le figure della sala della famiglia: una Visitazione e la grande Natività. Lo sposalizio, o meglio il banchetto di nozze è invece il soggetto di una grande tavola dipinta ad olio che però potremmo definire piccolo bozzetto, se pensiamo al precedente “Sposalizio”, di cui il nostro è un eco, che Gaudenzi presentò alla biennale di Venezia del 1932: era alto due metri e mezzo e lungo sette metri. Fu pagato 130mila lire e acquistato dal Senatore Borletti di Milano. Oggi non sappiamo che fine abbia fatto. Di quest’opera capitale nella poetica di Gaudenzi in galleria sarà mostrata su uno schermo la documentazione fotografica, in scatti d’epoca in bianco e nero. Tanto l’aveva cara che egli la replicherà, e non certo per pigrizia, in una delle pareti della Sala della famiglia a Rodi. Nozze di Cana senza miracolo, o pranzo nuziale di Maria e Giuseppe se avessero potuto permetterselo, Gaudenzi presenta la festa con la ieraticità di una storia sacra. Il fatto è che ci mette del suo: sposatosi nel 1909 con la bella modella anticolana Candida Toppi, ne farà, assieme ai quattro figli avuti da lei, il soggetto costante della sua pittura, allora tardo impressionistica. Due figli morirono piccoli e l’epidemia di spagnola portò via Candida. Si risposò con Augusta, sorella della moglie, venuta a Milano per badare ai nipoti orfani. Da lei ebbe Maria Candida e Jacopo. Non per maniera Gaudenzi è pittore della maternità e degli affetti familiari. Si ha la forte impressione che egli abbia trovato nella pittura e saputo trasmetterne la consapevolezza a chi la guarda ciò che è impossibile: che vi sia un luogo dove i vivi e i morti che si sono amati possano convivere senza stupore, ma officiando i gesti della vita di tutti i giorni.

Schivo, taciturno creatore di un mondo e di un umanità incantata in cui i modelli contadini, da lui ritratti dal vero nel paese di Anticoli Corrado, che egli elesse ad Arcadia personale, sono trasfigurati per grazia poetica, in modo che l’umano e il divino si confondano: così in Gaudenzi una Sacra Famiglia diventa una famiglia, una Visitazione una visita tra comari, uno Sposalizio un semplice banchetto di nozze, senza che il senso del sacro venga meno, ma senza che questo tradisca il senso del vero. E’ la bellezza dell’umiltà della leggenda cristiana, tante volte meravigliosamente vestita in pittura, che Gaudenzi ha saputo riportare come declinazione purista del Novecento italiano. Con semplicità e finezza sincere.

La muestra estará abierta a partir del 1 de octubre de 2014, en la Galleria del Laocoonte, Via Monterone 13. Lunes cerrado. Horario mar.-sáb. 10-13, 15,30-19.

Catálogo en preparación. Comisarios/as: Marco Fabio Apolloni y Monica Cardarelli, fichas de Tonino Coi.

Ufficio Stampa: Rosi Fontana Press & Public Relations, info@rosifontana.it

Galleria del Laocoonte

Via Monterone 13/13 A

00186 Roma

Tel. 06/68308994

www.laocoontegalleria.it

laocoontegallery@libro.it

Horario: martes – sábado 10:00 -13:00, 15:30 -19:30.

Disegni e Tempere dal Futurismo al Dopoguerra

Mario Sironi

Disegni e Tempere dal Futurismo al Dopoguerra

 

INAUGURACIÓN DE LA MUESTRA y de la GALLERIA DEL LAOCOONTE: un nuovo punto di incontro a Roma per gli amatori e cultori dell’arte del Novecento storico italiano e della tradizione figurativa e classica nell’arte moderna e contemporanea.

 

Con l’inaugurazione della mostra MARIO SIRONI Disegni e tempere dal Futurismo al Dopoguerra, la Galleria del Laocoonte vuol presentare il proprio esordio espositivo come punto di riferimento per gli amatori e cultori dell’arte del Novecento storico italiano e dell’irriducibile tradizione figurativa e classica nello sviluppo della nostra arte moderna fin nel presente.

Questa prima mostra dedicata al più potente e originale artista italiano attivo tra le due guerre è il frutto di una appassionata ricerca presso eredi, collezionisti e mercato, per offrire a Roma un’ampia e variegata scelta del giovane Sironi futurista, del metafisico paesaggista urbano dell’Italia dolorosamente entrata nella modernità con la Prima Guerra Mondiale, dell’illustratore fedele della controstoria fascista nelle caricature per il “Popolo d’Italia”, il giornale di Mussolini, in cui l’immaginario grottesco si tinge, letteralmente, di una dolorosa e drammatica tragicità.

Sironi fu infatti pittore, affrescatore, inventore di architetture e sculture durevoli ed effimere per le costruzioni monumentali e le trionfalistiche manifestazioni del Regime, ma anche anche un prodigioso illustratore: copertine di riviste e di libri, manifesti pubblicitari e propagandistici, sono presentati in questa mostra in fogli dove l’artista ha espresso con foga tumultuosa e palpitante materia di colore le prime idee di opere, poi riprodotte sulla carta stampata o per la pubblica affissione, che possono essere annoverate tra i capolavori dell’arte per le masse del Novecento.

Si notano una tricolore pubblicità per la prima 500 della Fiat, “La Vetturetta del Lavoro e del Risparmio”, del 1936. Sempre per la fiat, velivoli attraversano il cielo come notturne comete, piegando la mistica futurista della velocità e della macchina al servizio delle industrie aereonautiche nazionali.

Tra le illustrazioni per l’editoria si distinguono gli essenziali progetti di illustrazione per la rivista Gerarchia, e il suggestivo bozzetto per la copertina del libro di Mario Appelius, La Sfinge Nera, del 1924.

La mitologia del ventennio è rappresentata trasfigurata in travolgente fantasia visionaria nella prima idea per il manifesto della Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932. Come anche in quello per il famoso, più che pregevole, film “Scipione l’Africano” del 1937-38, e in molti altri fogli dove, moschetti imbracciati e branditi, Italie turrite solide come muliebri sculture romaniche, aquile imperiali vive e minacciose, mostrano la forza evocativa senza pari di un artista capace, grazie alla sua arte geniale, di rendere più grande del vero e più eroico ciò che nelle foto d’epoca e nei cinegiornali d’allora mostra oggi la sua prosaica fragilità.

Vi è forse anche in Sironi una capacità profetica che va al di là, ai nostri occhi di posteri, delle stesse intenzioni del propagandista: il progetto per un’illustrazione della “Rivista Illustrata del Popolo d’Italia” del 1943, che in un drammatico monocromo bianco e nero stampa come un’indelebile istantanea “Il Mondo in fiamme e la Morte”, sembra un grido sull’insensatezza della storia in cui non si riesce a riconoscere la voce di una parte politica, ma un accento universale e sempre valido.

La mostra, che raduna ben 57 pezzi, tra disegni, tempere, acquarelli, e un olio su cartone, comprende schizzi di progetti architettonici e decorativi, per il palazzo dei Giornali di Milano, per il palazzo delle Poste di Bergamo, per il palazzo Littorio di Roma, ed altri che sembrano appartenere ad un’utopia architettonica solo immaginaria. Schizzi per dipinti realizzati e non, come il potente ed essenziale “Donna con albero”, ed ancora disegni fatti solo per l’amore e il dovere di disegnare come, per esempio, il primo commovente schizzo a penna biro, dedicato alla compagna Mimì appena dopo il risveglio di Sironi da un’operazione subita nel 1950.

Il Sironi del dopoguerra, anche dopo il crollo dei suoi ideali e del mondo che egli credeva di aver contribuito a costruire durevole, rimane un grande artista, come testimoniano i colorati geroglifici di quattro pannelli per il transatlantico “Conte Biancamano”, o uno straordinario schizzo per il manifesto della Medea di Euripide messa in scena nel teatro romano di Ostia Antica nel 1949.

Il catalogo della mostra, pubblicato da Polistampa di Firenze, è curato da Fabio Benzi al cui testo di esperta esegesi, posto come introduzione, sono interfoliate le inedite foto di un servizio che ritrae Mario Sironi nel suo studio, realizzato nei primi anni ’50 da Sanford H. Roth.

 

Muestra MARIO SIRONI Disegni e tempere dal Futurismo al Dopoguerra.

Del 11 de abril al 7 de julio de 2014.

Inauguración: jueves 10 de abril, hora 17:00

Galleria del Laocoonte

Via Monterone 13/13 A

00186 Roma

Tel. 06/68308994

www.laocoontegalleria.it

laocoontegallery@libro.it

Horario: martedes – sábado 10:00 -13:00, 15:00 -19:00.

Arte in Italia tra le due Guerre

arte-in-italia-tra-le-due-guerre

Viernes 21 de marzo de 2014,
horas 18.00 presentación del libro:

“ARTE IN ITALIA TRA LE DUE GUERRE”
con el autor Fabio Benzi.

Presentan Pasquale Chessa y Marco Fabio Apolloni.

ArteFiera Bologna 2015

“ArteFiera Bologna 2015”

Fiera internazionale di arte contemporanea

del 23 al 26 de enero de 2015
Viale della Fiera, 20 40127 Bologna

 

Artistas presentes en la feria:

Savinio Alberto

Martini Alberto

Basaldella Mirko

Basaldella Afro

Balla Giacomo

Marini Marino

Sironi Mario

 

Artistas presentes en la galería:

Severini Gino

Guerrini Giovanni

Morbiducci Publio

Chini Galileo

Andreotti Libero

Tamburi Orfeo

Funi Achille

Basaldella Mirco

Leonardi Leoncillo

Cambellotti Duilio

Martini Alberto

Carena Felice

Grassi Virgilio

Balla Giacomo

Sironi Mario

Savinio Alberto

 

Horario de apertura:

De viernes a domingo: 11.00-19.00

Lunes: 11.00-17.00